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Oltre le passioni tristi: Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa – Miguel Benasayag

Come gli psi sanno, una delle cause classiche della sofferenza psichica di una persona è di trovarsi intrappolata in un “passato che non passa”, che obera qualunque possibilità di agire liberamente nel presente. Tutto accade come se la permanenza della sua sofferenza fosse la prova incontestabile della sua identità nel senso della sua singolarità: “Soffro, quindi sono”.

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Generalmente, il paziente arriva con “troppo sapere”. Sa perché soffre e perché ogni cambiamento gli sembra impossibile. Il terapeuta deve allora invitarlo non già a relazionarsi con un supposto sapere “dottorale”, ma a percorrere un po’ alla volta un cammino verso un non-sapere condiviso.

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Si potrà legittimamente obiettare che la persona, dato ciò che è, preferisce spesso rimanere nel godimento della ripetizione.

Tuttavia un credo del terapeuta situazionale è che la potenza di vivere di cui parlava Spinoza non è altro che ciò che si sottrae alla ripetizione e che è sempre presente. Anche quando tale potenza è molto ridotta, il lavoro consiste quindi nel cercare insieme al paziente con chi o con cosa lui possa associarsi perché questa debole potenza divenga capace di partecipare a qualcosa di diverso dal suo sintomo egocentrato.

Per questo la terapia situazionale si incentra sulla ricerca di tangenti possibili: “Eccetto ripetere, cosa può fare d’altro il paziente?”. E la risposta è che può, come si è visto, lasciarsi “rapire” dalla combinatoria della vita (vedi il capitolo precedente). Per il/la paziente, la difficoltà di evitare la ripetizione è spesso legata a quella di resistere al potere dei modelli normalizzati della felicità, che esigono di vivere in coppia (preferibilmente eterosessuale), avere dei bambini e accedere a un certo livello di consumo. Il terapeuta deve allora aiutarlo/a a emanciparsi da quelle immagini identificatrici della felicità, perché lui/lei trovi la propria strada per la gioia e la potenza. Un certo paziente, date le sue caratteristiche e le sue sovradeterminazioni, non è ad esempio adatto a vivere in coppia, avere una grossa auto o un mutuo. La prima parte del lavoro consiste quindi nel consentirgli di spezzare le catene che lo legano a quella normalità disciplinare. Perché ogni ripetizione è in qualche modo collegata a un fallimento programmato nei confronti delle immagini dominanti. La terapia situazionale consiste in tal senso molto meno nel vedere come uno possa vivere nella norma della coppia superando la ripetizione che lo spinge al fallimento, quanto piuttosto nell’aiutarlo a rinunciare a quell’immagine normalizzatrice per navigare secondo la propria geografia interiore. Ciò suppone parimenti che il paziente venga aiutato a tollerare una certa dose di angoscia che accompagna necessariamente ogni divenire di tipo emancipatorio. In breve, se in altri tempi ci si è dovuti battere per liberare i folli dall’internamento nell’ospedale psichiatrico, oggi occorre aiutare le persone a liberarsi dalla tirannia della norma.

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Di conseguenza, si pone la questione del ruolo presunto della “presa di coscienza” del paziente nella cura: questa presa di coscienza diventa in realtà un problema quando si capisce che essere coscienti delle origini di una sofferenza psichica provoca solo molto raramente un “miglioramento”. Da ciò si deduce che la coscienza non è un’istanza capace di innescare un’azione. Ogni decisione cosciente è al contrario un modo narcisistico di enunciare il fatto che ci si trovava a fare questo anziché quello.

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Spesso i pazienti confondono ciò che si potrebbe chiamare una relazione con un’etichetta. Dicono ad esempio: “Io sono amica di Paul”; oppure: “Sto con Lea”. E, una volta fatta questa dichiarazione, tutto avviene come se dicessero: “Punto a capo”. L’etichetta è apposta.

Mi ricorda alcuni racconti per bambini che mi leggeva mia madre. Alla fine di una serie di avventure, il ragazzo sposava la ragazza e il loro avvenire si riassumeva in una frase: “Vissero felici ed ebbero molti figli”. Mi ricordo dell’angoscia che ciò mi procurava: “E dopo cosa succede?”. L’immagine un po’ da incubo che avevo in testa era che fossero messi tutti in frigorifero e che la vita fosse finita. Solo con il tempo ho capito che amicizia, amore e legami non sono che alcuni dei nomi dei rapporti conflittuali incalzati da una esigenza permanente.