L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera
(Quarta di copertina)
Chi è pesante non può fare a meno di innamorarsi perdutamente di chi vola lievemente nell’aria, tra il fantastico e il possibile: mentre i leggeri sono respinti dai loro simili e trascinati dalla «com-passione» verso i corpi e le anime possedute dalla pesantezza. […]
Pietro Citati sul libro
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Parte prima
La leggerezza e la pesantezza
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L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo[…]
Diciamo quindi che l’idea dell’eterno ritorno indica una prospettiva dalla quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare un qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina.
Or non è molto, mi sono sorpreso a provare una sensazione incredibile: stavo sfogliando un libro su Hitler e mi sono commosso alla vista di alcune sue fotografie: mi ricordavano la mia infanzia; io l’ho vissuta durante la guerra; parecchi miei familiari hanno trovato la morte nei campi di concentramento hitleriani; ma che cos’era la loro morte davanti a una fotografia di Hitler che mi ricordava un periodo scomparso della mia vita, un periodo che non sarebbe più tornato?
Questa riconciliazione con Hitler tradisce la profonda perversione morale che appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull’inesistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso.
2
Se ogni secondo della nostra vita si ripete un numero infinito di volte, siamo inchiodati all’eternità come Gesù Cristo alla croce. È un’idea terribile. Nel mondo dell’eterno ritorno, su ogni gesto grava il peso di una insostenibile responsabilità. Ecco perché Nietzsche chiamava l’idea dell’eterno ritorno il fardello più pesante (das schwerste Gewicht).
Se l’eterno ritorno è il fardello più pesante, allora le nostre vite su questo sfondo possono apparire in tutta la loro meravigliosa leggerezza.
Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa?
Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica.
Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato.
(ndr vedi quanto si insiste in psicologia sulla “responsabilità” come uno dei rimedi contro la depressione finendo però poi spesso in una impasse o in un paradosso)
Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza?
Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti Cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo. Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza?
Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo.
Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni.
(ndr ovvia correlazione con la famosa domanda di Shakespeare; tra l’altro anche l’opposizione essere-non essere non è così ovvia come può sembrare, e Ligotti ci scrive un intero libro)
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Ma era davvero l’amore? Quel voler morire accanto a lei era evidentemente un sentimento eccessivo: era solo la seconda volta in vita sua che la vedeva! Non si trattava piuttosto dell’isteria di un uomo che, scoprendo nel profondo della sua anima la propria incapacità di amare, aveva cominciato a fingere l’amore con se stesso? D’altra parte, il suo subconscio era tanto vigliacco da scegliere per la sua commedia quella povera cameriera di provincia che non aveva praticamente nessuna possibilità di entrare nella sua vita!
Guardava i muri sporchi del cortile e si rendeva conto di non sapere se fosse isteria o amore.
E gli dispiaceva che in una situazione simile, quando un vero uomo avrebbe saputo immediatamente come agire, lui esitava privando in tal modo l’istante più bello della sua vita (era in ginocchio al capezzale di lei e gli sembrava di non poter sopravvivere alla sua morte) del suo significato.
Se la prese con se stesso, ma alla fine si disse che in realtà era del tutto naturale non sapere quel che voleva.
Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future.
È meglio stare con Tereza o rimanere solo?
Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno «schizzo» è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.
«Einmal ist keinmal». Tomáš ripete tra sé il proverbio tedesco. Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l’uomo può vivere solo una vita, è come se non vivesse affatto.
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Una ragazza che, invece di farsi strada «verso l’alto», è costretta a portare birra agli ubriachi e la domenica deve lavare la biancheria sporca dei fratelli, accumula dentro di sé una grossa riserva di vitalità inimmaginabile per quelli che studiano all’università o sbadigliano sui libri. Tereza ne aveva letti più di loro, sapeva più cose di loro sulla vita, […]. Ciò che distingue una persona che ha studiato da un autodidatta non è la quantità di conoscenze, ma il grado di vitalità e di coscienza di sé.
