
Umberto Galimberti – Convegni e interviste (estratti)
Vedi anche: “La fatica di essere se stessi. Depressione e società”, di Alain Ehrenberg.
Nota: il termine Tecnica, in maiuscolo, è usato qui come in filosofia, per dire la tecnologia come intesa da Heidegger, un modo di pensare il mondo, e un modus operandi che è ora diventato un fine anziché un mezzo.
Indice
- 2023/11/28 - Non scriverò più libri
- 2022/10/31 - Muschio selvaggio (podcast) Ep.102
- 2021/05/22 - Discorso sul tempo
- 2020/10/16 - Trovare la propria vera identità
- 2020/09/16 - Dove nasce l'anima
- 2020/03/03 - Coronavirus
- 2019/11/17 - Da Marco Montemagno
- 2019/09/13 - I pregiudizi del nostro tempo
- 2019/04/17 - La degenerazione della scuola
- 2019/03/26 - Dialoghi sull'anima dell'educazione
- 2019/03/13 - Paura
- 2018/09/21 - Le cose dell'amore
- 2018/03/11 - Il disagio giovanile nell’età del nichilismo
- 2017/05/16 - La psicoanalisi: una storia romantica
- 2017/03/08 - La sapienza greca
- 2017/02/24 - Dizionario dei nuovi vizi
- 2016/11/15 - L'utopia assente. I giovani alle prese con il futuro
- 2016/09/24 - L'illusione della libertà
- 2016/07/21 - La Bellezza
- 2015/10/03 - Io e l'altro
- 2015/03/07 - La doppia vita (quella ingannevole dell'Io e quella veritiera della specie)
- 2014/03/14 - Generazioni orfane di futuro
- 2010/11/25 - Male del nostro secolo: Nichilismo
- 2009/05/07 - Venir meno per essere nulla: il problema attuale del nichilismo
2023/11/28 – Non scriverò più libri
https://www.youtube.com/watch?v=JpiuR5YeGN4[🡕]
Conversazione con Antonio Alizzi, Milano
( Sul suo ultimo libro “L’etica del viandante” )
Però non bisogna confondere il viandante come uno che compie una sorta di anarchica erranza. Lui, camminando, incomincia a percepire che cos’è la terra, si rende conto delle condizione della terra, perché lui va in giro per conoscere. […] Rinuncia al modello antropocentrico che caratterizza la nostra cultura secondo cui l’uomo deve dominare la terra – non limitandosi all’uso della terra ma addirittura arrivando alla sua usura.
[…]
Il viandante è una metafora per dire il contrario dell’uomo che abbiamo in mente e vediamo tutti i giorni.
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( Sulla sua figura pubblica. )
L’essere pubblico non importa niente. […] Mi piace di più la mia componente monacale, tutto sommato; vivo da solo. […] per me i rapporti sono solamente duali. […]
Intervistatore: Mi ha colpito questa sua espressione: quando arriva già il terzo, la terza persona, c’è il rumore.
Galimberti: Sì, c’è già una moltitudine, il terzo è già una popolazione. Ma per chiunque è così, nel rapporto duale c’è più sincerità, c’è più comunicazione. Il due conta per me. Quindi le folle non mi dicono proprio niente.
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Intervistatore: Lei ha paura di morire, professore?
Galimberti: No, perché sono abbastanza vecchio, così annoiato di questo mondo, che tutto quello che vedo l’ho già visto. Per cui vedere che tutto quanto si ripete, che è tutto un déjà vu… E poi sono greco: […] se tu ti abitui fin da piccolo che devi morire, oltre a sviluppare una bella etica del limite, cosa che noi occidentali non abbiamo, poi dopo, beh, la morte… Io sono convinto che quelli che hanno coltivato l’idea che devono morire, muoiono meglio […].
2022/10/31 – Muschio selvaggio (podcast) Ep.102
https://www.youtube.com/watch?v=arVmczOyLpU[🡕]; Muschio selvaggio (podcast) Ep.102 – Prendiamoci il futuro con Galimberti
Anche quando faccio le conferenze, appena finite non apro le domande. Perché le domande… quando uno fa una domanda in realtà racconta la sua vita, non è che sta facendo una domanda.
( ndr Un’altra simile sua presa da qualche altra parte: Si uccide qualcuno per poterlo poi raccontare.
Oppure, ancora, come raccontano Saviano e altri, che il mafioso lo diventa non tanto per i soldi o l’adrenalina o chessò, ma per il potere, e il potere esiste solo in relazione con l’altro.
Alla base di molti comportamenti, se non tutti, c’è insomma sempre un narcisismo imperante. )
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L’impero romano è crollato per la corruzione dei costumi. […] Oggi, i nostri ragazzi saprebbero prendere in mano il fucile che prendono in mano gli ucraini per andare a sparare? No. Basta, fine, chiuso, abbiamo finito. Non è che io con questo dico «andate a prendere il fucile», ma certamente non siete più forti. Anzi, penso che addirittura qui ci sia la radice profonda del razzismo dell’italiano.
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Günther Anders, che è un allievo di Heidegger, dice che la tecnica non è altro che la massima espressione di quel teatrino di provincia che è stato il nazismo. […] Ha scritto al suo maestro Martin Heidegger: «Lei mi ha insegnato che l’uomo è il pastore dell’essere; io qui, alla Ford» – perché era andato a fare l’operaio alla Ford – «sono il pastore delle macchine.»
