Se una notte d’inverno un viaggiatore – Italo Calvino
– Cerco il signor Kauderer, – gli dissi.
Rispose: – Il signor Kauderer non c’è. Ma siccome il cimitero è la casa di quelli che non ci sono, entri pure.
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È una storia che prima o poi finirò anche per raccontarla, ma in mezzo a tutte le altre, senza darle più importanza che a un’altra, senza metterci dentro nessuna passione particolare che non sia il piacere di raccontare e di ricordare, perché anche ricordare il male può essere un piacere quando il male è mescolato non dico al bene ma al vario, al mutevole, al movimentato, insomma a quello che posso pure chiamare il bene e che è il piacere di vedere le cose a distanza e di raccontarle come ciò che è passato.
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Ho letto in un libro che l’oggettività del pensiero si può esprimere usando il verbo pensare alla terza persona impersonale: dire non «io penso», ma «pensa», come si dice «piove». C’è del pensiero nell’universo, questa è la constatazione da cui dobbiamo partire ogni volta.
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– Il mio caso è diverso. Io sono un’infiltrata, una rivoluzionaria vera infiltrata nel campo dei rivoluzionari falsi. Ma per non farmi scoprire devo fingere d’essere una controrivoluzionaria infiltrata tra i rivoluzionari veri. E difatti lo sono: in quanto io sono agli ordini della polizia; ma non di quella vera, perchè dipendo dai rivoluzionari infiltrati tra gli infiltratori controrivoluzionari.
– Se capisco bene, qui infiltrati sono tutti: nella polizia e nella rivoluzione. Ma come fate a distinguervi gli uni dagli altri?
– Per ogni persona bisogna vedere chi sono gli infiltratori che l’hanno fatta infiltrare. E, prima ancora, bisogna sapere chi ha infiltrato gli infiltratori.
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[…] visione radiosa che s’innalza dalle disincantate parole […]
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Anche per me tutti i libri che leggo portano a un unico libro, – dice un quinto lettore affacciandosi da dietro una pila di volumi rilegati, – ma è un libro indietro nel tempo, che affiora appena dai miei ricordi. C’è una storia che per me viene prima di tutte le altre storie e di cui tutte le storie che leggo mi sembra portino un’eco che subito si perde. Nelle mie letture non faccio altro che ricercare quel libro letto nella mia infanzia, ma quel che ne ricordo è troppo poco per ritrovarlo.
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«Se una notte d’inverno un viaggiatore, fuori dell’abitato di Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano, in una rete di linee che s’intersecano sul tappeto di foglie illuminate dalla luna intorno a una fossa vuota, – Quale storia laggiù attende la fine? – chiede, ansioso d’ascoltare il racconto».
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T’interrompe il settimo lettore: – Lei crede che ogni storia debba avere un principio e una fine? Anticamente un racconto aveva solo due modi per finire: passate tutte le prove, l’eroe e l’eroina si sposavano oppure morivano. Il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte.