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La cospirazione contro la razza umana – Thomas Ligotti

Il titolo risulta sfortunato nei giorni nostri perché fa pensare al complottismo.

Vedi anche L’ultimo messia di Zapffe (EN).

Guarda il tuo corpo:
una marionetta dipinta, un povero giocattolo
di pezzi snodati sul punto di crollare,
una cosa malata e sofferente
con la testa piena di false illusioni.

Dhammapada

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Introduzione. Pessimismo e paradosso

Nel suo studio The Nature of Evil (1931), Radoslav A. Tsanoff cita una lapidaria riflessione che il filosofo tedesco Julius Bahnsen scrisse nel 1847, all’età di diciassette anni: «L’uomo è un’autocosciente nullità». Che siano considerate giovanili o avventate, queste parole appartengono a un’antica tradizione di repulsione per la nostra specie e le sue aspirazioni. Allo stesso modo, i sentimenti che dominano l’umana sorte rientrano di solito tra la ponderata approvazione e la cicalante millanteria. Chiunque sia desideroso di un pubblico, o comunque di un posto in società, potrebbe trarre profitto dal seguente motto: «Se non puoi dire niente di buono sull’umanità, allora di’ qualcosa di equivoco».

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Fanatici della salvezza

Tramonto

Un’epidemia di depressione zittirebbe le voci che ci chiacchierano in testa, arresterebbe il processo della vita. Provvidenza vuole che siamo dotati di maniacale entusiasmo in misura sufficiente a tener dritto il timone e gonfiare le vele della boria, mentre ci pavoneggiamo sottolineando che in miliardi di anni di evoluzione siamo stati davvero parecchio più bravi, rispetto alle altre specie.

Zapffe, Schopenhauer e Lovecraft se la cavano più che bene senza arrendersi all’isteria vitalista. È una scelta rischiosa per chiunque e ancora più per uno scrittore, perché serbare convinzioni antivitaliste fa retrocedere la sua opera a un livello più basso di quello dei parolai che si arrendono al pensiero positivo o che, perlomeno, rispettano la massima secondo la quale chi vuole parlare della nostra specie farebbe bene a mantenere una certa ambiguità. Tutti vogliono tenere la porta aperta alla possibilità che la vita non sia MALIGNAMENTE INUTILE [sic]. Nemmeno i lettori più colti vogliono sentirsi dire che la loro vita non è altro che una contingenza evoluzionistica e che il suo significato non è quello comunemente inteso.

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Futurofilia

E che differenza farebbe rallentare la progressione verso l’ignoto? Zapffe disprezzava i progressi tecnologici e le scoperte a cui portavano, perché chi si interessa a un certo argomento si vede privato della distrazione di studiarlo da sé al ritmo che preferisce. Qualunque attività umana è un espediente per ammazzare il tempo, e a Zapffe sembrava un crimine che la gente se lo facesse ammazzare da esploratori, inventori e innovatori di ogni risma. Lui stesso dedicava il tempo libero a un efficacissimo ammazzatempo: l’alpinismo.

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Il culto dei martiri ridenti

Istituzionalizzati

Nella realtà del quotidiano, chi si lamenta sempre non fa molta strada. Se qualcuno ti chiede come va, faresti meglio ad avere il buonsenso di rispondere: «Non mi posso lamentare». Se ti lamenti, anche a ragione, smetteranno di chiederti come stai. Lamentarti non ti aiuta a farcela né a farti nuovi amici. Puoi rivolgere le tue lamentele al medico o allo psicologo, che sono pagati per ascoltarle. Ma non puoi lamentarti con il tuo capo o con i tuoi amici, se ne hai. Finiresti per perdere il lavoro o ritrovarti cancellato dal registro sociale. Rimarresti solo con le tue lamentele e nessuno che le ascolti. Forse il messaggio ti sarà chiaro, allora: se non stai abbastanza bene abbastanza a lungo, meglio che tu finga di stare bene e che addirittura pensi come se stessi bene. È il modo per riuscire a stare abbastanza bene abbastanza a lungo e smettere di lamentarsi per sempre, come afferma qualsiasi libro di self-help. Ma se non dovessi migliorare, dovrai pur dare la colpa a qualcuno. E quel qualcuno sarai tu. Questa è una verità che ha del monumentale se sei pessimista o depresso. Dovessi concludere che la vita è sgradevole o che niente conta, non sprecare tempo con le insensatezze. Andiamo dritti verso il futuro: i filosoficamente scoraggianti e gli emotivamente svantaggiati non metteranno i bastoni tra le ruote al nostro progresso. Se non riesci a dire qualcosa di positivo o perlomeno di ambiguo, tienitelo per te. Pessimisti e depressi non hanno bisogno di cercare un ruolo nell’organigramma aziendale della vita. Hai due scelte: comincia a pensare come Dio e la società vogliono che pensi, o sii abbandonato da tutti. La decisione è tua, perché sei un battitore libero che può scegliere di unirsi al nostro mondo artificiale o insistere testardo che… cosa? Che dovremmo coccolare i pensatori non positivi come te o ripensare il modo in cui il mondo intero gestisce le sue faccende? Che dovremmo ricominciare da zero? Che dovremmo estinguerci? Cerca di essere realista. Abbiamo fatto il meglio che potevamo con gli strumenti che avevamo. Dopotutto siamo soltanto umani, come ci piace dire. Il nostro mondo non sarà più conforme alle leggi di natura, ma si è sviluppato in una maniera coerente con la coscienza che ci ha condotti a una prominenza eccelsa nei confronti del Creato. A un certo punto la questione ha cominciato a vivere di vita propria e non c’è niente all’orizzonte che dia l’impressione di poterla fermare. Non c’è modo di ricominciare da capo né di tornare indietro. Non è in discussione nessun riadattamento. E nessun pazzoide malinconico oserà screditare la nostra catastrofe. L’universo è stato creato dal Creatore, diamine. Viviamo in una nazione che amiamo e che ci ama. Abbiamo famiglie, amici e lavori che rendono tutto questo degno di essere vissuto. Siamo qualcuno, non un mucchio di nessuno senza un nome, un numero o un piano pensione. Niente di tutto questo può essere rovesciato da un criminale del pensiero convinto che il mondo non sia né mai sarà il massimo dell’eccellenza. La nostra vita non sarà perfetta – se lo fosse non avremmo un futuro migliore a cui ambire – ma se questa farsa va bene a noi, dovrebbe andare bene anche a te. Quindi, se non riesci a ficcartelo in testa, magari vattene. Ma non troverai un posto dove andare e nessuno ti vorrà. Non troverai che la stessa identica trappola, ovunque. Su col morale, o lasciaci in pace. Non ci convincerai mai ad abbandonare la speranza. Non ci convincerai mai a svegliarci dal sogno. Noi non siamo esseri contraddittori la cui prosecuzione non fa che peggiorare un destino di mutanti che incarnano la logica contorta di un paradosso. Opinioni come questa non saranno mai accreditate dalle istituzioni dell’autorità o dalla comune umanità. In parole povere, qualunque pensiero entri nello squilibrio chimico del tuo cervello è invalido, inautentico o qualsiasi altro termine ci venga da appiccicare a te che sei soltanto «uno di quelli». Quindi comincia a fingere di sentirti abbastanza bene abbastanza a lungo, piantala di lamentarti e torna in riga. Se non sei forte come Sansone – quel buono a nulla suicida, assassino di filistei – sballati per bene e torna in trappola. Tieni ben fornito l’armadietto dei medicinali e quello dei superalcolici, come tutti noi. Vieni alla nostra festa. I pessimismi e i depressi non sono invitati. Ci credi dei coglioni? Le conosciamo bene, le tue lamentele. L’unica differenza è che noi abbiamo il buonsenso e ci sentiamo abbastanza bene abbastanza a lungo da non parlarne. Tieni ben aperti gli occhi e offuscato il cervello. La nostra parola d’ordine: «Viva la cospirazione e abbasso la coscienza».