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(sul corso Buenos Aires a Milano)
Chi è questa gente? [È] mezza Lombardia che viene giù al sabato a comprare qualsiasi cosa, pur di andare a casa con una soddisfazione. I depressi, di solito, quando proprio non si curano, hanno questa “auto-cura” di comprarsi una robetta, comprare i pantaloni nuovi, un paio di scarpe nuove, e per un giorno son contenti. Poi, magari non le mettono mai, però son contenti. […] Abbiamo spostato l’identità da chi sono a che cosa ho. […] L’avere diventa la compensazione di una carenza di essere. […] Guarda, io ho incominciato a fare lo psicanalista nel 1979, e allora i problemi erano problemi sessuali, problemi emotivi, problemi d’amore… Oggi non c’è più nessuno che ti parla di ’ste robe. Quello che ti chiedono è che senso ha la mia vita. Perché se tu sei ridotto a essere un funzionario d’apparato, a compiere le azioni descritte e prescritte dall’apparato, veramente ti domandi, dopo un po’, qual è il senso della tua vita. […] Diceva sempre il mio amico Günther Anders, che se noi trattiamo il mondo come un mondo da buttar via – e il nichilismo è questo – finiremo per trattare l’umanità stessa come un’umanità da buttar via. E ci siamo già arrivati.
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Poi una cosa insopportabile sono le buone maniere, le convenzioni…
2021/05/22 – Discorso sul tempo
https://www.youtube.com/watch?v=Tiuy2vjC_oM[🡕]; caricato il 2021-05-22, canale YouTube di Gianpaolo Ciaramella.
[…] la Tecnica modifica anche il tempo.
[…] ritorniamo per un attimo al mondo greco, il quale aveva individuato due tipi di temporalità. […] innanzitutto il tempo ciclico, individuato come tempo della natura. Il tempo ciclico prevede una sorta di eterna ripetizione dell’uguale, che noi possiamo approssimativamente immaginarcelo se facciamo riferimento al tempo degli agricoltori, che prevede appunto la ciclicità delle stagioni. […] Il tempo ciclico […] era anche il tempo a cui l’uomo si uniformava, e non tanto per la sacralità della natura e non solo in Grecia, quanto perché dal ciclo della natura dipendevano i mezzi della sua sussistenza. Il tempo ciclico […] non prevede futuro che non sia l’eterna ripresa del già accaduto. Per cui la figura antropologica imminente è la figura della memoria. La memoria che diventa sedimento e saggezza nella vecchiaia perché il vecchio, avendo visto più cicli, è colui che sa di più. […] Questo modello non è defunto, naturalmente; innanzitutto permane come struttura temporale della natura […], ma viene anche a strutturare la categoria umana dell’esperienza. […] Quello che è eminente nella temporalità ciclica è quindi la dominanza del passato, che il presente ribadisce; mentre il futuro – come luogo di novità, accadimento, evento non previsto – non ha particolare rilevanza.
A questo tempo ciclico fa riferimento anche Nietzsche, là dove parla di «Emblema della necessità», riprendendo categorie greche, «che nessun desiderio raggiunge, che nessun “No” contamina, eternamente io sono la tua affermazione» (Ecce Homo, 1922). […] il desiderio è una proiezione a venire, e quindi il desiderio investe il futuro, e quindi che «nessun desiderio raggiunge» se la ciclicità del tempo è regolata dallo stemma della necessità. E che «nessun No contamina» perché non c’è la possibilità di dir di no all’eterna ripetizione, alla necessità dell’accadimento ciclico. [… qui] abbiamo già una indicazione del contenimento dei desideri, della limitazione del desiderare.
Desiderio è una parola che ha a che fare con le stelle. […] Nel desiderio è implicito qualcosa che ha a che fare col nulla. Nel senso che il desiderio ospita dentro di sé, come sua struttura portante, la mancanza[🡕]. Il desiderio si alimenta di mancanza. Questa dimensione nichilistica sottesa al desiderio la vedremo come struttura costitutiva dell’amore, il quale può sussistere solo nella forma della mancanza.
Una cultura che si organizza sullo scacco del desiderio è naturalmente antitetica alla cultura che si organizza invece sulla promessa della speranza; perché quando il cristianesimo ci induce a sperare, o figura il tempo come speranza, evidentemente ha una visione del futuro molto più promettente di quanto non sia invece la dimensione greca del desiderio come luogo della mancanza e dell’assenza, che non ti concede di sperare perché lo stemma della necessità, il destino, non ti consente di far passare il tuo desiderio nell’ordine della regolarità dei cicli.
Accanto a questo tipo di temporalità i greci avevano intuito anche un altro tipo di temporalità che avevano chiamato tempo scopico. […] in greco, σκοπός (skopós), viene dalla parola σκοπέω (skopéo) che vuol dire guardo, vedo. […] E anche la parola italiana scopo è quel bersaglio che tengo in vista e che voglio raggiungere. […] quello che noi nominiamo fine o scopo è una scelta dello sguardo umano, cioè qualcosa di eletto dal mio sguardo. Non ci sono degli scopi, ma c’è una mia elezione dello scopo. […] E naturalmente lo scopo è anche limitativo, nel senso che se io pongo la mia attenzione solo su un oggetto che diventa il mio scopo, tutto quello che mi passa accanto, passa in qualche modo inosservato. […] ogni volta che nella nostra vita noi eleggiamo uno scopo sappiamo di mettere in penombra tutte le offerte della vita che non sono state focalizzate dal nostro sguardo. Io sono convinto che molte infelicità dipendono semplicemente dal fatto che abbiamo stabilito che la felicità è l’oggetto che abbiamo assunto come scopo e tutte le offerte di felicità che la vita ci offre non vengono neppure avvertite perché abbiamo stabilito che la felicità è là, dove abbiamo puntato lo sguardo. Per cui in ogni infelicità c’è una colpa, c’è la colpa della disattenzione. […] Si potrebbe chiedere a ogni persona che va in analisi se alle volte la sua sofferenza non sia determinata dalla determinatezza del suo desiderio, che elegge un oggetto come unico scopo e tutto il resto sparisce. [Vedi] la nevrosi depressiva.
