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La nausea – Jean-Paul Sartre

È un giovane senza importanza collettiva, è soltanto un individuo

Louis-Ferdinand Céline, L’Eglise

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Questo tipo baffuto possiede un paio d’immense narici che potrebbero pompar l’aria per una famiglia intera e che gli mangiano metà del viso ma, ciò nonostante, respira con la bocca ansimando un poco.

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L’aria mi fa bene: non ha il sapore dello zucchero né l’odore vinoso del vermut. Ma, dio, che freddo.

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Non avere né sangue, né linfa, né carne. Scorrere in questo lungo canale verso quel pallore, laggiù. Non esser altro che un po’ di freddo.

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Io non ho avuto avventure. Mi son capitate delle cose, dei fatti, degli incidenti, tutto quel che si vuole. Ma non avventure. Non è una questione di parole; comincio a comprendere. V’è qualche cosa a cui tenevo più che a tutto il resto – senza rendermene ben conto. Non era l’amore, dio, no, né la gloria, né la ricchezza. Era… Insomma, m’ero immaginato che in certi momenti la mia vita avrebbe potuto assumere un’essenza rara e preziosa. Non c’era bisogno di circostanze straordinarie: chiedevo soltanto un po’ di rigore. La mia vita presente non ha niente di molto brillante: ma ogni tanto, per esempio quando sentivo la musica nei caffè, riandavo indietro col pensiero e mi dicevo: in passato, a Londra, a Meknès, a Tokio, ho avuto momenti meravigliosi, ho avuto avventure. È questo che adesso mi vien tolto. Ho saputo d’improvviso, senza ragione apparente, d’aver mentito a me stesso per dieci anni. Le avventure sono nei libri. Naturalmente tutto ciò che si racconta nei libri può accadere davvero, ma non nello stesso modo. Ed è a questo modo ch’io tenevo tanto.

Innanzitutto sarebbe stato necessario che gli inizi fossero stati veri inizi. Ahimè! Come vedo bene, adesso, quello che avrei voluto! Veri inizi, che sorgessero d’improvviso come uno squillo di tromba, come le prime note di un’aria di jazz, che troncassero la noia, che consolidassero la durata; avrei voluto di quelle sere, tra le altre, di cui in seguito si dice: «Era una sera di maggio, passeggiavo». Uno passeggia, la luna s’è appena levata, si è oziosi, sfaccendati, un po’ vuoti. E poi, d’un tratto, sì pensa: «È capitato qualcosa». Una cosa qualsiasi: un leggero scricchiolio nell’ombra, una sagoma leggera che traversa la strada. Ma questo tenue avvenimento non è come gli altri: si vede subito che precede una grande forma il cui profilo si perde nella nebbia, e allora ci diciamo: «Sta per cominciare qualcosa».

Qualcosa comincia per finire: l’avventura non si lascia mettere appendici, non acquista significato che con la sua morte. E verso questa morte, che magari sarà anche la mia, io sono trasportato senza ritorno. Ogni istante compare soltanto per condurre quelli che seguono. Ad ogni istante io tengo con tutto il cuore: so che è unico, insostituibile – e tuttavia non farò un gesto per impedirgli d’annullarsi. L’ultimo minuto che trascorro – a Berlino, a Londra – nelle braccia della donna incontrata due giorni prima – minuto che amo appassionatamente, donna che amo quasi – deve aver fine, lo so. Tra poco partirò per un altro paese. Non ritroverò mai più né questa donna né questa notte. Mi chino su ogni secondo, cerco di esaudirlo; nulla avviene ch’io non afferri, ch’io non fissi per sempre in me, nulla, né la fuggevole tenerezza di quei begli occhi, né i rumori della via, né la falsa chiarità dell’alba: e tuttavia il minuto scorre ed io non lo trattengo, mi piace che passi.

E… poi, d’un tratto, qualcosa rompe di netto. L’avventura è finita, il tempo riprende la sua mollezza quotidiana. Mi volto; dietro di me, quella bella forma melodiosa affonda tutt’intera nel passato. Rimpicciolisce, declinando si contrae, e ormai la fine fa tutt’uno col principio. Seguendo con gli occhi questo punto d’oro penso che accetterei – anche se fossi stato in pericolo mortale, anche se avessi perduto una fortuna, un amico – penso che accetterei di rivivere tutto, nelle medesime circostanze, dal principio alla fine. Ma un’avventura non si ricomincia né si prolunga.

Sì, è questo che io volevo – ahimè, è questo che voglio ancora. Mi procura tanta gioia una negra che canta, quale colmo di felicità non raggiungerei se fosse la mia vita stessa a formare la materia della melodia!

L’Idea è sempre lì, l’innominabile. Attende, pacificamente. Adesso sembra che dica: – Davvero? Era questo che volevi? Ebbene, è precisamente questo che non hai mai avuto (ricordati: ingannavi te stesso con delle parole, tu chiamavi avventure falsi splendori di viaggio, amori di prostitute, risse, paccottiglie) ed è questo che non avrai mai, né tu né alcun altro.

Ma perché? PERCHÉ?

[…]

Son tornato sulle mie riflessioni di ieri. Mi son sentito del tutto indifferente al fatto che non vi siano avventure, soltanto curioso di sapere se non si possa averne.

Ecco che cosa ho pensato: affinché l’avvenimento più comune divenga un’avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo. È questo che trae in inganno la gente: un uomo è sempre un narratore di storie, vive circondato delle sue storie e delle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e cerca di vivere la sua vita come se la raccontasse.

Ma bisogna scegliere: o vivere o raccontare.

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Mi metterò a leggere Eugénie Grandet. Non che vi trovi gran piacere, ma bisogna pur fare qualcosa.

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L’ometto si agita e sospira. Si è raggomitolato nel suo cappotto, ma ogni tanto si raddrizza e assume un’aria altera. Neanche lui ha un passato. Cercando bene, si troverebbe certamente, presso certi cugini ch’egli non frequenta più, una fotografia che lo rappresenta ad una festa nuziale, con un colletto a punte, una camicia con sparato, e baffi duri da giovanotto. Di me, credo che non rimanga nemmeno questo.

Ed ecco che mi guarda di nuovo. Questa volta mi rivolgerà la parola, mi sento tutto teso. Non è simpatia, ciò che v’è tra di noi, è che siamo simili. Lui è solo come me, ma più affondato di me nella solitudine. Deve attendere la sua Nausea o qualcosa del genere. Dunque, ora v’è della gente che mi riconosce, che, dopo avermi squadrato, pensa: «Quello è dei nostri». E con questo? Che cosa vuole? Deve pur sapere che noi non possiamo far nulla l’uno per l’altro. Le famiglie stanno nelle loro case, in mezzo ai loro ricordi. E noi, eccoci qua, due relitti senza memoria. Se egli d’un tratto si alzasse e mi rivolgesse la parola, mi darebbe un sussulto.

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Un diritto non è che l’altro aspetto di un dovere. Il suo straordinario successo negli affari (i Pacòme sono oggi la più ricca famiglia di Bouville) non aveva mai dovuto stupirlo. Non doveva essersi mai detto che era felice, e quando si permetteva un piacere, doveva abbandonarvisi con moderazione, dicendo: «Mi riposo». Così anche il piacere, passando anch’esso nella categoria dei diritti, perdeva la sua aggressiva futilità.

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Mi alzo di scatto: se soltanto potessi smettere di pensare, andrebbe già meglio. I pensieri, non c’è niente di più insipido. Ancora più insipido della carne. Sì trascinano a non finire e lasciano un gusto strano. E poi ci sono le parole, dentro i pensieri, le parole incompiute, le frasi abbozzate che ritornano sempre:[…]

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Non li ascolto più: m’infastidiscono. Finiranno per andare a letto insieme. Lo sanno già. Ciascuno dei due sa che l’altro lo sa. Ma poiché son giovani, casti e decenti, poiché ciascuno dei due vuol conservare la propria stima di sé e quella dell’altro, poiché l’amore è una grande cosa poetica che non bisogna sgomentare, vanno diverse volte la settimana ai balli e nelle trattorie ad offrire lo spettacolo delle loro piccole danze rituali e meccaniche.

Bisogna pur ammazzare il tempo, dopo tutto. Son giovani e ben costruiti, ne avranno ancora per una trentina d’anni. Perciò non s’affrettano, indugiano e non hanno torto. Quando saranno andati a letto insieme dovranno trovare qualche altra cosa per velare l’enorme assurdità della loro esistenza. E tuttavia… è proprio tanto necessario mentire a se stessi?

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Il vero mare è freddo e nero, pieno di bestie; striscia sotto questa sottile pellicola verde, fatta apposta per ingannare la gente.