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Disillusione

Nell’Ultimo messia Zapffe scrive della nostra crescente «disoccupazione spirituale»:

L’inesistenza di un’attività spirituale di origine naturale (biologica) si vede per esempio nel ricorso pervasivo alla distrazione (intrattenimento, sport, radio: il «ritmo dei tempi»). I presupposti dell’ancoraggio non sono altrettanto felici: non vi è sistema ereditario e collettivo di ancoraggio che non sia bucherellato dalla critica e dall’ansia, dal disgusto, dalla confusione dalla disperazione che vi trapelano («cadaveri nel cargo»). L’unico punto di contatto tra il comunismo e la psicoanalisi, altrimenti incomparabili, è che entrambi (poiché il comunismo ha anche un riflesso spirituale) tentano di rinnovare in maniera originale la vecchia via di fuga; sfruttano, rispettivamente, la violenza e il senso di colpa per intrappolare il surplus cognitivo critico degli umani e renderli biologicamente idonei. Idea, in un caso e nell’altro, tanto logica quanto spaventosa. Ma inadatta, di nuovo, a produrre una soluzione finale. Il declino intenzionale verso un nadir più fattibile può certamente salvare la specie a breve termine, ma essa, per sua natura, non saprà mai trovare pace in questo genere di rassegnazione, anzi, di trovare la pace in quanto tale…

Se portiamo queste considerazioni fino in fondo, la conclusione non è in dubbio. Fintanto che il genere umano si ostina nella temeraria e fatale decisione di sentirsi biologicamente destinato al trionfo, nulla di essenziale cambierà. Mentre i numeri si accumulano e l’atmosfera spirituale si addensa, le tecniche di protezione devono assumere un carattere sempre più brutale.

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Autopsia su una marionetta: un’anatomia del soprannaturale

Fine partita

L’orrore che abbiamo ricevuto sarà ricevuto da altri in uno scandaloso passaggio di eredità. Essere vivi: per decenni svegliarsi all’ora giusta, e poi trascinarsi lungo l’ennesimo giro di umori, sensazioni, pensieri, voglie – l’intero spettro delle agitazioni – e infine crollare a letto a sudare nel buio del sonno profondo o bollire al fuoco lento delle fantasmagorie[🡕] che molestano la mente in sogno.

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Mutazione

In realtà, non possiamo dare precedenza alla sofferenza nella nostra vita, sia individuale o collettiva. Dobbiamo continuare con le nostre cose, e quelli che danno precedenza alla sofferenza saranno lasciati indietro. Ci inibiscono con i loro piagnistei. Abbiamo un posto in cui andare e dobbiamo credere di poterci arrivare, ovunque esso si trovi. E credere che ci sia una «fratellanza dei sofferenti tra tutti i vivi» ci renderebbe incapaci di andare da qualsiasi parte. Ci preoccupa avere una buona vita, e passo dopo passo lavoriamo per un’esistenza migliore. Quello che facciamo, come specie cosciente, è porci delle priorità. Una volta che ne abbiamo raggiunta una, andiamo alla successiva – come se fossimo impegnati in un gioco da tavolo che pare infinito, incuranti se lo sarà davvero, che piaccia o no. E se siete così coscienti da non apprezzarlo, allora potete concepire voi stessi come un paradosso biologico che non può vivere né con la propria coscienza né senza. E in questo vivere e non vivere, prendete il vostro posto insieme al morto vivente e alla marionetta umana.