[…] Tereza l’ascoltava con una concentrazione silenziosa che pochi professori hanno visto sul viso dei loro studenti.
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Ciò che lei aveva incontrato all’improvviso in quella chiesa non era Dio ma la bellezza. Sapeva benissimo, d’altronde, che quella chiesa e quelle litanie non erano belle di per sé, ma appunto se accostate al cantiere della gioventù dove lei passava le sue giornate nel chiasso delle canzoni. La messa era bella perché le era apparsa di colpo e clandestinamente come un mondo tradito.
Da allora sa che la bellezza è un mondo tradito. La possiamo incontrare solo quando i persecutori l’hanno dimenticata per errore da qualche parte. La bellezza è nascosta dietro i fondali della parata del primo maggio. Se la vogliamo trovare dobbiamo strappare la tela del fondale.
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Nel profondo dell’anima aggiunse però ancora qualcosa: Franz è forte, ma la sua forza si rivolge soltanto verso l’esterno. Nei confronti delle persone con le quali vive, alle quali vuole bene, è debole. La debolezza di Franz ha nome bontà. Franz non darebbe mai ordini a Sabina. Non le comanderebbe mai, come Tomáš, di poggiare a terra lo specchio e di camminarci sopra nuda. Non è che gli manchi la sensualità, quello che gli manca è la forza di dare ordini. Ci sono cose che si possono realizzare solo con la violenza. L’amore fisico è impensabile senza violenza.
Sabina guardava Franz camminare su e giù per la stanza tenendo alta la sedia; la scena le sembrava grottesca e la riempiva di una strana tristezza.
[…]
Disse: «Perché la tua forza non la usi qualche volta contro di me?».
«Perché l’amore significa rinunciare alla forza» disse Franz piano.
Sabina capì due cose: primo, che si trattava di una frase bella e vera. Secondo, che con quella frase Franz si squalificava dalla sua vita erotica.
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Per Sabina vivere nella verità, non mentire né a se stessi né agli altri, è possibile soltanto a condizione di vivere senza pubblico. Nell’istante in cui qualcuno assiste alle nostre azioni, volenti o nolenti ci adattiamo agli occhi che ci osservano, e nulla di ciò che facciamo ha più verità. Avere un pubblico, pensare a un pubblico, significa vivere nella menzogna. Sabina disprezza la letteratura nella quale gli autori rivelano ogni piega intima di se stessi e dei loro amici. L’uomo che perde la propria intimità perde tutto, pensa tra sé Sabina. E l’uomo che se ne sbarazza di sua spontanea volontà è un mostro.
Per questo Sabina non soffre per nulla di dover tenere nascosto il proprio amore. Al contrario, solo in quel modo può «vivere nella verità».
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Fino allora, naturalmente, non se ne era resa conto e ciò è comprensibile: la meta che l’uomo persegue è sempre velata. La ragazza che desidera il matrimonio desidera qualcosa di cui non sa nulla.
Il giovane che brama la gloria non ha alcuna idea di che cosa sia questa gloria. Ciò che dà un senso al nostro comportamento è sempre qualcosa che ci è totalmente sconosciuto. Anche Sabina non sa quale meta si celi dietro il suo desiderio di tradire. L’insostenibile leggerezza dell’essere, è questa la meta?
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La gente di solito si rifugia nel futuro per sfuggire alle proprie sofferenze. Traccia una linea immaginaria sulla traiettoria del tempo, al di là della quale le sue sofferenze di oggi cessano di esistere. Ma Tereza non vede nessuna linea del genere davanti a sé. L’unico sollievo glielo può dare solo uno sguardo all’indietro.
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Cosa succederebbe se Tomáš ricevesse una foto simile? La scaccerebbe?
Forse no. Quasi certamente no. Ma il fragile edificio del loro amore crollerebbe sicuramente. Perché quell’edificio poggia sull’unico pilastro della sua fedeltà e gli amori sono come gli imperi: quando scompare l’idea su cui sono fondati, periscono anch’essi.