[…] i greci avevano inserito all’interno di questo tempo il fattore del καιρός (kairós), che è un altro tipo di temporalità, inscritta nel tempo scopico come tempo opportuno: circostanze favorevoli. […] Questo tempo viene attribuito agli dei, alle circostanze favorevoli; in realtà in questo tempo sta quella virtù delle azioni pratiche […] – φρόνησις (phronesis) – che è la virtù di Ulisse, che è quella di catturare le circostanze opportune per uscire dal pericolo e per raggiungere lo scopo. I greci ci tenevano moltissimo a questo tipo di temporalità: è la capacità di risolvere le situazioni pratiche perché sono sensibile alle circostanze, perché sto attento a dove mi sto muovendo, perché il mio desiderio non mi acceca, la mia brama dell’oggetto non è tale da oscurare la situazione favorevole o sfavorevole.
[…]
Il tempo scopico è un tempo breve. […] Qualcosa diventa funzionale e consente di raggiungere lo scopo se è qui ieri o, se volete, oggi [o domani]. […] – diciamo un recente passato e un immediato futuro. Questo è il tempo dell’uomo: è il tempo che consente la realizzazione delle cose. Ed è anche il tempo che istituisce le cose come mezzi e come fini. Un mezzo è un mezzo se il fine è qui a portata di mano. […] Qualcosa nasce come mezzo, e qualcosa nasce come fine, solo in una contrazione rapida del tempo. […] Questo è il tempo dell’uomo, ben coordinato con la sua vita breve, no? Ippocrate quando diceva «L’arte è lunga ma la vita è breve.» Quasi a dire le scoperte della medicina proseguiranno, ma nel frattempo gli uomini moriranno.
[…] La contrazione del tempo è ciò che fa nascere le cose nella loro configurazione di strumenti e la compresenza del fine – il suo essere a portata di mano – è ciò che configura qualcosa come fine. A questo punto, dopo tutte le cose che abbiamo detto voi capite che questo è il tempo della Tecnica. La Tecnica, che percepisce le cose come mezzi solo se i fini sono lì a portata di mano, e concepisce qualcosa come fini solo se i mezzi sono a disposizione. Quindi i greci, che sono stati l’unico popolo – essendo il più intelligente della terra – che hanno individuato il problema della Tecnica nella tragedia di Eschilo e Prometeo, hanno individuato anche il tempo come tempo scopico, ovvero come contrazione della temporalità: la Tecnica è una velocizzazione del tempo. […] È per effetto della Tecnica che le generazioni non sono più scandite dal rapporto padri e figli ma dalle generazioni degli oggetti, no? I telefonini di seconda, terza generazione, i computer di seconda, terza generazione, cioè: sono le macchine che ormai sanciscono il tempo. Il tempo scopico è la contrazione tra il recente passato e l’immediato futuro[ – pensate a Internet]. All’interno c’è l’alea, il tempo non controllato, il tempo che gli dei possono rendere favorevole o sfavorevole, quello che poi Machiavelli chiama fortuna, la buona sorte. […] L’uomo, in questo tempo estremamente contratto, ha creato la nostra cultura, la nostra civiltà. Sotto questo profilo gli occidentali sono ammirevoli; poi non so se questo tempo contratto è anche il tempo della vita… Perché tutti quanti ormai ci lamentiamo che “non abbiamo più tempo”, cioè tutto il mondo della vita viene scardinato dalla mancanza di tempo: non si incontra più la gente, per essere invitati a cena bisogna prenotarsi un mese prima, c’è tutta una scansione della temporalità che riduce la comunicazione tra gli uomini determinata proprio dal fatto che il tempo della Tecnica brucia i tempi, non perde tempo, essendo la forma più razionale. E nella razionalità interviene anche il fatto che il tempo non ha da perdersi.
Bene, passiamo all’ultima temporalità, questa volta di origine ebraico-cristiana, che è invece un altro tipo di temporalità, che è il tempo escatologico. Il tempo escatologico è caratterizzato dal fatto che la parola ἔσχατον (éschaton) è una parola greca; non vi dovete meravigliare perché tutto il vocabolario biblico in uso nella teologia e nella letteratura cristiana è un linguaggio latino o greco, perché la Bibbia è stata tradotta in greco dai Settanta e quella traduzione greca ha fatto testo. Éschaton vuol dire ultimo. Tempo escatologico vuol dire che all’ultimo giorno si realizza quello che all’inizio era stato annunciato. E tutto ciò che non si comprende nel tempo è dovuto al fatto che non siamo ancora all’ultimo giorno. L’ultimo giorno è il giorno dell’apocalisse; apocalisse è un’altra parola greca, che vuol dire από καλύπτω (apò kalýpto), kalýpto vuol dire nascondo: tolgo il velo a tutti i misteri della storia, e manifesto il disegno sotteso al tempo. […] Per cui ha buon gioco il cristiano a dire che ciò che non si capisce appartiene al mistero di Dio. […] il tempo di per sé non è depositario di un senso – il tempo ciclico non ospita nessun senso, è pura ripetizione; il tempo scopico ospita il senso dell’obiettivo raggiunto, ma l’obiettivo raggiunto non è il senso finale. Nella vostra biografia ogni obiettivo raggiunto non ha costituito il senso della vostra esistenza, anzi, il senso della vostra esistenza consisteva nel ripartire da ogni obiettivo raggiunto. L’unico tempo depositario di un senso è il tempo escatologico, perché lì si dice che si inserisce nel tempo un disegno. E quando il tempo è carico di un disegno nasce la storia. Non c’è storia fuori dal tempo consegnato a un disegno – che è un disegno di salvezza, naturalmente, all’interno della visione cristiana della temporalità.