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Dietro i vetri sfilano oggetti bluastri, tutti rigidi e alteri, a scossoni, persone, muri; attraverso le finestre aperte una casa m’offre il suo cuore nero; e i vetri fanno impallidire, azzurrano tutto ciò che è nero, azzurrano questo grande edificio in mattoni gialli che s’avanza esitando, rabbrividendo e che s’arresta di colpo impuntandosi.

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Appoggio la mano sul sedile ma la ritiro precipitosamente: esiste. Questa cosa sulla quale son seduto, sulla quale appoggiavo la mano si chiama sedile. L’hanno fatta apposta perché uno possa sedercisi, hanno preso del cuoio, delle molle, della stoffa, e si son messi al lavoro con l’idea di fare un sedile, e quando hanno finito, era questo che avevano fatto. L’hanno portato qui, in questa scatola, e adesso la scatola rotola e traballa, coi vetri che tremano, e porta nei suoi fianchi questa cosa rossa. Mormoro: è un sedile, un po’ come un esorcismo. Ma la parola mi resta sulle labbra: rifiuta d’andare a posarsi sulla cosa. Questa rimane quella che è, con la sua felpa rossa, con migliaia di striscette rosse, tutte rigide, che sembrano zampette morte. Questo enorme ventre all’aria, sanguinante, rigonfio – rimpinzato, con tutte le sue zampe morte che fluttua in questa scatola, nel cielo grigio, non è un sedile. Potrebbe essere altrettanto bene un asino morto, per esempio, gonfiato dall’acqua, e che fluttua alla deriva, a pancia all’aria, in un gran fiume grigio, un fiume d’inondazione; ed io sarei seduto sul ventre dell’asino, ed i miei piedi sarebbero a bagno nell’acqua chiara. Le cose si sono disfatte dei loro nomi. Son lì, grottesche, caparbie, gigantesche, e sembra stupido chiamarle sedili o dire qualsiasi cosa su di esse: io sono in mezzo alle Cose, le innominabili. Solo, senza parole, senza difesa, esse mi circondano, sotto di me, dietro di me, sopra di me. Non esigono nulla, non s’impongono: son lì.

( Ndr Anche Emanuele Severino ci ricorda che il significante più ampio, l’insieme più grande, è rappresentato dal termine “cosa”, termine che tuttavia ha avuto diverse definizioni nel corso della storia e in base alla lingua, cambiando di conseguenza il modo in cui l’uomo pensava il significato/referente, e perciò la sua stessa vita. )

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Se si esisteva, bisognava esistere fin lì, fino alla muffa, al rigonfiamento, all’oscenità. In un altro mondo, i circoli, le arie musicali conservano le loro linee pure e rigide. Ma l’esistenza è un cedimento.

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E quella radice? Senza dubbio avrei dovuto rappresentarmela come un artiglio vorace che squarciava la terra, per strapparle il suo nutrimento?

Impossibile veder le cose a quel modo. Delle mollezze, delle debolezze, questo sì. Gli alberi ondeggiavano. Uno zampillamento verso il cielo? Era piuttosto un affloscia-mento, da un momento all’altro m’aspettavo di vedere i tronchi raggrinzirsi come verghe stanche, afflosciarsi e cadere al suolo in un mucchio nero pieno di pieghe. Non avevano voglia di esistere, solo che non potevano esimersene, ecco. E allora facevano tutte le loro piccole funzioni, pianamente, senza slancio: la linfa saliva lentamente entro i vasi, controvoglia, e le radici s’affondavano lentamente nella terra. Ma ad ogni momento sembravano sul punto di piantar tutto lì e annullarsi. Stanchi e vecchi, continuavano ad esistere, di malavoglia, semplicemente perché erano troppo deboli per morire, perché la morte poteva venir loro solo dall’esterno: solo le arie musicali sanno portare fieramente la loro propria morte in sé come una necessità interna; soltanto che esse non esistono. Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione.

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Non ci si poteva nemmeno domandare da dove uscisse fuori, tutto questo, né come mai esisteva un mondo invece che niente. Non aveva senso, il mondo era presente dappertutto, davanti, dietro.