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Voleva fermarsi sulla riva e guardare a lungo l’acqua, perché la vista dell’acqua che scorre placa e guarisce. Il fiume scorre da sempre e le vicende degli uomini si svolgono sulla riva. Si svolgono per essere dimenticate il giorno dopo e perché il fiume scorra oltre.
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Si ricordò del famoso mito del “Simposio” di Platone (che anche Galimberti spesso cita): all’inizio gli esseri umani erano ermafroditi e Dio li spaccò in due metà che da allora vagano per il mondo cercandosi. L’amore è il desiderio della metà perduta di noi stessi.
Ammettiamo che sia così; che ciascuno di noi abbia da qualche parte del mondo un partner insieme al quale, un tempo, costituiva un unico corpo. L’altra metà di Tomáš era la donna che aveva sognato. Solo che l’uomo non trova l’altra metà di se stesso. Al suo posto gli manderanno sulla corrente, in una cesta, Tereza. Ma che cosa accadrà quando poi lui incontrerà davvero la donna che gli è stata destinata, l’altra metà di se stesso? Chi preferirà? La donna della cesta o la donna del mito di Platone?
[…] Di nuovo è preda della compassione e si inabissa nell’anima di Tereza.
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Parte sesta
La Grande Marcia
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[…]
Il figlio di Stalin ha dato la sua vita per della merda[, letteralmente]. Ma morire per della merda non vuol dire morire senza un senso. I tedeschi che sacrificarono la loro vita per estendere più a oriente i territori del Reich, i russi che morirono perché la potenza del loro paese arrivasse più a occidente, loro sì che morirono per qualcosa di stupido e la loro morte è priva di senso e di validità generale. La morte del figlio di Stalin, invece, fu, nella generale stupidità della guerra, la sola morte metafisica.
3
Quando ero piccolo e sfogliavo il Vecchio Testamento raccontato ai bambini e illustrato con le incisioni di Gustave Doré, vi vedevo il Signore Iddio su una nuvola. Era un vecchio, con gli occhi, il naso e una lunga barba, e io mi dicevo che se aveva la bocca doveva anche mangiare. E se mangiava, doveva anche avere gli intestini. Quell’idea mi faceva venire subito i brividi perché io, pur appartenendo a una famiglia più o meno atea, sentivo che l’idea degli intestini di Dio era una bestemmia.
Senza alcuna preparazione teologica, spontaneamente, capivo quindi già da bambino l’incompatibilità tra la merda e Dio e, di conseguenza, anche la discutibilità della testi fondamentale dell’antropologia cristiana secondo la quale l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. O l’uno o l’altro: o l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e allora Dio ha gli intestini, oppure Dio non ha intestini e l’uomo non gli assomiglia.
Gli antichi gnostici lo sentivano con la stessa chiarezza con cui lo sentivo io a cinque anni. Per risolvere questo problema maledetto, Valentino, grande maestro della Gnosi del secondo secolo, sosteneva che Gesù «mangiava, beveva, ma non defecava».
La merda è un problema teologico più arduo del problema del male. Dio ha dato all’uomo la libertà e quindi, in fin dei conti, possiamo ammettere che egli non sia responsabile dei crimini perpetrati dall’umanità. Ma la responsabilità della merda pesa interamente su colui che ha creato l’uomo.
4
Nel quarto secolo, San Girolamo rigettava categoricamente l’idea che Adamo ed Eva in Paradiso avessero rapporti sessuali. Giovanni Scoto Eriugena, grande teologo del nono secolo, ammetteva invece questa idea. Ma credeva che il membro di Adamo potesse sollevarsi un po’ come si solleva un braccio o una gamba, cioè quando e come voleva lui.