[…] Nella vostra esperienza biografica, quando voi vi innamorate chiamate questo tempo “storia”: «Ho avuto una storia.» Bisogna stare molto attenti al linguaggio popolare perché è rivelativo di significati molto profondi. […] Cosa vuol dire «ho avuto una storia»? Vuol dire che il tempo, che è uguale – lunedì, martedì, etc., e tutto ogni volta – […] c’è un tempo che fuoriesce dalla temporalità, acquista una qualità nuova, perché quel tempo è iscritto in un disegno d’amore. E acquista una sua peculiarità, una sua rilevanza, una sua non consequenzialità col resto del tempo. […] Tucidide, per esempio, inizia le sue storie dicendo che incominciano dieci anni prima della sua nascita perché prima non è successo niente di importante; perché i greci non hanno nessuna nozione di Storia, perché non hanno nessuna nozione di salvezza. L’uomo non ha bisogno di essere salvato, l’uomo è mortale, la sua esistenza è inscritta nel ciclo della natura, quel tipo di temporalità non proietta nessuno scenario, nessun disegno, nessuna istanza salvifica, e quindi non c’è Storia. Non so se nel mondo orientale c’è Storia… No, non c’è Storia. La Storia è un evento solo occidentale, come evento giudaico-cristiano. […] La Storia ha un senso, il tempo non ha un senso; il tempo è ciclo o è scopo, ma non senso. Il senso è rigorosamente connesso alla Storia. […] E il tempo è tra l’inizio (creazione del mondo) e fine del mondo; questo è il tempo escatologico. All’inizio c’è il male, il negativo, ora c’è la redenzione (che non è solo l’avvento di Cristo, ma anche le opere che i buoni cristiani compiono per la salvezza), e alla fine c’è la salvezza, che è l’elemento positivo. Quindi è una visione ottimistica della Storia: il male viene riscattato e ci si salva. […] Quando la gente chiede “un filo di speranza” sta ragionando in questo scenario, perché nell’altro scenario[, quello del tempo ciclico, ] non sorge neanche la domanda della speranza. Non ha senso una domanda circa la speranza. E neppure [nel kairós], perché qui c’è o la delusione di non aver raggiunto un obiettivo, o la gioia d’averlo raggiunto da cui si parte per altri obiettivi, e quindi è un gioco di prova ed errore, questo, ma non di speranza.
[Abbiamo detto:] visione ottimistica della Storia. Fuoriuscita dal tragico, no, è ovvio, perché alla fine ci attente la salvezza.
[…]
Interessante, in questo scenario, è il dolore. Il dolore viene visto come espiazione di una colpa e come caparra di salvezza. […] Quindi anche il problema del male che tanto affanna… «Come fa un dio buono a tollerare che i bambini muoiano di fame?», non è interessante: «Dio è buono perché salva l’umanità, e la salvezza viene attraverso il percorso del dolore.» Questa è la fede.
[…]
Oggi ci si lamenta che nell’età della Tecnica non si vede un orizzonte, non si vede uno scopo finale. Anche qui… lo scopo finale. Come nasce dentro di noi il bisogno di uno scopo finale, come nasce dentro di noi il bisogno di reperire un senso? Come nasce dentro di noi il lamento che la Tecnica non ci fa intravedere uno scopo finale e tantomeno ci consente di reperire un senso, né della Storia, né della biografia? Nasce dal fatto che siamo in questa cultura: che la nostra psiche – la nostra di noi occidentali cristiani – è costruita secondo questo modello. E proprio perché la nostra psiche è costruita secondo il modello del tempo come disegno e del disegno come Storia, nasce la domanda del senso. E siccome la Tecnica non offre nessun senso, nasce il disagio dell’insensatezza. La domanda del senso, dal mio punto di vista, è una domanda che nasce solo all’interno della tribù giudaico-cristiana: non è una domanda antropologica. Non è una domanda che è pertinente all’uomo, il reperimento di un senso. […] Non a caso il disagio psichico è sempre stato curato secondo modalità religiose, che sono le modalità del conforto, della confessione, del perdono, dell’accoglienza. E qui – non vorrei offendere nessun psicanalista – mi pare che la psicanalisi no sia altro che la ripresa in tono minore di queste figure. [Tra cui anche] individuazione della causa: «Qual è il peccato originale della tua vita da cui dipende il dolore?» Ecco: la macchina è la stessa. Quando poi gli psicanalisti si lamentano per dire «Una volta noi curavamo le nevrosi, adesso invece la gente ci viene a chiedere il senso…», benissimo: è la nevrosi delle nevrosi. E tu, macchina psicanalitica, qui non puoi fornire nessuna risposta. Nel senso che un conto è se io vado in analisi perché non riesco a uscire di casa, un conto è se ho gli attacchi di panico, […] un conto è se sono depresso, ma un conto è se vado a chiedere il senso della mia vita. Ecco: qui si sta chiedendo troppo, qui stai esagerando. Qui, per un greco, stai commettendo una ὕβϱις (hýbris) di quelle tremende: come se il mondo fosse costruito per la soddisfazione della tua domanda di senso! Ecco, qui c’è la hýbris, la tracotanza.
[…] le pratiche ecclesiastiche hanno svolto un’operazione terapeutica rispetto a cui gli psicanalisti possono impallidire, alla grande. Operazione terapeutica enorme di conforto del dolore, di speranza… Che sono azioni terapeutiche, perché il problema non è tanto che una cosa sia vera o sia falsa, il problema è che sia creduta o non creduta, giusto? Guardatevi bene dalla verità, che non è proprio la panacea di tutte le cose: la fede è molto più interessante da questo punto di vista, in termini psichici. Perché se io credo […] che sarò salvato, […] vero o falso che sia è sufficiente che io creda e la mia psiche sta bene, perché la psiche è alleata della fede, non è alleata della verità. Dicevamo ieri, che dal punto di vista della verità tutti sappiamo che dobbiamo morire, ma la psiche non ci crede. La sua fede è nell’immortalità.
[…] Ma proprio facendo l’operazione di terapia di massa adesso si trovano nella condizione tragica di non essere più in grado di dare la risposta che hanno dato per secoli. E non sono più in grado di darla perché la Tecnica erode il terreno alla religione o, come preferisco dire io, corrode il trono di Dio. E lo corrode non tanto perché con la Tecnica noi riusciamo a raggiungere quello che una volta eravamo costretti a pregare gli dei per ottenere, a partire dalla pioggia, a partire dal sole[: …] quello che una volta chiedevamo a Dio adesso lo otteniamo grazie alla mediazione tecnica; solo la guarigione – non so se voi siete mai stati in pericolo di vita, un’esperienza che varrebbe la pena di provare […] Quando voi vi trovate su un letto di morte può venire vostro marito, vostra moglie, i vostri amanti, i vostri amici, il prete… Però i vostri occhi si illuminano solo quando arriva il medico, no? Cioè arriva l’uomo della Tecnica, non l’uomo della fede. Neppure l’amicizia, neppure l’amore reggono l’impatto: perché la fede che avevamo nella religione l’abbiamo trasferita nella Tecnica.
[…]
Quindi c’è stato questo trapasso dal religioso al tecnologico, ma non è questa la ragione per cui si corrode il trono di Dio: la ragione è un’altra. La ragione è dovuta al fatto che perché io abbia fede, speranza, la mia psiche dev’essere in grado di ospitare un tempo escatologico, un tempo a lunga gittata, fino all’ultimo giorno, fino all’apocalisse, un tempo che parta da Adamo ed Eva e arriva all’ultimo giorno. […] una volta, la Chiesa, quando faceva gli esercizi spirituali, cosa non dissimile da quello che stiamo facendo noi oggi, [cioè questa lezione], pesantissime, in generale, con due prediche al giorno; si cominciava dalla creazione del mondo e si finiva con la fine del mondo. Erano cicli di quattro, cinque giorni, […] per incardinare nella psiche umana il tempo escatologico: che la tua storia non finisce domani, che per quante disgrazie ti succedano c’è sempre un rimedio, che Dio provvede agli uomini, che non c’è un capello che cade dalla tua testa che Dio non voglia… […] La psiche introiettava l’escatologia, questa temporalità, e quindi era nelle condizioni di credere. Perché io non sono nelle condizioni di credere se la mia psicologia ospita il tempo ciclico; e non sono nelle condizioni di credere se la mia psicologia ospita il tempo progettuale oggi-domani. Ma se la Tecnica ci abitua a pensare il tempo progettuale oggi-domani, recente passato e immediato futuro, la nostra psiche si disabitua al tempo lungo, e quindi non ha più la condizione per pensare in termini escatologici. Se la Tecnica ci abitua a pensare dall’oggi al domani – perché questo è il tempo della Tecnica – e se ci abitua a pensare a mezzi-fini, mezzi-fini, mezzi che diventano i mezzi per altri fini… Se questo è il ritmo allora non ho più il tempo escatologico come tempo per pensare la Storia come tempo fornito di senso, quindi per la speranza, quindi per tutte quelle altre cose. E quindi non ho più il tempo della fede, della speranza, non ho più il tempo della salvezza introiettato nella mia psiche. […] I giornali non ci dicono nulla della fine dei giorni perché sono cadenzati sul momento; le televisioni, sul momento… Tutta la temporalità è momentanea, oggi; noi siamo nel momento. E questa è anche la ragione per cui la Tecnica fa fuori l’utopia – cioè, per esempio, se facessimo l’utopia che la guerra va bandita dal giro dell’umanità, c’è sempre qualche Sofri che salta fuori a dire che questi sono errori. Perché la pace è un errore e invece la guerra è legittima, perché, non ho capito, cos’è? […] No, se io faccio questo sogno “sono fuori dal tempo”, no? Sei un estremista se dici che la pace è un valore e la guerra un disvalore. […] La rivoluzione: altra figura escatologica. Quando è morto Giovanni Paolo II io mi son permesso di dire che Marx è un grande cristiano nel senso che vive la stessa escatologia del tempo religioso… E questa cosa non viene più capita perché Marx se è comunista non può esser cristiano… […] No, il comunismo è un evento cristiano: non mi importano gli effetti storici, ma l’escatologia sottesa è la stessa: il passato è male, la rivoluzione è riscatto, e il futuro è salvezza. Non mi interessa che non sia realizzato, perché, dove si è realizzato il cristianesimo?!
[…] [L’impero della Tecnica] brucia tutto il passato e inaugura il futuro come successione di scoperte, sapendo che ogni scoperta è la liquidazione e il rifiuto di tutto l’antecedente. […] la Tecnica visualizza il passato non come male, ma come rifiuto, come non utilizzabile, come insignificante. Per cui la terra diventerà un cumulo di rifiuti non perché non facciamo la raccolta differenziata, ma perché è della Tecnica rifiutare tutto ciò che non è nuovo. La società dei consumi è un evento tecnologico prima che un business commerciale; ma siccome gli imprenditori queste cose non le capiscono, lasciamogli pure credere che sia un business commerciale; ma in realtà è l’implicito del tecnologico. Il quale, per continuare a produrre, è necessario che la gente consumi in un divoramento continuo, perché se non consumi non si produce, se non si produce… L’essenza del nichilismo, non andiamo a cercarla nella metafisica, è già qui, è in corso Buenos Aires a Milano il nichilismo: tu devi consumare, devi, perché se non consumi non si produce, e se non si produce la gente è a casa da lavorare. Il circolo è perverso. E l’essenza del nichilismo è che le cose sono fatte non per durare ma per finire. […] Se poi la lavatrice dura un po’ troppo, […] allora lì interviene la moda[: …] questo non è più “up to date”, via. Mica vorrai andare in giro con quel vestito lì che era di moda l’anno scorso, no?
2020/10/16 – Trovare la propria vera identità
https://www.youtube.com/watch?v=8hyIENW--J4[🡕]
“Le sfide che fanno crescere: I valori che educano alla comunità. I valori e le regole del con-vivere civile, 2019-2020”, Cinecity Lignano.
Mentre gli animali mangiano quando hanno fame, l’uomo è affamato anche della fame futura. Cioè provvede a procurarsi il cibo anche a stomaco pieno, perché sa che avrà fame.
[L’anticipazione, il prevedere, al posto degli istinti.]
Gli uomini non hanno istinti; che cos’hanno? Hanno pulsioni a meta indeterminata.[…] Noi uomini, per giunta, tanto per glorificarci rispetto al resto dei viventi, ci pensiamo addirittura “liberi”. E confondiamo questa libertà con ciò che in realtà è la nostra indeterminatezza.
2020/09/16 – Dove nasce l’anima
https://www.youtube.com/watch?v=2lV0L9J-ssY[🡕]
Associazione Rinascimento Culturale. Gussago, Palazzo Caprioli. “Indagine sull’anima: tra ragione e follia, tra spirito e materia.”
( ndr Le cose di questo specifico intervento non sono condivise da chi le riporta, ma sono interessantissime, perché sono il boomer umanista che spiega come si viveva una volta, senza nichilismo; poco importa se oggi ciò già non è più possibile per alcuni, e sarà via via impossibile sempre per più persone: i concetti umanistici rimangono fondamentali; è come Jordan Peterson che parla di responsabilità per trovare un senso; oggi, per l’individuo senza più identità e conscio dell’illusione collettiva, è impraticabile e impensabile, ma difatti si vive male, ci si suicida, o si aspetta di morire rimuginando sulla propria sofferenza, mentre la visione del mondo e dell’umanità che intendono loro è il modo con cui si può effettivamente vivere.
O ancora, le cretinate severiniane[🡕] per cercare di smantellare il nichilismo. Certo, puoi smantellare tutto, se vuoi, Wittgeinstein ha smantellato l’intero linguaggio. Ma quando smantelli veramente tutto e non soltanto quello che personalmente ti interessa, si ha il nichilismo, che rende impossibile prendere sul serio qualsiasi decostruzione parziale di comodo, e ancora meno qualsiasi misero imbarazzante tentativo di ricostruzione (Nietzsche col superuomo, Severino col concetto di Gloria, la corrente del post-nichilismo, rivisitazioni di vecchiume, utopie transumaniste, etc.).
Tra gli altri, l’esempio che si leggerà sullo sguardo, Galimberti lo prende ovviamente dai lavori del suo maestro Severino dove cerca di confutare il solipsismo; è chiaro che chi dice queste cose non ha una personale esperienza schizoide/narcisistica di che cosa significa vedere (o appunto, non vedere) l’altro. Che non rappresenta un’esperienza di malattia mentale, bensì un’esperienza di lucidità, obiettività, imparzialità, e percezione dell’illusione in cui è immersa la razza umana. )
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La scienza procede per prove ed errori, per questo non teme concorrenze, perché è dispostissima a cambiare il registro delle sue ipotesi. Per cui, la scienza è l’unico sapere umano che non soffre di eresia come invece la religione qualora uno negasse i dogmi religiosi; l’ordine giuridico, che stabilisce l’elenco dei diritti e delle colpe, dopodiché si stabilisce cos’è vero, cos’è buono, cos’è giusto; la scienza no: si permette di camminare anche con i suoi errori, perché è disposta continuamente a cambiare le sue premesse.
Ma non dice il vero… dice le cose esatte, i.e. ottenute dalle premesse: “ex-actu” (exactu).
[…]
Bene, Cartesio cosa fa: cambia la nozione di corpo, e stabilisce che il nostro corpo non è altro che una sommatoria di organi. […] E allora si adottano le idee chiare e distinte che all’epoca sua sono le idee della fisica, per leggere il corpo. Ma il corpo letto con le leggi della fisica è il corpo che io vivo nel mondo della vita? No, è un’altra cosa. E sotto questo profilo Cartesio ha fatto molto bene, perché senza questa lettura attraverso le idee chiare e distinte, non sarebbe nata la medicina.
[…]
La principessa [Palatina] gli ha fatto [a Cartesio] un’osservazione: «Senta, maestro, ma io, del mio corpo, ho una conoscenza che prescinde dalle idee chiare e distinte, cioè dalla lettura fisica che le leggi fisiche fanno del mio corpo.» E lui le risponde: «Eh, mi spiace, ma nonostante il suo rango vedo che lei pensa come il popolo.» Bene: il popolo pensa il proprio corpo secondo il mondo della vita; non ha bisogno dell’anima, perché il corpo è animato; e che cosa lo anima? Lo anima il suo rapporto col mondo. Facciamo un esempio molto semplice: supponiamo che io abbia un problema agli occhi e vado da un oculista. I miei occhi sono corpo: che entra in relazione con un’altra persona; sono organi che mi mettono in relazione con un altra persona, simpatica, antipatica, che mi crea fiducia o sfiducia, ma sono un modo di essere al mondo. I miei occhi sono occhi che guardano. Quando il medico mi pianta il suo macchinario sull’occhio, il mio occhio non guarda più: è guardato, diventa una cosa, una cosa guardata dalla scienza, e allora in quel momento diventa organo; diventa organismo; tra corpo e organismo c’è questa differenza. Fa bene la scienza a ridurre il nostro corpo a una sommatoria di organi, ma il nostro corpo non è solo una sommatoria di organi, perché il mondo della vita lo ingaggia e lui risponde agli stimoli del mondo, e il mondo gli manda degli inviti. Il mio corpo, in questo momento, è l’assoluto qui di ogni là, non esiste un altro spazio geometrico al di sopra di me e di voi. Lo spazio che io ho è quello; lo spazio che voi avete è questo, deciso dal vostro corpo. Il tempo che passiamo insieme sarà un tempo noiosissimo o un tempo breve a seconda che vi interessino o non vi interessino questi discorsi. È un tempo vissuto, non è il tempo dell’orologio: il tempo dell’orologio è il tempo della scienza. Il tempo vissuto è il tempo dell’attesa, è il tempo della speranza, è il tempo dell’aspettativa, è il tempo della memoria. Oh! Non perdiamo questi significati! Perché in questa maniera perdiamo il mondo della vita…
La colpa è nostra, ché noi abbiamo adottato il modello scientifico del corpo che è quello di ridurre il nostro corpo a una sommatoria di organi, e ragioniamo in quella maniera lì; ma una volta che ragioniamo in quella maniera lì è inevitabile che abbiamo bisogno anche dell’anima (ndr che in realtà non esiste, è un costrutto fasullo, dice), perché tutto quello che non si riesce a spiegare a livello organico ha bisogno di un supplemento, e questo supplemento si chiama “anima”.