( Ndr. Qui rimanda a un discorso fatto precedentemente dove prende due elementi spesso usati nei libri e nei film dell’orrore – gli zombi e le bambole viventi – come esempi di paradossi che ci spaventano. La ragione per cui ci spaventano è che rimandano all’orrore proprio della nostra condizione: siamo menti autocoscienti intrappolate in corpi organici, schiave del determinismo e della biologia. Persone troppo autocoscienti, malati psichiatrici, schizoidi, psicopatici e sociopatici, filosofi pessimisti, turbano le “persone normali” tanto quanto gli zombi dei film dell’orrore, perché mostrano agli ignoranti l’orribile realtà delle cose. Ma Ligotti estende la metafora e usa queste due immagini anche per descrivere le persone opposte: il concetto di zombi può essere usato per indicare l’esatto contrario, cioè una persona incosciente che non si rende conto della cospirazione. Infatti, poco più avanti – e qui riportato – descrive la strategia della “zombificazione”, col quale la gente cerca di distrarsi dalla terribile realtà della condizione umana, limitando il pensiero il più possibile. Allo stesso modo, il concetto di “marionetta umana” è usato sia per coloro che hanno raggiunto un’eccessiva consapevolezza, che così prendono la forma di una contraddizione che cammina, condannati a uno stato di terrore esistenziale, sia per chi vive inconsciamente, come un automa felice. )

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Zombificazione

Come accennato sopra, Zapffe arriva a due centrali conclusioni riguardo al «problema biologico» dell’umanità. La prima è che la coscienza era andata troppo oltre per essere un attributo tollerabile dalla nostra specie, e minimizzando questo problema siamo costretti a minimizzare la nostra stessa coscienza. Tra i tanti e vari modi in cui questo può essere fatto, Zapffe sceglie di dedicarsi a quattro principali strategie:

Con la vigile pratica delle suddette connivenze, possiamo esimerci dall’analizzare troppo assiduamente le orribili e spaventose disgrazie che possono accaderci. Devono arrivare di sorpresa, perché se ce le aspettassimo la cospirazione non funzionerebbe. Naturalmente, le teorie cospiratorie talvolta stuzzicano l’attenzione delle persone «assennate», ma quando ciò avviene esse le trattano con diniego e scetticismo. È meglio immunizzare la propria coscienza da ogni pensiero orribile e spaventoso, così da poter continuare a cospirare per sopravvivere e riprodurci come esseri paradossali – marionette che parlano e si muovono da sole. Nella peggiore delle ipotesi, tenetevi per voi i vostri pensieri orribili e spaventosi. Sentite bene: «Nessuno vuole ascoltare quelle ansie che teniamo chiuse dentro di noi. Soffocate l’urgenza di andare in giro a raccontare a tutti le vostre pene e i vostri brutti sogni. Seppellite i vostri morti ma non lasciate tracce. E assicuratevi di continuare a tirare avanti oppure andremo avanti senza di voi».

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Annullamento II

La seconda delle due conclusioni centrali di Zapffe – che la nostra specie dovrebbe smettere di riprodursi – ci fa venire subito in mente un insieme di personaggi della storia teologica noti come gnostici. […]

In un’orbita lontana dalla teologia dello gnosticismo e del cattolicesimo, il filosofo tedesco del XIX secolo Philipp Mainländer (nato Philipp Batz) previde un’esistenza non coitale come il più sicuro patto di redenzione per il peccato di essere congregati di questo mondo. Tuttavia la nostra estinzione non sarebbe la conseguenza di un’innaturale castità, ma un fenomeno naturale che si verificherà quando l’uomo si sarà abbastanza evoluto da comprendere che la nostra esistenza è così vana, così senza speranza e insoddisfacente, che non saremo più soggetti a impulsi generatori. Paradossalmente, tale evoluzione verso un disgusto per la vita, verrebbe agevolata dal diffondersi della felicità tra gli uomini. Questa felicità si raggiungerebbe più velocemente seguendo gli insegnamenti evangelici di Mainländer al fine di ottenere cose come la giustizia e la carità universali. Solo realizzando ogni possibile bene ottenibile in vita – così ragionava Mainländer – potremo comprendere quanto poco siano preferibili alla non-esistenza.

[…]

Avendo in mente un piano ben preciso per la razza umana, Mainländer era tutt’altro che un pensatore modesto. «Non siamo persone comuni» scrisse una volta di sé in prima persona plurale «e dobbiamo pagare il prezzo di cenare al tavolo degli dei.» Per completare il quadro, gli episodi di suicidio erano comuni nella sua famiglia.

[…]

Mainländer era certo che la Volontà di morire, che secondo lui sarebbe sgorgata nell’umanità, fosse stata innestata nel nostro spirito da un dio che ha pianificato la propria morte dal principio. L’esistenza era un orrore per lo stesso dio. Sfortunatamente, dio era immune agli effetti del tempo. L’unico modo che aveva per liberarsi di se stesso era attraverso una forma di suicidio divino.

Il piano di dio per suicidarsi non poteva però funzionare fintanto che egli fosse esistito come entità unica al di fuori dello spazio-tempo e della materia. Nel tentativo di annullare la propria unità in modo da potersi dissolvere nel nulla, si frantumò – come una sorta di Big Bang – nei pezzi dell’universo soggetti al tempo, ovvero tutti gli oggetti e gli organismi che si sono accumulati in giro lungo miliardi di anni. Nella filosofia di Mainländer, «dio sapeva di poter passare da uno stato di superrealtà al non-essere soltanto attraverso lo sviluppo di un mondo reale e multiforme». Attraverso questo stratagemma egli riuscì a escludere se stesso dall’esistenza. «Dio è morto» scrive Mainländer «e la sua morte è stata la vita del mondo.» Compiuta la grande individuazione, lo slancio dell’autoannichilimento del creatore sarebbe continuato pezzo dopo pezzo finché ogni cosa non sarebbe stata logorata dalla sua stessa esistenza. Per gli esseri umani significava che più velocemente avessero compreso che la felicità non è così vantaggiosa come avevano previsto, più felici sarebbero stati all’idea di estinguersi.

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Come qualsiasi mortale dotato di coscienza sa, il cristianesimo e il buddhismo auspicano l’abbandono di questo mondo in favore di una destinazione sconosciuta e impossibile da concepire. Per Mainländer questa destinazione non esisteva. Egli prevedeva che un giorno la nostra volontà di sopravvivere in questa vita o in qualsiasi altra sarebbe stata universalmente soppiantata dalla volontà conscia di morire e restare morti, seguendo l’esempio del Creatore. Alla luce della filosofia di Mainländer, l’ultimo messia di cui parla Zapffe non sarebbe un savio sgradito, ma piuttosto la forza suprema dell’era post-divina. Anziché opporci alla nostra fine, conclude Mainländer, capiremo che «la consapevolezza che la vita non ha valore è il fiore della saggezza umana tutta». Altrove il filosofo dichiara: «La vita è un inferno, e la dolce e immobile notte della morte assoluta è l’annichilimento dell’inferno».