Non dobbiamo cercare dietro questa idea l’eterno sogno dell’uomo ossessionato dalla minaccia dell’impotenza. L’idea di Scoto Eriugena va intesa in un altro senso. Se il membro si può sollevare con un semplice ordine del cervello, ciò vuol dire che sulla terra l’eccitazione è inutile. Il membro non si rizza perché siamo eccitati, ma perché glielo ordiniamo. Ciò che al grande teologo sembrava incompatibile con il Paradiso non era il coito e il piacere a esso legato. Incompatibile con il Paradiso era l’eccitazione. Ricordiamocelo bene: in Paradiso esisteva il piacere, ma non l’eccitazione.
Nelle considerazioni di Scoto Eriugena possiamo trovare la chiave di una sorta di giustificazione teologica (in altre parole, di una teodicea) della merda. Fin quando l’uomo poté restare in Paradiso, o (come Gesù, secondo l’idea di Valentino) non defecava, oppure (e questo sembra più verosimile) la merda non veniva intesa come qualcosa di ripugnante. Nell’istante in cui Dio cacciò l’uomo dal Paradiso, gli fece conoscere la sua natura immonda e il disgusto. L’uomo cominciò a nascondere ciò di cui si vergognava e, nell’istante in cui tolse il velo, fu accecato da una grande luce. Così, subito dopo il disgusto, conobbe anche l’eccitazione. Senza la merda (nel senso letterale e figurato dell’espressione) l’amore sessuale non sarebbe così come noi lo conosciamo: accompagnato dal batticuore e dall’accecamento dei sensi.
Nella terza parte di questo romanzo ho raccontato di Sabina in piedi seminuda e con la bombetta in testa accanto a Tomáš vestito. Ma c’è una cosa che ho taciuto. Nell’istante in cui lei si guarda allo specchio sentendosi eccitata da quel suo ridicolizzarsi, immaginò che Tomáš la mettesse a sedere così com’era, con la bombetta, sulla tazza del gabinetto, dove lei liberava i propri intestini in sua presenza. In quell’istante il cuore cominciò a batterle forte, le idee si confusero nella sua mente; gettò Tomáš sul tappeto e già urlava dal piacere.
5
La disputa fra coloro che sostengono che il mondo è stato creato da Dio e coloro che invece ritengono sia sorto spontaneamente tocca qualcosa che supera il nostro intelletto e la nostra esperienza. Molto più reale è la differenza che separa coloro che mettono in discussione l’essere così com’è stato dato all’uomo (non importa in che modo o da chi) da coloro che vi aderiscono senza riserve.
Dietro tutte le fedi europee, religiose e politiche, c’è il primo capitolo della Genesi dal quale risulta che il mondo è stato creato in maniera giusta, che l’essere è buono e che è quindi giusto moltiplicarsi. Chiamiamo questa fede fondamentale accordo categorico con l’essere.
Se ancora fino a poco tempo fa nei libri la parola merda era sostituita dai puntini, ciò non avveniva per ragioni morali, a meno che non vogliate sostenere che la merda è immorale! Il disaccordo con la merda è metafisico. Il momento della defecazione è la prova quotidiana dell’inaccettabilità della Creazione. O l’uno o l’altro: o la merda è accettabile (e allora non chiudetevi a chiave nel bagno!), oppure il modo in cui siamo stati creati è inaccettabile.
Da ciò deriva che l’ideale estetico dell’accordo categorico con l’essere è un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch.
È questa una parola tedesca nata alla metà del sentimentale diciannovesimo secolo e poi propagatasi in tutte le lingue. A furia di usarla, però, si è cancellato il suo significato metafisico originario: il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterale quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.
6
La prima rivolta interiore di Sabina contro il comunismo non aveva un carattere etico ma estetico. Ciò che la disgustava era però molto meno la bruttezza del mondo comunista (i castelli distrutti trasformati in stalle) che non la maschera di bellezza che esso portava; in altri termini: il Kitsch comunista. Il modello di questo Kitsch è la cerimonia detta del primo maggio.