Vedi anche: Philip Goff on consciousness
Per cui, la scienza è andata perfettamente d’accordo con la religione: tu scienza ti occupi dell’organismo – il corpo ridotto all’organismo – e io, grazie al fatto che tu hai ridotto il corpo a organismo, posso mettere il mio supplemento d’anima. Si son divise i compiti attraverso il dualismo platonico-cartesiano. Poi sono arrivati gli psicologi, che hanno tradotto la parola anima con la parola psiche, così (ndr a caso) – si potrebbe benissimo mantenere la parola anima – e tutti voi siete convinti di avere una psiche. E tant’è che è nata anche una scienza che si chiama psicosomatica – che non so come si giustifica, perché se io ti do del cretino e tu diventi rosso, mi devi spiegare perché una parola produce una vasodilatazione… La vasodilatazione ti viene perché sei in uno stato di tensione in un contesto di mondo, perché sei di fronte a uno che ti insulta.
Ma lasciamo perdere, perché queste cose poi, tanto, non riuscirò a convincere nessuno… (ndr incluso me, beninteso, ma vedi la nota sopra)
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Quando vi lamentate della scarsa umanità dei medici, di che cosa vi lamentate? Che i medici, col loro sguardo clinico e la loro visualizzazione del vostro corpo ridotto a organismo, non si interessano dei vostri vissuti, non è loro compito. […] e la cosa vi fa soffrire, […] avete perso il mondo della vita.
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[…] perché non c’è vita che si sostiene senza amore: i vecchi muoiono perché non li ama più nessuno.
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Poi nasce la psichiatria, che sarebbe… la medicina dell’anima… (*gesto sarcastico*)
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L’isterica (ndr a cui oggi si è sostituita la persona anoressica – è una malattia diversa ma quello che c’è sotto è uguale, dice), dice Freud, è una donna che simula delle sofferenze, dei mali, alla base dei quali c’è semplicemente una mancanza d’amore. […] Dice Freud: e queste persone venivano punite per “simulazione”. Simuli una malattia che non hai, quindi sei un bugiardo, quindi sei punito. Freud dice: no, non dovete punirli, perché sono persone che se chiedono amore non lo ottengono con le parole; se invece si ammalano, qualche attenzione e qualche cura la rimediano. E l’isteria non è altro che un linguaggio del corpo per ottenere amore o, quantomeno, un po’ di cura. Questo è un altro passo avanti che ha fatto la psichiatria. La quale però non conosce le cause delle malattie mentali; […] le malattie mentali – e già lì, “mentali”, l’anima, la mente: tu per conoscere una persona devi conoscere il suo mondo.
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Nella fenomenologia[, invece,] al dualismo anima-corpo inaugurato da Platone, Husserl sostituisce il rapporto corpo-mondo. Corpo del mondo della vita, però, non corpo ridotto a organismo.
[…]
Dice, opportunamente, Sartre: quando noi ridiamo e quando piangiamo, impegnamo la stessa muscolatura facciale e lo stesso sistema nervoso della faccia. Ma questo non ci autorizza a dire che il significato del pianto è uguale al significato del riso. […] Quindi, dal punto di vista organicistico, un pianto e un riso non si differenziano. Ma dal punto di vista del significato c’è un abisso, e noi viviamo di significati in questo benedetto mondo, che non sono reperibili a livello organico.
Dopodiché, la fenomenologia è stata proseguita da Heidegger, che non chiama mai l’uomo “uomo” – anche se i tedeschi hanno [la parola] “Mann” per dire “uomo” – lo chiama “in-der-Welt-sein”, “essere nel mondo”, lo chiama così, l’uomo.
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E dice, Merleau-Ponty, che i borghesi si sentono sempre come quelli che guardano gli altri, i poveri; quando però i poveri fanno la rivoluzione e guardano dalla terra al balcone i borghesi allora anche i borghesi si sentono guardati: qui incomincia l’evento rivoluzionario. Sguardo. Che è uno sguardo oggettivante: i vostri occhi oggettivano le persone. Poi dipende dall’altra persona riuscire a sostenere lo sguardo, o abbassare lo sguardo, o girare lo sguardo dall’altra parte. Questi movimenti del mondo della vita vanno interiorizzati, dovete capire che il vostro corpo non è l’organismo descritto dalla scienza.
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I peggiori libri sono i best seller.