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Pessimismo II

Nel saggio Il mito di Sisifo (1942), Camus vede nello scopo irrangiungibile del personaggio del titolo una scusa per continuare a vivere anziché smettere. Nel suo commento all’orrenda parabola, insiste: «Dobbiamo immaginare Sisifo felice» mentre spinge il suo masso sulla sommità della montagna da cui rotolerà poi giù, infinitamente, per sua disperazione. […] Alla fine, però, il suo insistere sul dover immaginare Sisifo felice è tanto poco pragmatico quanto laido. […] Camus potrà essere stato in grado di fare propria questa visione prima che la sua vita terminasse in un incidente d’auto, ma doveva scherzare se intendeva proporla come una possibilità o un dovere per il mondo.

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Principi vitali

Figura complessa e contraddittoria, […] Lovecraft spesso sembrava in dubbio riguardo alle sue convinzioni sul valore dell’esistenza. In una lettera indirizzata a Edwin Baird, il primo editor di Weird Tales, scrive alcune considerazioni che esprimono una posizione inequivocabile da parte di un pessimista che si sente estraneo ai conforti di cui godono le persone normali. Meritano una citazione per esteso:

Gli autori popolari non apprezzano e non sembrano poter apprezzare il fatto che la vera arte si può ottenere solo rifiutando in toto la normalità e le convenzioni, e avvicinandosi a un tema del tutto purgati da qualsiasi punto di vista comune o preconcetto. Per quanto possano considerare selvagge e «fantastiche» le loro opere semi-fantastiche, rimane il fatto che la bizzarria resta in superficie, e che in pratica si ripetono gli stessi vecchi e convenzionali valori, motivi e prospettive. Il bene e il male, l’illusione teleologica, il sentimentalismo dolciastro, la psicologia antropocentrica: il solito bagaglio superficiale del mestiere, e il tutto attraversato dall’eterno e ineluttabile luogo comune…

Chi ha mai scritto una storia dal punto di vista in cui l’uomo è un’imperfezione nel cosmo, che va cancellata? Per esempio: un giovane di mia conoscenza mi ha recentemente detto che intende scrivere un racconto su uno scienziato che vuole dominare il mondo, e che per raggiungere tale scopo alleva e fortifica germi… e ne conduce intere armate simili alle piaghe d’Egitto. Gli ho risposto che sebbene lo spunto sia promettente, assegnare allo scienziato una motivazione normale lo riduce a un luogo comune. Non c’è nulla di stravagante nel voler conquistare il mondo. Alessandro Magno, Napoleone e Guglielmo II volevano farlo. Invece, ho detto al mio amico che avrebbe dovuto creare un uomo dotato di un odio morboso, frenetico e incontrollabile per il principio stesso della vita, che desidera estirpare dal pianeta ogni traccia di organismo biologico, animale o vegetale, compreso se stesso. Questo sarebbe accettabilmente originale. Ma, dopotutto, l’originalità risiede nell’autore. Non è possibile scrivere un racconto fantastico dotato d’impatto senza un distacco psicologico completo dal mondo umano, e senza il magico prisma dell’immaginazione che pervade lo stile e il soggetto con gli elementi grotteschi e le inquietanti distorsioni tipiche di una visione morbosa. Solo un cinico è in grado di creare l’orrore, poiché dietro ogni capolavoro del genere deve esserci l’impulso di una forza demoniaca che disprezza la razza umana e le sue illusioni, e ambisce a distruggerle e ridicolizzarle.

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Repressione

Questi meccanismi sono collegati alla teoria psicoanalitica della repressione inconscia, pur essendo pericolosamente accessibili alla mente conscia. E quando ne abbiamo accesso nessuno può riconoscerli impunemente. Non la persona sovrappeso o il tabagista, che devono far finta di niente mentre ingoiano un cupcake o fumano una sigaretta. Non i soldati in guerra, che non devono rendersi conto che stanno rischiando la vita e il loro corpo per una razionalizzazione, come la patria, Dio ecc. Non chi soffrirà e morirà (ovvero tutti), e non ammetterà mai volontariamente di dedicarsi agli stessi vecchi giochi il più a lungo possibile piuttosto che essere preda di pensieri sulla mortalità e su tutte le sgradevolezze che la precedono. E sicuramente non gli artisti, che mantengono una distanza estetica per timore di essere azzoppati dalle realtà che vorrebbero «rendere vive».

Una volta che i meccanismi repressivi sono stati riconosciuti, devono essere cancellati dalla memoria – o nuovi meccanismi devono sostituire i vecchi – affinché si possa continuare a essere protetti dai bozzoli delle nostre vite. In caso contrario, singhiozzeremmo miserere mattino, pomeriggio e sera, invece di cantare che giorno dopo giorno, in qualche modo, le cose si fanno sempre migliori. Anche se talvolta ammettiamo i mezzucci ingannevoli con cui continuiamo a fare quello che facciamo, si tratta solo di un livello ancora superiore di autoinganno e paradosso, e non della dimostrazione del fatto che risiediamo sulla cima di una metarealtà dove siamo davvero reali. Diciamo di sapere che cosa ci attende in questa vita, ed è vero. Ma non lo sappiamo veramente. Non possiamo, se vogliamo sopravvivere e moltiplicarci.

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Effettivamente, Smith è allineato con la posizione di Zapffe secondo la quale l’essere umano

effettua una repressione, più o meno consapevole del suo colpevole surplus di coscienza. Tale processo è pressoché costante nelle nostre ore di veglia e attività, ed è un prerequisito dell’adattabilità sociale e di quello che è comunemente indicato come il modo di vivere sano e normale.

La psichiatria opera perfino presumendo che chi è «sano» e vitale sia al massimo dal punto di vista personale. La depressione, la «paura di vivere», il rifiuto del cibo e così via, sono invariabilmente considerati sintomi di uno stato patologico e curati di conseguenza. Spesso, però, tali fenomeni sono messaggi provenienti da un senso della vita profondo e più immediato, i frutti amari di una genialità di pensiero o sensibilità alla radice delle tendenze antibiologiche. Non è l’anima a essere malata, sono le sue difese che cedono o che vengono rigettate essendo – correttamente – percepite come un tradimento del potenziale più elevato dell’ego.

Anche se Zapffe riteneva la psicoanalisi un’altra forma di ancoraggio, la questione se un meccanismo repressivo sia o meno accessibile alla nostra coscienza o sia del tutto inconscio sembra di poco conto. Sia per Zapffe sia per Smith entrambi i casi conducono allo stesso esito: un’occlusione del reale. Un elemento in comune tra Zapffe e Smith è il fatto che le loro idee sull’umanità non sono scientificamente verificabili e non lo saranno per molto tempo, forse mai. E senza prove sul piatto della bilancia, chi porta idee sgradevoli agli scienziati, ai filosofi e alle persone normali si deve aspettare ben poco ascolto.

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Perturbamento II

(sui film L’invasione degli ultracorpi e La cosa di John Carpenter)

[…] Per via di queste trasformazioni, chi non è caduto vittima degli ultracorpi è roso da due dubbi spaventosi. Il primo è che chiunque altro potrebbe non essere ciò che sembra: umano. L’altro è che egli stesso, addormentandosi, rischia la trasformazione. Ma a differenza del vampiro o dello zombie, stati di esistenza tutt’altro che desiderabili, la trasformazione in ultracorpi – che malgrado compaiano al plurale nel titolo del film somigliano più a elementi di un alveare che a entità uniche e individuali – non sembra così male, sul piano oggettivo. Una volta assorbiti dal potere alieno i convertiti perdono le proprie qualità umane eccetto una: la soddisfazione, o felicità, se preferite. Nella loro esistenza diventano quietisti, cosa che nel film sembra l’ultima priorità degli esseri umani, molto più avvezzi all’agitazione della vita che già conoscono. Reazione comprensibile. Nessuno vuole essere diverso da ciò che è o crede di essere. È un destino peggiore della morte: la trasformazione in cui smetti di essere te stesso. È meglio morire che vivere integrati (ndr assimilati), anche se quella integrata (ndr assimilata) è una vita di calma permanente e rassicurante, non più vulnerabile allo spavento e al disgusto. Il nostro senso del perturbante è troppo radicato in noi in quanto creature che potrebbero non essere ciò che credono ma che difendono a qualunque costo la possibilità di sopravvivere e riprodurre la propria specie, piuttosto che quella di uno sconosciuto potere alieno.

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Attori

Naturalmente vi sono rari casi in cui si determina che la malefatta di un trasgressore sia il risultato di forze determinanti. Allora si rinuncia all’idea di libero arbitrio e responsabilità morale e l’imputato finisce in ospedale psichiatrico anziché in prigione, oppure la passa liscia perché certi giudici e giuria di una certa società diventano temporaneamente deterministi convinti, privi di alcun senso di realismo morale, e così facendo trasformano l’immagine umana dell’imputato nell’immagine di una marionetta. Ma questo capita assai di rado. In un contesto di normalità, deterministi e seguaci dell’indeterminismo concordano nel promuovere una sorta di moralità operativa. Da guardiani della nostra morale percepiscono il realismo morale come verità necessaria, sia che lo si consideri oggettivamente reale, come fanno i sostenitori dell’indeterminismo, o soggettivamente «reale», come dicono i deterministi. Senza questa verità, o «verità», non potremmo continuare a vivere come abbiamo sempre fatto credendo che essere vivi va bene.

Non è così assurdo e improbabile che la nostra psiche subisca determinazioni che rendono alcuni di noi deterministi e certi altri seguaci dell’indeterminismo. Se solo sapessimo come funzionano, queste determinazioni, potremmo rispondere all’unica domanda interessante nel dibattito che oppone il libero arbitrio al determinismo: «Perché ci si schiera da una parte o dall’altra?». Trovata la risposta a questa domanda cancelleremmo ogni traccia di rivalità, perché porteremmo alla luce il motivo che spinge i filosofi a impegnarsi in uno dei conflitti più sterili della loro disciplina. Ma dovessimo mai ottenere la risposta a questa domanda, le ripercussioni andrebbero molto al di là delle questioni di realismo o “realismo” morale. Davvero, ci sarebbe una sola ripercussione: la riduzione di tutte le tendenze filosofiche alla psicologia dell’individuo che le esibisce. Nel suo Metaphilosophy and Free Will (1996), Richard Double parla di filosofi analitici i cui scritti difendono il libero arbitrio:

Nonostante questo tipo di libero arbitrio sia redditizio in termini di precisione, ha i suoi svantaggi. Primo, rischiamo di perdere di vista la foresta filosofica per concentrarci sugli alberi dei risvolti tecnici. Secondo, e diretta conseguenza del primo, rischiamo di trovare consolazione filosofica a spese della franchezza. Immergendoci nelle sfumature teoriche rischiamo di distogliere l’attenzione dalle grandi e spaventose domande. L’attenzione al dettaglio può tradursi in un dolo, quando risucchiandoci tempo ed energie non lascia margini entro cui valutare se il nostro sia un tentativo fattibile. La precisione meticolosa può consentirci sì di restare felici e impegnati, ma distoglie lo sguardo dal quadro generale che ci turba.

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Impersonare

Nella gerarchia delle montature che compongono la nostra vita – famiglia, patria, Dio – l’io si piazza senza alcun dubbio al primo posto. Precede di poco la famiglia, che si è dimostrata più durevole delle affiliazioni nazionali o etniche, che a propria volta quanto a longevità stanno al di sopra delle figure divine. Quindi, qualunque progresso verso la salvezza del genere umano comincerà probabilmente dal fondo: quando avremo ridotto i nostri dèi alla condizione di calamite da frigorifero o nani da giardino. Soltanto dopo che ci saremo sbarazzati della fedeltà alle nazioni, agli dèi e alle famiglie potremo cominciare anche solo a pensare di dedicarci alla meno minacciata delle montature: l’io. Eppure questa gerarchia potrebbe cambiare, con l’infittirsi nel tempo delle incursioni scientifiche nella questione dell’io: se le scoperte avranno esito negativo, esse potrebbero capovolgere la progressione, con l’estinzione dell’io ad annunciare quella delle famiglie, delle affiliazioni nazionali ed etniche, degli dèi. Dopotutto, la sequenza quintessenziale della liberazione da noi stessi e dalle nostre istituzioni rimane quella abbozzata dalla leggenda del Buddha. Figlio di re, dice la storia, il nascente Illuminato Siddhartha Gautama parte alla ricerca della neutralizzazione dell’ego lasciandosi alle spalle la famiglia, gli dèi e la posizione sociopolitica: in un colpo solo. Ma per imitare il Buddha occorre una dedizione quasi disumana, una perseveranza che pochi di noi possiedono. Stando così le cose, una lesta ed efficiente distruzione delle montature in ambito mondiale sembra lontanissima senza l’intercessione della scienza, che in un imprecisato futuro – a imitazione di quelli che già utilizziamo per liberarci da certe malattie – potrebbe darci un vaccino contro lo sviluppo degli io.

Forse l’unico motivo di interesse nei confronti dell’io è questo: qualunque cosa ci faccia pensare di essere ciò che pensiamo di essere dipende dal fatto che possediamo una coscienza, la quale ci dà la sensazione di essere qualcuno, nello specifico un qualcuno umano, qualunque cosa esso sia, perché una definizione di “umano” condivisa e universale non l’abbiamo. Ma conveniamo che, anche se solo in pratica, siamo tutti io reali perché siamo coscienti di noi stessi. E una volta varcate tutte le soglie che qualificano in qualche modo il nostro io – siano essi il nome, la nazionalità, il genere o il numero di scarpe – eccoci sulla soglia della coscienza, genitrice di tutti gli orrori. E la nostra esistenza è tutta qui.

La creatura chiusa in gabbia allo zoo non sa che cos’è esistere, né si vanta di essere superiore a un’altra cosa, animale, vegetale o minerale. Quanto a noi umani, si sente lontano un miglio che abbiamo la presunzione di essere speciali. Quelli che passano per i più coscienti tra noi – quelli che avrebbero bisogno di un lavaggio del cervello particolarmente accurato – hanno indagato su cosa significa essere umani. Le loro divergenti digressioni in merito ci tengono occupato il cervello mentre il corpo bada a sopravvivere e a riprodursi – a essere vivo, cioè, perché all’alternativa non dedichiamo particolare attenzione. L’idea che essere umani possa voler dire qualcosa di stranissimo e orribile, qualcosa di assai perturbante, non è degna del minimo pensiero. Se lo fosse, chissà che cosa ci accadrebbe? Potremmo sparire in uno sbuffo di fumo o cadere attraverso uno specchio al di là del quale c’è il nulla. Naturalmente queste possibilità non ci sollevano il morale quanto ci occorrerebbe se volessimo continuare a vivere come abbiamo fatto per tutti questi anni.

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Non persone

Nel romanzo Frihetens øyeblikk («Un fugace momento di libertà»), pubblicato dieci anni prima di morire suicida nel 1976, l’intellettuale norvegese Jens Bjørneboe scrive che «chi non ha attraversato una vera, lunga e solitaria depressione è ancora un bambino». Oltre che di validità indimostrabile, lo sfogo bilioso di Bjørneboe è troppo restrittivo nell’associare alla personale classe di sofferenza del suo autore l’unico possibile rito di passaggio dell’individuo consapevole alla maturità. La depressione non è che una delle psicopatologie che potremmo selezionare per spararla grossa e sostenere che chi non ne è stato afflitto per davvero, a lungo e da solo, dovrebbe starsene al parco giochi o all’asilo. Ma è utile come esempio di malattia psicologica con la quale, in una o più delle sue varietà, la maggior parte delle persone ha avuto almeno un po’ a che fare.

La forma statisticamente più diffusa di questa malattia è la «depressione atipica». Meno comune e più letale è la «depressione malinconica». Ma a prescindere dall’aggettivo, l’effetto della depressione non cambia: essa sabota la rete di emozioni che illudono che tu e il tuo mondo contiate qualcosa in qualche maniera sensata. È lì che scopri che «quello di una volta», il tuo vecchio te stesso, non è la cosa inviolabile che credevi, né lo è il resto della tua «realtà di una volta». Entrambi sono fragili quanto il corpo e rischiano di perforarsi altrettanto prontamente, sgonfiando tutto ciò che credevamo significativo riguardo a noi stessi e al nostro mondo.

Il significato che la nostra vita sembra avere è opera di un sistema emotivo di costituzione relativamente robusta. Mentre la coscienza ci dà l’impressione di essere persone, la nostra psicofisiologia è responsabile del renderci personalità convinte che al gioco dell’esistenza valga la pena di partecipare. Possiamo avere ricordi unici e distinti da quelli di chiunque altro, ma senza le emozioni giuste a rivitalizzarli essi hanno lo stesso valore dei file digitali nella memoria di un computer, frammenti sconnessi di dati che non si uniscono mai in un individuo confezionato su misura per il quale le cose sembrano avere un senso. Puoi concettualizzare che la tua vita abbia un significato, ma se quel significato non lo percepisci allora la concettualizzazione non ha senso e tu non sei nessuno. Le uniche questioni di peso nella nostra vita sono colorate da arcobaleni o aurore di emozioni regolamentate che ci danno il senso di «come eravamo». Una brutta depressione invece fa evaporare le emozioni e ti riduce a guscio di persona abbandonata in un panorama brullo. Le emozioni sono il sostrato dell’illusione di essere un qualcuno tra altri qualcuno, oltre che della sostanza che vediamo nel mondo, o crediamo di vedere. Non conoscere questa verità-punto zero dell’esistenza umana è l’equivalente del non conoscere nulla di nulla.