Aveva visto i cortei del primo maggio all’epoca in cui la gente era ancora entusiasta, oppure fingeva ancora entusiasmo con diligenza. Le donne indossavano camicette rosse bianche e blu sicché, viste dai balconi e dalle finestre, creavano figure di vario genere: stelle a cinque punte, cuori, lettere.
Tra le varie sezioni del corteo avanzavano orchestrine che suonavano ritmi di marcia. Quando il corteo si avvicinava alla tribuna centrale, anche i visi più annoiati si illuminavano di un sorriso, come a voler dimostrare di essere doverosamente d’accordo. E non si trattava di un semplice accordo politico con il comunismo, ma di un accordo con l’essere in quanto tale. La cerimonia del primo maggio si alimentava alla fonte profonda dell’accordo categorico con l’essere. La parola d’ordine non scritta e tacita non era «Viva il comunismo!», bensì «Viva la vita!».
La forza e l’astuzia della politica comunista consistevano nel suo essersi appropriata di quella parola d’ordine. Era appunto quella stupida tautologia («Viva la vita!») a trascinare nel corteo comunista anche coloro che alle tesi del comunismo erano indifferenti.
7
Dieci anni più tardi (viveva già in America) un amico di amici, un senatore americano, la portò a fare un giro nella sua enorme macchina personale. Sul sedile posteriore si stringevano quattro bambini. Il senatore si fermò; i bambini scesero e corsero sull’ampio spazio erboso verso l’edificio dello stadio dove c’era una pista di pattinaggio artificiale. Il senatore sedeva al volante e guardava con aria sognante le quattro figurine che correvano, poi si rivolse a Sabina: «Li guardi!» disse, e con la mano descrisse un cerchio che doveva contenere lo stadio, il prato e i bambini: «Questo è ciò che io chiamo felicità».
Dietro quelle parole non c’era soltanto la gioia perché i bambini correvano e l’erba cresceva, ma anche una manifestazione di comprensione nei confronti di una donna che veniva da un paese comunista dove, il senatore ne era convinto, l’erba non cresceva e i bambini non correvano.
Ma proprio in quel momento Sabina si immaginò il senatore su una tribuna in qualche piazza di Praga. Sul suo viso c’era lo stesso identico sorriso che gli uomini di Stato comunisti rivolgevano dall’alto della loro tribuna ai cittadini che sorridevano nello stesso identico modo giù nel corteo.
8
Come sapeva quel senatore che i bambini significano la felicità? Aveva guardato nella loro anima? E se, non appena scomparsi alla sua vista, tre di loro si fossero gettati sul quarto e avessero cominciato a picchiarlo?
Il senatore aveva un unico argomento a favore di quell’affermazione: i suoi sentimenti. Quando parla il cuore non sta bene che la ragione trovi da obiettare. Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore.
I sentimenti suscitati dal Kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria: la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore.
Il Kitsch fa spuntare, una dietro l’altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono sul prato!
La seconda lacrima dice: Com’è bello essere commossi insieme a tutta l’umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato!
È soltanto la seconda lacrima a fare del Kitsch il Kitsch.
La fratellanza di tutti gli uomini della terra sarà possibile solo sulla base del Kitsch.
9
Nessuno lo sa meglio degli uomini politici. Quando c’è in giro una macchina fotografica, si precipitano subito verso il bambino più vicino per sollevarlo in aria e baciarlo sulla guancia. Il Kitsch è l’ideale estetico di tutti gli uomini politici, di tutti i partiti e i movimenti politici.
In una società dove coesistono orientamenti politici diversi e dove quindi la loro influenza si annulla o si limita reciprocamente, possiamo ancora in qualche modo sfuggire all’inquisizione del Kitsch; l’individuo può conservare la sua individualità e l’artista può creare opere inattese. Ma là dove un unico movimento politico ha tutto il potere, ci troviamo di colpo nel regno del Kitsch totalitario.