Non c’era stato niente prima di esso. Niente. Non c’era stato un momento in cui esso avrebbe potuto non esistere. Era appunto questo che m’irritava: senza dubbio non c’era alcuna ragione perché esistesse, questa larva strisciante. Ma non era possibile che non esistesse. Era impensabile: per immaginare il nulla occorreva trovarcisi già, in pieno mondo, da vivo, con gli occhi spalancati, il nulla era solo un’idea nella mia testa, un’idea esistente, fluttuante in quella immensità: quel nulla non era venuto prima dell’esistenza, era un’esistenza come un’altra e apparsa dopo molte altre. Ho gridato «che porcheria, che porcheria!» e mi son scrollato per sbarazzarmi di questa porcheria appiccicosa, ma questa teneva duro, e ce n’era tanta, tonnellate e tonnellate d’esistenza, indefinitamente: soffocavo nel fondo di quest’immensa noia.

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– Tutto questo, beninteso, è finito.
– Come puoi saperlo?
– Lo so. So che non incontrerò mai più niente né nessuno che m’ispiri della passione. Lo sai, mettersi ad amare qualcuno, è un’impresa. Bisogna avere un’energia, una generosità, un accecamento. C’è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette non lo si fa. Io so che non salterò mai più.

(Direct link to the video[🡕]) Louis C.K. sui single e l'ottimismo

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Che cosa posso dirle? Forse che io conosco qualche ragione di vivere? Io non sono disperato come lei perché non m’aspettavo gran che. Piuttosto, io sono… stupito, dinanzi a questa vita che mi vien data, data per niente. Continuo a tener la testa bassa, non voglio vedere il volto di Anny in questo momento.

– Io viaggio, – prosegue lei con voce cupa. – Torno dalla Svezia. Mi son fermata otto giorni a Berlino. C’è questo tale che mi mantiene…

Prenderla tra le braccia, a che pro? Non posso niente per lei. È sola come me. Con voce più gaia, mi dice: – Che cosa stai borbottando?. – Alzo gli occhi. Mi guarda con tenerezza.

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E che cosa ci guadagnerò nel cambio? È sempre una città: questa è traversata da un fiume, quella è costeggiata dal mare, a parte questo si rassomigliano. Si sceglie una zona brulla, sterile, e vi si rotolano delle grandi pietre scavate. In queste pietre son prigionieri degli odori, odori più pesanti dell’aria. A volte li si getta dalla finestra nelle strade ed essi vi restano fino a che i venti non li abbiano lacerati. Quando è bel tempo, i rumori entrano da un capo della città ed escono dall’altro, dopo aver attraversato tutti i muri, altre volte girano in tondo, tra quelle pietre che il sole cuoce e che il gelo fende.

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Martedì a Bouville.

Sarebbe questa, la libertà? Sotto dì me i giardini scendono mollemente verso la città, e, in ogni giardino, s’eleva una casa. Vedo il mare, greve, immobile, vedo Bouville. È bel tempo.

Sono libero: non mi resta più alcuna ragione di vivere, tutte quelle che ho tentato hanno ceduto e non posso più immaginarne altre. Sono ancora abbastanza giovane, ho ancora abbastanza forza per ricominciare. Ma che cosa bisogna ricominciare? Soltanto ora comprendo quanto contassi su Anny per salvarmi, in mezzo ai miei più forti terrori, alle mie nausee. Il mio passato è morto. Il signor di Rollebon è morto. Anny è tornata soltanto per togliermi ogni speranza. Sono solo in questa strada bianca fiancheggiata da giardini. Solo e libero. Ma questa libertà assomiglia un poco alla morte.

Oggi la mia vita finisce. Domani avrò lasciato questa città che si stende ai miei piedi, e dove son vissuto per tanto tempo. Non sarà più che un nome, tozzo, borghese, molto francese, un nome nella mia memoria, meno ricco di quello di Firenze o di Bagdad. Verrà un’epoca in cui mi domanderò: «Ma infine, quando ero a Bouville, che cosa facevo tutto il giorno?» E di questo sole, di questo pomeriggio, non resterà niente, nemmeno un ricordo.

Tutta la mia vita è dietro di me. La vedo tutt’intera, vedo la sua forma e i suoi lenti movimenti che m’hanno condotto fin qui. C’è poco da dirne: è una partita perduta, ecco tutto. Son tre anni che ho fatto il mio ingresso a Bouville, solennemente. Avevo perduto la prima mano. Ho voluto giuocare la seconda ed ho perduto anche questa: ho perduto la partita. E nel tempo stesso ho appreso che si perde sempre. Ci son solo i porcaccioni che credono di vincere. Adesso farò come Anny, mi sopravviverò. Mangiare, dormire. Dormire, mangiare. Esistere, lentamente, dolcemente, come questi alberi, come una pozza d’acqua, come il sedile rosso del tram.