Pur di intensità e natura incostanti, le nostre emozioni devono sembrare sempre stabili nella loro concatenazione, così come un cocktail va miscelato con ingredienti specifici nelle stesse quantità relative se si vuole ottenere un vodka martini o una piña colada. Unite, le nostre emozioni formano apparentemente un io principale con il quale si possono confrontare per qualità altri anormali io secondari. Anche se si scambiano continuamente posto o viaggiano affiancati dentro di noi, ben definiti o amorfi che siano, l’esperienza di questi cinguettii biologici rende pressoché impossibile dubitare che staranno con noi a tempo indeterminato. Chiedetelo a una coppietta che non riesce a immaginare di separarsi, finzione vitale senza la quale, a parte il fatto che spesso porta alla procreazione, nessuna società esisterebbe. Non avrebbe ragione di farlo, perché la ragione non è altro che il megafono dell’emozione. Hume, che era specializzato nell’infliggere ai suoi lettori certe ovvie ma taciute realtà, scriveva nel Trattato sulla natura umana (1739-1740) che «la ragione è, e dev’essere, schiava delle passioni». Liberare la ragione da questa schiavitù significherebbe per noi diventare razionalisti senza causa, paralitici azzoppati dall’attività mentale.

A proposito della depressione e del suo spiccato effetto di portare la vittima al punto di non nutrire più alcun interesse per nulla, il presentatore di talk show americano Dick Cavett una volta ha commentato che «quando ti butta giù, se anche ci fosse una bacchetta magica guaritrice sul tavolo a due metri da te ce la lasceresti, pur di non fare lo sforzo». Mai si è sentita miglior delucidazione a proposito dell’inutilità della ragione in assenza di emozioni. Quando è vittima della depressione, il nostro sistema di raccolta informazioni confronta la sua intelligence e ti comunica questi fatti: 1) non c’è niente da fare; 2) non c’è alcun posto dove andare; 3) non c’è niente che puoi essere; 4) non c’è nessuno da conoscere. Senza emozioni cariche di significato a tenere il cervello sulla strada maestra, perderesti l’equilibrio e cadresti in un abisso di lucidità. E per un essere cosciente la lucidità è un cocktail senza ingredienti, un intruglio cristallino che lascia i postumi di una sbronza di realtà. Nella perfetta conoscienza non c’è che il perfetto nulla, conclusione perfettamente dolorosa per chi cerca di dare un senso alla sua vita.

William S. Burroughs lo dice chiaramente nei suoi diari. Con la sua voce da scafato scrive: «L’amore? Che cos’è? Il sedativo più naturale che esista». Magari, però, ti verrà la curiosità di sapere che cosa succederebbe al sedativo se la depressione avesse la meglio e svelasse che il tuo amore – qualunque oggetto esso abbia – non era che uno dei tanti agenti intossicanti che ingarbugliavano la consapevolezza della tragedia umana. Magari ti verrà anche la curiosità di guardare meglio ciò che ti colpiva in quanto persona, luogo o cosa dotata di «bellezza», qualità che vive soltanto nei neurotrasmettitori di chi la osserva. (L’estetica? Che cos’è? Roba che importa solo a chi non è così depresso da non nutrire alcun interesse per nulla, cioè per quelli che stabiliscono quasi tutto ciò che dovrebbe importare a noi. Protestate quanto vi pare, ma né l’arte né la visione estetica della vita sono distrazioni concesse a tutti.) Nella depressione, tutto ciò che ti sembrava splendido, ma anche stupefacente e terribile, ora è niente. L’immagine di una luna ricamata di nuvole, di per sé, non fornisce nulla di misterioso o mistico; è soltanto un insieme di oggetti rappresentati a noi dal nostro apparato ottico e forse processato come ricordo.

Questa è la grande lezione che impara il depresso: niente al mondo è intrinsecamente irresistibile. Qualunque cosa ci sia davvero «là» non ha il potere di proiettarsi come esperienza affettiva. È tutta una faccenda vacua dal prestigio unicamente chimico. Niente è buono o cattivo, desiderabile o indesiderabile o chissà cos’altro, tranne ciò che è reso tale dai laboratori interiori che producono le emozioni di cui ci nutriamo. E nutrirsi di emozioni è vivere in maniera arbitraria, inaccurata: attribuire un significato a ciò che non ne è provvisto. E però, che altro modo c’è di vivere? Senza lo sferragliante e inarrestabile macchinario delle emozioni tutto andrebbe in stallo. Non ci sarebbe nulla da fare, nessun luogo dove andare, niente da essere, nessuno da conoscere. Le alternative sono chiare: vivere nel falso, da pedine degli affetti, o vivere nei fatti come depressi o individui a cui è noto ciò che è noto al depresso. Che gran vantaggio non essere obbligati a scegliere l’una o l’altra, dal momento che nessuna delle due alternative è eccellente. Basta uno sguardo all’esistenza umana per avere la prova che la nostra specie non si libererà mai dal giogo dell’emozionalismo che la tiene ancorata alle allucinazioni. Non sarà un modo di vivere, ma scegliere la depressione sarebbe scegliere di chiamarsi fuori dall’esistenza così come siamo consapevoli di conoscerla.

Naturalmente, dalla depressione si può guarire. Ma in tal caso conviene tenere a bada la consapevolezza di quel che hai attraversato. Altrimenti cominci a pensare che essere vivo non va bene come credevi quando ti lasciavi trasportare da un sistema emotivo di costituzione relativamente robusta. Lo stesso vale per i sistemi dell’organismo di ogni genere, come il sistema immunitario. Perché quando un tuo apparato va in tilt, non riesci a funzionare come pensi che dovresti. Rischi di non riuscire a pensare ad altro che a vomito, muco, catarro e altra roba liquida che espelli dal tuo corpo quando il sistema immunitario non riesce a contrastare l’assalto di un’infezione virale o batterica. Se questo è come eri sempre stato, non potrai continuare come essere ben organizzato, cioè «come quello che eri», qualunque cosa fosse. Può darsi invece che ti sentirai meglio dopo che uno o più dei tuoi sistemi sono andati in tilt, e in quanto essere fresco di riorganizzazione probabilmente penserai: «Sono tornato a essere il me stesso di una volta». Tuttavia, altrettanto sinceramente potresti pensare che il vecchio te stesso fosse quello che era malato, non quello i cui sistemi ben organizzati collaborano tanto coordinati da non farsi neanche notare. […]