Quando dico totalitario, voglio dire che tutto ciò che turba il Kitsch è bandito dalla vita: ogni espressione di individualismo (perché ogni discordanza è uno sputo in faccia alla fratellanza sorridente), ogni dubbio (perché chi comincia a dubitare di una piccolezza finirà per dubitare della vita in quanto tale), ogni ironia (perché nel regno del Kitsch ogni cosa deve essere presa con assoluta serietà), e inoltre la madre che ha abbandonato la famiglia o l’uomo che preferisce gli uomini alle donne, minacciando in tal modo il precetto divino: «crescete e moltiplicatevi».
Da questo punto di vista, possiamo considerare il cosiddetto gulag come una fossa settica dove il Kitsch totalitario getta i suoi rifiuti.
10
Il primo decennio dopo la seconda guerra mondiale è stato il periodo del più spaventoso terrore stalinista. Fu allora che il padre di Tereza venne arrestato per una stupidaggine e la bambina a dieci anni fu cacciata via dall’appartamento. Nello stesso periodo Sabina, che allora aveva vent’anni, studiava all’Accademia di Belle Arti. Il professore di marxismo spiegava a lei e ai suoi compagni la seguente tesi dell’arte socialista: la società sovietica è arrivata tanto avanti che in essa il conflitto fondamentale non è più tra il bene e il male, ma tra il bene e il meglio. La merda (vale a dire ciò che è essenzialmente inaccettabile) poteva quindi esistere solo «dall’altra parte» (per esempio in America) e solo da lì, da fuori, e solo come un corpo estraneo (per esempio sotto forma di spie) poteva penetrare nel mondo «dei buoni e dei migliori».
E in effetti, i film sovietici che invadevano i cinema di tutti i paesi comunisti in quell’epoca ferocissima fra tutte le epoche erano impregnati di un’incredibile innocenza. Il conflitto maggiore che potesse aver luogo tra due russi era un malinteso d’amore: lui pensa che lei non lo ami più, lei pensa la stessa cosa di lui. Alla fine cadono uno tra le braccia dell’altra e dai loro occhi scendono lacrime di felicità.
Oggi, la spiegazione convenzionale che si dà di quei film è la seguente: essi mostravano l’ideale comunista, mentre la realtà comunista era peggiore. Sabina si ribellava contro questa spiegazione. L’idea che il mondo del Kitsch sovietico sarebbe potuto diventare realtà e che lei avrebbe dovuto viverci dentro le faceva venire i brividi. Avrebbe preferito senz’alcuna esitazione la vita in un regime comunista autentico pur con tutte le persecuzioni e le code per la carne. Nel mondo dell’ideale comunista realizzato, in questo mondo di idioti sorridenti, con i quali lei non riuscirebbe a scambiare una sola parola, morirebbe di orrore in una settimana.
Mi sembra che i sentimenti risvegliati in Sabina dal Kitsch sovietico siano simili alla paura provata da Tereza nel sogno in cui marciava insieme ad altre donne nude attorno alla piscina ed era obbligata a cantare canzoni allegre. A fior d’acqua galleggiavano cadaveri. A nessuna donna Tereza poteva rivolgere una sola parola, una sola domanda. In risposta non avrebbe sentito altro che la strofa successiva della canzone. Non poteva nemmeno ammiccare di nascosto a nessuna. L’avrebbero immediatamente indicata all’uomo nel cesto appeso sopra la piscina, perché lui la uccidesse.
Il sogno di Tereza smaschera la vera funzione del Kitsch: il Kitsch è un paravento che nasconde la morte.
(ndr vedi anche Ligotti sui film L’invasione degli ultracorpi e La cosa di John Carpenter)
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Nel regno del Kitsch totalitario, le risposte sono già date in precedenza ed escludono qualsivoglia domanda. Ne deriva che il vero antagonista del Kitsch totalitario è l’uomo che pone delle domande. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro. Del resto, è così che Sabina aveva spiegato a Tereza il significato dei suoi quadri: davanti c’è la menzogna comprensibile e dietro, intravista, l’incomprensibile verità.