La Nausea mi lascia un breve respiro. Ma so che ritornerà: è il mio stato normale. Soltanto, oggi il mio corpo è troppo esausto per sopportarla. Anche i malati hanno delle felici debolezze che gli tolgono per qualche ora la coscienza del loro male. Mi annoio, ecco tutto. Ogni tanto sbadiglio così forte che le lacrime mi scendono giù per le guance. È una noia profonda, profonda, il profondo cuore dell’esistenza, la materia stessa di cui son fatto. Non mi trascuro, tutt’altro: stamane ho fatto il bagno, mi son fatto la barba. Soltanto, quando ripenso a tutti questi piccoli atti solleciti non capisco come abbia potuto farli: son così vani. Sono le abitudini, senza dubbio, che li hanno compiuti per me. Non sono morte, loro, continuano a darsi da fare, a tessere pian piano, insidiosamente, le loro trame, mi lavano, mi asciugano, mi vestono, come balie. Che siano state pure esse a condurmi su questa collina? Non ricordo più come ci son venuto. Per la scalinata Dautry, senza dubbio: che davvero abbia salito uno ad uno quei centodieci gradini? Quello che forse è ancora più difficile immaginare è che tra poco li ridiscenderò. Tuttavia lo so: tra un momento mi ritroverò al piede del Poggio Verde, tra un momento, alzando la testa, potrò vedere accendersi in lontananza le finestre di queste case che ora sono così vicine. In lontananza. Sopra la mia testa; e quest’istante, dal quale non posso uscire, che mi rinchiude e mi limita da tutti i lati, quest’istante di cui son fatto, non sarà più che un sogno confuso.

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Hanno la prova, cento volte al giorno, che tutto si fa meccanicamente, che il mondo obbedisce a leggi fisse e immutabili. I corpi abbandonati nel vuoto cadono tutti con la stessa velocità, il giardino pubblico viene chiuso tutti i giorni alle sedici d’inverno, e alle diciotto d’estate, il piombo fonde a 335 gradi, l’ultimo tram parte dal Municipio alle ventitré e cinque. Son pacifici, un po’ melanconici, pensano a Domani, cioè, semplicemente, ad un altro oggi; le città non dispongono che d’una sola giornata che ritorna sempre uguale ogni mattina. La s’impennacchia un po’ la domenica. Che imbecilli. Mi ripugna il pensare che sto per rivedere le loro facce ottuse e piene di sicurezza. Legiferano, scrivono romanzi populisti, si sposano, hanno l’estrema stupidità di fare figli.

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Capisco, la città m’abbandona lei per prima. Non ho ancora lasciato Bouville e già non ci sono più.

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E dire che vi sono imbecilli che attingono consolazioni nelle arti! Come mia zia Bigeois: «I Preludi di Chopin mi son stati di tale conforto alla morte del tuo povero zio!» E le sale da concerto rigurgitano d’umiliati e d’offesi, che, con gli occhi chiusi, cercano di trasformare i loro pallidi volti in antenne riceventi. Si figurano che i suoni captati scorrano in loro, dolci e nutrienti e che le loro sofferenze divengano musica, come quelle del giovane Werther, credono che la bellezza sia loro pietosa. Coglioni!

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[…] così brutta l’esistenza stessa del mondo, che mi sentivo a mio agio, in famiglia.

Adesso (ndr invece) c’è questo canto di sassofono. Ed ho vergogna. È appena nata una gloriosa, piccola sofferenza, una sofferenza-modello. Quattro note di sassofono. Vanno e vengono e sembra che dicano: «Bisogna fare come noi, soffrire a tempo».

[…]

No, non si può certo dire che sia pietoso questo piccolo dolore di diamante, che gira in tondo sopra il disco e che mi abbacina. E nemmeno ironico: gira allegramente, tutto occupato di se stesso, ha trinciato come una falce la falsa intimità del mondo ed ora gira, e tutti noi, Maddalena, il pezzo d’uomo, la padrona, io stesso, e i tavoli, i sedili, lo specchio macchiato, i bicchieri, tutti noi che ci abbandonavamo all’esistenza, poiché eravamo tra di noi, solo tra di noi, siamo stati sorpresi da esso nella nostra trasandatezza, nel nostro lasciar andare quotidiano: ho vergogna per me stesso e per tutto ciò che esiste dinanzi ad esso.