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Economia del buddhismo

(Sulla stronzata che è il buddismo; e riguardo la coscienza)

Come tutte le altre religioni il buddhismo è un repertorio di progetti di bricolage, alcuni dei quali, come il buddhismo della Terra Pura, non sono che versioni light delle fedi di cui abbiamo dato un succinto riassunto. Questo principio ha un parallelo in qualsiasi filosofia, ideologia e serie di miti mai presentati al mondo. Poiché non esistono due menti dai contorni identici, non può esistere sistema o collocazione di sistemi che vada bene a tutti. Se quel che cerchi è la verità, una vita esaminata ti condurrà soltanto a un lungo viaggio verso i limiti della solitudine e ti scaricherà sul ciglio della strada con la tua verità e nient’altro. Questo dà ai credenti di qualsiasi fede il diritto di esprimere un’opinione su quello che pare a loro. Per i buddhisti, però, è un problema, perché attaccarsi a un’opinione, o a qualsiasi altra cosa si attacchi la gente comune, è un ostacolo sulla strada del retto praticante. Ma state certi che pure nella legge buddhista, o in una versione personale a caso della legge buddhista, ci saranno eccezioni che decretano se l’attaccamento non è attaccamento. […]

A parte la reincarnazione e la ginnastica mentale che essa impone al credente, il pezzo forte del circo a tre piste del buddhismo rimane lo stato o non stato di illuminazione che, come il luna park etereo di Gesù, è un’appetitosa carota sospesa nel buio della sofferenza della vita, se siete tra coloro che sono abbastanza sensibili alle sue sofferenze. Tuttavia, per agguantare la carota ci si deve prima prostrare ad autorità dogmatiche indistinguibili da quelle del cristianesimo, ministri spirituali che ti costringono con la forza a fare certe cose e a non farne altre, minacciandoti che altrimenti non sarai illuminato.

Ma qui sta il vero inghippo: se vuoi diventare illuminato non lo diventerai mai, perché nel buddhismo volere una cosa è esattamente ciò che ti impedisce di ottenere la cosa che vuoi. Detta meno tortuosamente, se vuoi porre fine alla tua sofferenza, non lo porrai mai. È il «paradosso del volere» o «paradosso del desiderio» e i buddhisti sono già pronti a fornire spiegazioni razionali e irrazionali del perché questo paradosso non è un paradosso. Non vale la pena sforzarsi di capirle, queste spiegazioni, perché secondo il buddhismo non c’è niente da capire e nessuno che possa capirlo. E fintanto che credi che ci sia qualcosa da capire e qualcuno che può capirlo, il tuo destino è segnato. Ambire a questa comprensione è la cosa più impegnativa di tutte. Ma ambire a non cercarla è altrettanto impegnativo. Non c’è niente di più futile che cercare consciamente, in qualcosa, la salvezza. Ma la coscienza fa sembrare che non sia così. La coscienza fa sembrare che 1) c’è qualcosa da fare; 2) c’è un posto dove andare; 3) c’è qualcosa che si può essere; 4) c’è qualcuno da conoscere. Questo fa della coscienza la genitrice di tutti gli orrori, ciò che ci fa tentare di fare qualcosa, andare da qualche parte, essere qualcosa, conoscere qualcuno, come noi stessi, per poter sfuggire al nostro MALIGNAMENTE INUTILE essere [sic], e pensare che essere vivi vada bene e non che non dovrebbe essere.

Il «paradosso del volere» buddhista si può assimilare a un correlativo del paradosso di Zapffe (il paradosso degli esseri consci che cercano di rinunciare alla coscienza delle possibilità palesemente tristi della loro vita). La differenza tra il paradosso del buddhismo e il paradosso di Zapffe è che quest’ultimo non è disponibile a farsi risolvere, spiegare o negare, né razionalmente né irrazionalmente. Lo si può soltanto lasciare senza risposta, in modo che possiamo continuare a vivere come facciamo da tutti questi anni, o almeno il più a lungo possibile prima che il paradosso esiga una risposta nella misura in cui non tolleriamo più la nostra condizione di creature la cui esistenza è terribilmente falsa e paradossale, così perturbanti che non riusciamo più nemmeno a guardarci l’un l’altro o a tener alta la testa. Fino a quel giorno, continueremo a vivere da io ostinati che affermano che essere consci è una maniera illuminata di esistere e che essere vivi va bene.

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Note

3)

«Ti ricordi che ti ho detto che ti avrei spiegato che cos’è la vita? Bé, il fatto è che la vita è assurda. Vedi, la gente non fa altro che parlare della verità, tutti sanno sempre qual è la verità, come se fosse carta igienica o qualcosa di cui hanno una provvista nella credenza. Man mano che cresci, capisci che non esiste la verità. Esistono solo le stronzate. Stratificate. Uno strato di stronzate sopra un altro. E quello che fai nella vita, una volta cresciuto, è solo la scelta dello strato di stronzate che preferisci, che diventano le tue stronzate, ecco. Capito?» Nonostante il cinismo nelle parole di LaPlante, lo scopo di questa lezione paterna è di creare un legame tra lui e il figlio (Hollywood investe molto nelle trame in cui famiglie spezzate vengono «sanate»). Questo legame si basa sullo svelamento della vita come stronzata e pure lo svelamento è una stronzata – dato che uno non avrebbe alcuna base per voler preferire uno strato di stronzate a un altro a meno di non essere già saturo di stronzate – e ciò dimostra la tesi di LaPlante che «esistono solo le stronzate» senza che lui se ne renda conto, e le stronzate funzionano proprio così. Questo non è il messaggio che ci si aspetta che lo spettatore riceva dal filosofeggiare per le masse di Eroe per caso [(1992)], ma è presente lo stesso.