È però vero che quelli che lottano contro i regimi totalitari possono difficilmente lottare con interrogativi e dubbi. Hanno anch’essi bisogno delle loro certezze e verità semplici che siano comprensibili al maggior numero di persone e provochino una lacrimazione collettiva.
Una volta un movimento politico tedesco organizzò una mostra di quadri di Sabina. Sabina prese in mano il catalogo: c’era una sua fotografia sulla quale era stato disegnato un filo spinato. All’interno la sua biografia assomigliava alla biografia dei martiri e dei santi: aveva sofferto, aveva lottato contro l’ingiustizia, aveva dovuto abbandonare la patria martirizzata e continuava a lottare. «Con i suoi quadri essa lotta per la felicità» era l’ultima frase del testo.
Protestò ma non la capirono.
Ma come, non è forse vero che sotto il comunismo l’arte moderna è perseguitata?
Lei rispose arrabbiata: «Il mio nemico non è il comunismo, è il Kitsch!».
Da allora cominciò a circondare la sua biografia di mistificazioni, e quando più tardi si ritrovò in America, riuscì addirittura a tenere nascosto di essere ceca. Non era altro che un disperato tentativo di sfuggire al Kitsch nel quale la gente voleva trasformare la sua vita.
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[…] Quelle due finestre che brillavano nel giorno morente la commuovevano.
Per tutta una vita lei ha proclamato di essere nemica del Kitsch. Ma non lo porta forse lei stessa dentro di sé? Il suo Kitsch è l’immagine di un focolare tranquillo, dolce, armonioso, dove regnano una madre amorevole e un padre saggio. Questa immagine si era formata in lei dopo la morte dei genitori. Quanto meno la sua vita assomigliava a quel dolce sogno, tanto più lei diventava sensibile al suo fascino e molte volte le erano salite le lacrime agli occhi vedendo alla televisione una storia sentimentale dove la figlia ingrata abbracciava il padre abbandonato e nel giorno morente brillavano le finestre della casa dove viveva la famiglia felice.
Aveva conosciuto quel vecchio a New York. Era ricco e amava i quadri. Viveva con la moglie della stessa età in una villa di campagna. Di fronte alla villa, sul suo terreno, c’era una vecchia stalla. La trasformò in studio per Sabina, la invitò lì e passava tutto il giorno a seguire i movimenti del suo pennello.
Adesso stanno cenando tutti e tre assieme. La vecchia signora chiama Sabina «figlia mia», ma tutto lascia intendere che è invece vero il contrario: è Sabina la madre, con due bambini che dipendono da lei, l’ammirano e sarebbero pronti a ubbidirle, se soltanto lei volesse ordinare loro qualcosa.
Aveva dunque trovato, sulla soglia della vecchiaia, i genitori dalle cui braccia si era strappata quand’era ragazza? Aveva trovato, alla fine, i bambini che non aveva mai avuto?
Sapeva bene che era tutta un’illusione. Il suo soggiorno da quei vecchietti non è che una breve sosta. Lui è seriamente malato e la moglie, una volta sola, andrà dal figlio in Canada. Il cammino dei tradimenti di Sabina continuerà e di tanto in tanto, dal suo intimo, risuonerà nell’insostenibile leggerezza dell’essere una canzone ridicola e sentimentale che parla di due finestre illuminate dietro le quali vive una famiglia felice.
Quella canzone la commuove, ma lei non prende sul serio la sua commozione. Sa benissimo che quella canzone è una bella menzogna. Nel momento in cui il Kitsch è riconosciuto per la menzogna che è, viene a trovarsi nel contesto del non-Kitsch. Perde in tal modo il suo potere autoritario ed è commovente come qualsiasi altra debolezza umana. Perché nessuno di noi è un superuomo capace di sfuggire interamente al Kitsch. Per quanto forte sia il nostro disprezzo, il Kitsch fa parte della condizione umana.
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L’origine del Kitsch è l’accordo categorico con l’essere.
