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Carmelo Bene – Quattro momenti su tutto il nulla – 4°: Arte

[…]

Ma se codesto – chiamiamolo – risultato artistico è così vilmente subordinato al successo decretato dalla visione altrui e all’apprezzamento critico, la fantomatica aristocrazia del simbolico lavoro è degradata a vilissimo posto di lavoro, se non addirittura svergognata a dopolavoristico galeotto sollazzo.

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La storia dell’arte, salvo rarissime eccezioni, è una routine consolatoria e decorativa. E qui nessuno ha voglia d’essere consolato, anzi: intende restare inconsolabile.

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Artisti (miserabili) e relativi (miserabili) fruitori.

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Eh, l’arte… rompicapo demenziale nel de-cretino favoreggiamento d’ogni ministero dei beni culturali, istituito a vezzeggiare le morte croste d’autore al solo scopo di scongiurare la vertigine del presente impensato della vita, ad arrangiare lager museali per turisti che abusano del proprio tempo incomprensibilmente libero.

[…]

Che fare? […] Bisogna eccedere le forme. Una sottrazione, questa, che si può ottenere anche tramite un sistema additivo, evitando insulsaggini come il quadro bianco, il teatro nel teatro, la musica fortuita, eccetera.

Una sensazione, non è forse questo l’unico auspicabile riconoscimento d’ogni prodotto estetico? Una sensazione incorpora tutti i nostri sensi.

«Quando ci si dice “io non sono pittore”, è allora che bisogna dipingere.» Van Gogh. Né pittore, né musico, né lettarato, [né] attore, etc. […] È questa estrema totalizzante globalità d’artefice a spacciare qualunque relatività d’artista, decretando anche il tramonto definitivo della critica settoriale.

Ecceduta l’arte della storia dell’arte, è finalmente vanificato ogni imbellettamento critico dell’esistenza.

( Ndr.: E poi, comincia a sparare cazzate, che comunque lascio qui di seguito, tanto per. È d’altra parte inevitabile poiché purtroppo la sua passione è questa orribile forma d’arte chiamata teatro, che nulla può contro il cinema (quello non hollywoodiano, naturalmente). Per giustificare questi scemi che si dimenano sul palco, è chiaro che viene in aiuto dipingere l’opera finita e materiale come qualcosa di negativo, perché così allora magari il teatro sarà qualche cosa di meglio. Il narcisista megalomane e meridionale è certamente affascinato dalla malsana idea dannunziana di essere l’artista egli stesso l’opera. Ovviamente, l’essere umano altro non è che la tragedia che è, e soltanto l’opera compiuta materiale che lo sopravvive alla morte può essere portatrice, nel momento della sua fruizione, di quella trascendenza che altrimenti, di fronte a questi sciagurati che si dimenano sul palco, Bene incluso, viene meno; e viene meno perché è in scena la stessa ridicolezza umana che si cercava tanto di superare. L’opera lasciata sola e liberatasi dell’autore, ecco invece che può finalmente librare nella sua perfezione e emanare la sua trascendenza. )

Quel che conta nell’arte non è il prodotto artistico, ma il prodursi dell’artefice in rapporto al quale – qui Jacques Derrida è impeccabile – l’opera non è che una ricaduta residuale, un escremento – nell’etimo: ciò che si separa e cade dall’organismo vivente della vita. L’arte è la vita come irripetibilità dell’evento, vivente una volta sola. E perciò l’opera è il materiale morto, è il cadavere evacuato dall’evento. Il destino d’ogni opera d’arte non è nell’opera, è arte all’opera: è il prodursi dell’artista che trascende l’opera. È la sensazione che ci investe davanti alle tele di Francis Bacon. Un genio è soprattutto colui che eccede le sue opere: l’atto dell’esecuzione artistica è più determinante dell’opera esitata; e qui cito ancora Derrida alla lettera: «Il genio lascia delle tracce, delle opere, dei residui; ma quanto è veramente geniale e artistico si trova nel ductus: nel gesto della firma, più che in ciò che resta della firma.»

Da qui ogni arte sarebbe senza opera, e forse senza artisti. Ormai ridotta a una sorta di collage di massa, qualunque impresa artistica ha la sorte che merita: dall’evasione dalla vita alla labirintite intellettuale, dalla reiterazione del teatro totale wagneriano alle traveggole del multimediale, dalla volubile gratificazione del mercato alla burocrazia della committenza democratica.

L’artefice non è mai autore di una propria opera. È, di per sé, semmai, un capolavoro vivente.