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L’attacco dei ribelli

– Sei contro l’impero?

– Io sono contro tutto.

– Ottimo, indossa questo.

Le mie mani impreparate accolgono tuta e mitragliatrice.

La tuta è simile a quella da lavoro, ma l’arma pesa e mi spaventa. Gli attrezzi che non ho mai usato manifestano più degli altri distacco e anima crudele. Il tubo bianco, non certo esornativo, ringhia mentre lo afferro e cerco di capire a cosa serve. L’arma si muove e si avvinghia all’avambraccio in un suono breve e chiaro. Non può farmi del male ma ne ho comunque paura. Pesante, fredda, dalla forma funzionale. Vedo rasoi ma sono soltanto le linee spigolose del metallo.

Tocca alle protezioni: in pochi secondi si connettono e svelano un’armatura ridicola dalla funzione simbolica più che difensiva. Basta però a farmi sentire importante, a regalarmi un ruolo momentaneo che mi fa credere d’esser qualcuno. Anche gli altri si stanno preparando, ma operano in modo veloce e furioso; i loro occhi sono infiammati e i loro pensieri volgono alla battaglia. Io guardo intorno e mi meraviglio del metallo e delle targhette gialle e grigie che recitano codici incomprensibili. Da dove viene tutto questo metallo, mi chiedo.

È un attimo e il ragazzo che mi ha parlato agita il braccio e tutti iniziano a muoversi. Alcuni portano con sé borsoni e armamenti, altri sono equipaggiati come me e camminano a testa bassa controllando il braccio destro che ora è un’arma da fuoco.

La maschera bacia il mio volto: le guance e la fronte incontrano un materiale ruvido e l’odore delle fogne rimane chiuso nelle mie narici per un poco, finché si dissolve e mi lascia respirare aria asettica.

La grata viene rimossa e due alla volta usciamo all’esterno. Il frastuono a cui prima ero scappato si riapre lentamente per esplodere una volta che il casco si espone alle luci della città. Gli stivali ancora bagnati pestano prima ghiaia e poi asfalto; subito vediamo altri come noi. I comandanti si parlano, gesticolano dimenticando i pesi aggrappati alle loro braccia; noi soldati e soldati improvvisati ci uniamo agli altri camminando piano, osservandoci e senza assumere una precisa formazione.

Odo le prime esplosioni.


L’asfalto bagnato entra prepotente nelle mie narici.

Anche il cielo è incazzato. I nembi neri e giganti si stanno richiudendo e vogliono inghiottire la Terra. Non capisco però da che parte stanno; accompagnano i ribelli facendo loro da protettori, aprendo la strada sorvolando le difese nemiche, o s’atteggiano spaventandoli, minacciandoli di tornare indietro, che non è cosa per loro?

Certo sono contro di me, e con essi tutta la via principale, gremita di uomini pieni di rabbia, decisione, paura, tutte cose che vorrei rubare loro e iniettare dentro il mio corpo morto che si muove attratto da questo casino.

È il segnale.

Mi spingono, mi mettono in linea, e sono presto risucchiato in una macchina più terribile di quelle d’acciaio: una macchina da guerra che ha per motore la volontà umana. Le tute li rendono automi, le armi li trasformano in guerrieri; tuttavia le grida rivelano i lamenti della bestia organica nascosta nel tessuto protettivo.

Il primo lampo squarcia le nubi e l’asfalto. La strada si apre, ma è solo ciò che mi pare di vedere: gli altri camminano, e allora vado avanti anch’io, poggiamo ancora su terreno immobile. Strane luci, fumo, e momenti di buio si alternano davanti i miei occhi. Mi chiedo se hanno un visore speciale, che non mi è stato dato, o se la loro volontà può farli vedere attraverso gli ostacoli della guerra e della notte. In fin dei conti basta mettere un piede dopo l’altro, cercando di andare dritti. C’è qualcuno là davanti che sa meglio degli altri cosa sta accadendo, e a lui vanno lasciate le preoccupazioni. Sono soltanto un ingranaggio, devo solamente funzionare, non devo fermarmi. Eppure le spallate mi spostano dalla linea, le esplosioni mi fanno sussultare e quelli dietro cominciano a scontrarsi sulle mie gambe.

La mia mente combatte e prova ad abituarsi a ciò che sto facendo, ma subito affiorano le domande. Cerco di respingerle, ma sono fottutamente legittime. Non so che guerra stiamo combattendo, non so quanto potente sia il nemico. Mi sono inserito in un sistema che non ammette obiezioni e che accetta soltanto due schieramenti. I miei alleati, tuttavia, sono miei nemici, perché sono uomini che sanno che cosa vogliono.

Due sirene si attivano in lamenti asincroni e rispondono alle saette con un rosso che si riflette nell’etere. È adesso che fuoco, oscurità, fumo e suono continuo e corposo mi lanciano in un vortice di terrore e di brivido: dietro la maschera ho gli occhi spalancati e la bocca ripiegata in un ghigno d’esaltazione. Il mio corpo è bollente; le sensazioni che volevo mi investono ma di colpo vorrei fermarmi. Vorrei ringraziare e congedarmi, ma so bene che non è possibile. Il petto si sfrega sulla divisa ruvida e la testa comincia a far male. I primi ordini vengono urlati e attraversano i grattacieli. Non riesco a capirli, non ci provo nemmeno. Le sirene, le grida, i passi stanno occupando la mia testa e i miei pensieri confusi.

Si continua ad avanzare, ho l’impressione che l’arma mi scivoli; l’impugnatura è balorda, il guanto è troppo grande. Poi ricordo che il mitragliatore è chiuso attorno al mio braccio, e mi volto a fissarlo. Giro ancora il capo, qua e là, e mi pare di uscire da me stesso: la mia ombra cammina e segue gli altri mentre io, che prima tenevo lo sguardo sulla schiena del soldato, inizio a vagare sopra le teste dei combattenti. Allungo il collo e vedo i monoliti di vetro che riflettono il cielo.