Ma qual è il fondamento dell’essere? Dio? L’individuo? L’amore? L’uomo? La donna?
Le opinioni sono diverse e perciò diversi sono anche i tipi di Kitsch: cattolico, protestante, ebraico, comunista, fascista, democratico, femminista, europeo, americano, nazionale, internazionale.
Dai tempi della Rivoluzione francese una metà dell’Europa viene chiamata sinistra, mentre l’altra metà riceve l’appellativo di destra. È quasi impossibile definire l’una o l’altra parte sulla base dei princìpi teorici sui quali esse si appoggiano. Non c’è motivo di stupirsi: i movimenti politici non si fondano su posizioni razionali ma su idee, immagini, parole, archetipi che tutti insieme vanno a costituire questo o quel Kitsch politico.
L’idea della Grande Marcia che tanto inebriava Franz è un Kitsch politico che unisce la gente di sinistra di tutte le epoche e di tutte le tendenze. La Grande Marcia è questa meravigliosa avanzata, questo cammino verso la fratellanza, l’uguaglianza, la giustizia, la felicità, e ancora più lontano, oltre tutti gli ostacoli, perché devono esserci ostacoli, se la marcia deve essere la Grande Marcia.
Dittatura del proletariato o democrazia? Rifiuto della società dei consumi o aumento della produzione? Ghigliottina o abolizione della pena di morte? Non è questo l’importante. Ciò che fa di un uomo di sinistra un uomo di sinistra non è questa o quella teoria, ma la sua abilità a far sì che qualunque teoria diventi una parte di quel Kitsch chiamato Grande Marcia in avanti.
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Ma soprattutto: nessun essere umano può portare a un altro il dono dell’idillio. L’unico a poterlo fare è l’animale perché lui non è stato cacciato dal Paradiso. L’amore tra l’uomo e il cane è idilliaco. In esso non ci sono né conflitti né scene strazianti, in esso non c’è evoluzione. Karenin circondava Tereza e Tomáš con la propria vita fondata sulla ripetizione e si attendeva da loro la stessa cosa.
Se Karenin fosse stato un essere umano e non un cane, di sicuro già da tempo avrebbe detto a Tereza: «Senti, non mi va più di portare in bocca ogni giorno un panino. Non puoi inventare qualcosa di nuovo?». In questa frase è contenuta tutta la condanna dell’uomo. Il tempo umano non ruota in cerchio ma avanza veloce in linea retta. È proprio per questo che l’uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione.
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«[…]Non so perché sono stato così testardo. Un giorno uno prende una decisione senza nemmeno sapere come, e questa decisione continua per propria forza d’inerzia. Con il passare degli anni è sempre più difficile cambiarla».
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«Tereza,» disse Tomáš «non ti sei accorta che qui sono felice?».
«La tua missione era operare» disse.
«Tereza, una missione è una cosa stupida. Io non ho nessuna missione. Nessun uomo ha una missione. Ed è un sollievo enorme scoprire di essere liberi, di non avere una missione».
Non era possibile non credere alla sincerità della sua voce. Le tornò in mente la scena di quella mattina: lo vedeva riparare il camion e le sembrava vecchio. Era arrivata là dove aveva voluto: in fondo aveva sempre desiderato che lui fosse vecchio. Si ricordò nuovamente del leprotto che stringeva al viso nella sua cameretta di bambina.
Che cosa significa diventare un leprotto? Significa perdere ogni forza. Significa che ormai nessuno dei due è più forte dell’altro.
Si muovevano a passo di danza al suono del pianoforte e del violino e Tereza teneva la testa sulla sua spalla. Così l’aveva tenuta quando erano stati insieme nell’aereo che li portava via attraverso la nebbia. Adesso provava la stessa strana felicità e la stessa strana tristezza di allora. Quella tristezza voleva dire: siamo all’ultima stazione. Quella felicità voleva dire: siamo insieme. La tristezza era la forma e la felicità il contenuto.