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Basaglia, in Italia… Oggi, noi abbiamo una condizione manicomiale, una gestione della follia, che non era nel sogno di Basaglia – Basaglia prevedeva che funzionassero le condizioni ambientali, eccetera; invece, i matti, quando vengono dimessi dall’ospedale dopo una settimana, ritornano in famiglia, che è il luogo più pernicioso dove possono ritornare.
Comunque, [se abbiamo avuto] una liberazione dalla pazzia, lo dobbiamo proprio alla fenomenologia, di Husserl, di Heidegger, di Jaspers, tradotta dagli psichiatri nel mondo della vita.
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[…] perché la letteratura è più intelligente della psichiatria, perché la letteratura ti dice la condizione del tuo modo di essere al mondo molto più efficacemente di quanto non ti dicano le definizioni psichiatriche. La psichiatria è una scienza che non sa niente, nel senso che non conosce le cause della malattia.
2020/03/03 – Coronavirus
https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/03/[…][🡕]
Il filosofo Galimberti a “Sono le Venti” (canale “Nove”)
[La pandemia] ci ha insegnato (ndr avrà insegnato a voi altri) che la vita è precaria, che la vita è incerta, che è una dimensione che noi occidentali abbiamo pochissimo; perché noi occidentali siamo il popolo più debole della terra perché siamo i più tecnicamente assistiti: per avere la luce basta che schiacciamo un tasto, per avere l’acqua apriamo un rubinetto… Ma questa non è la vita di tutta l’umanità, è la vita nostra. E la vita nostra non è più rassicurante [di quella de]gli altri, perché è precaria, e il coronavirus ci ha insegnato che non ci sono assicurazioni, non c’è tutela, non c’è garanzia di fronte a qualsiasi evento della vita.
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– Ma noi cittadini, in questo momento, siamo spaventati o angosciati?
– Secondo me siamo angosciati, perché non sappiamo da dove viene il pericolo. La paura – che tutti usano questa parola “paura”, in maniera impropria – ma la paura ha un oggetto determinato, se c’è un incendio scappo, se c’è da attraversare la strada guardo a destra e guardo a sinistra per non essere asfaltato; l’angoscia no, l’angoscia è quella condizione per cui non ho niente a cui fare riferimento.
Per esempio, i bambini, che non hanno paura di niente perché non conoscono i pericoli, quando vanno a letto e gli si spegne la luce prima che si addormentino, vanno in angoscia. Perché dove si aggrappano? La definizione di angoscia l’ha data bene sia Heidegger che Freud, anche se non si conoscevano: «L’angoscia è quando non c’è nulla a cui agganciarsi per difendersi.»
2019/11/17 – Da Marco Montemagno
https://www.youtube.com/watch?v=jRCrgo1Bh4c[🡕]
Quando noi vivevamo nell’età della disciplina – cioè prima del ’68, di fondo – cos’era la tematica della depressione? Il senso di colpa: permesso o proibito – quando facevi qualcosa di proibito, avevi il senso di colpa; il senso di colpa accumulato diventava depressione. Adesso la depressione non è più organizzata sul senso di colpa, perché nell’età della tecnica e sul modello angloamericano (efficienza e produttività) la tematica della depressione si organizza intorno al senso d’inadeguatezza: ce la faccio o non ce la faccio a raggiungere gli obiettivi che l’apparato mi impone?
[…] Allora fenomeni d’ansia, fenomeni d’insonnia, fenomeni di disistima… perché l’identità – e l’autostima – non è che ce l’hai per natura […ma è] il frutto del riconoscimento.
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Chi ha inventato Google, chi ha inventato Facebook, l’hanno inventati nei loro garage in quella età che va dai venti ai trent’anni. E hanno creato la trasformazione più radicale della storia. Non c’è né guerra mondiale, né guerra atomica che abbia determinato una trasformazione così radicale del mondo: cambiamento della nozione di tempo – oggi non viviamo più nel tempo, viviamo nella velocizzazione del tempo; eliminazione dello spazio – io posso parlare con uno in Australia, o posso vedere tutto quello che non vedo quando faccio esperienza uscendo di casa. Hanno fatto una trasformazione radicale: tra i venti e i trent’anni. Ora, consideriamo che i nostri giovani, dai venti ai trent’anni, anzi dai quindici ai trent’anni, hanno:
- il massimo di potenza biologica – sono belli e sono forti (e il mercato compra quella roba lì, perché il mercato conosce i nostri giovani meglio dei genitori e meglio dei professori)
- massimo della forza sessuale – ma non riproduttiva, perché nella nostra cultura non puoi generare quando ti nascono gli organi sessuali a 14-15 anni, devi generare a 30-35… E una sessualità afinalizzata (sic) diventa una sessualità alla fine insignificante. Te lo dico da psicanalista: non è vero che i giovani fanno tanto l’amore: no. Non è vero. E poi, soprattutto, sono così insicuri che si devono riempire di Viagra, di Cialis, quelle robe lì. Ecco. Sessualità afinalizzata… (sic) diceva Jacques Maritain, un filosofo francese, ha scritto una lettera a Paolo VI, papa, gli aveva detto: «La nostra civiltà ha creato degli angeli che Dio non aveva previsto.» È chiaro che i ragazzi non fanno gli angeli, però una sessualità afinalizzata (sic) diventa insignificante.
- massimo di potenza intellettuale – dai quindici ai trent’anni, poi decadiamo. Cosa gli facciamo fare noi? Adesso, senza pensare ad Alessandro Magno che a 27 anni aveva conquistato mezza Asia, o a Mozart che a 17 anni suonava davanti a principi e re. Però, per esempio, Einstein ha scoperto la sua formula a 24 anni. Non quando ne aveva 60. Leopardi ha scritto “L’infinito” che ne aveva 21: ti immagini oggi uno che a 21 anni scrive “L’infinito”? Allora c’è una decadenza reale, no? E perché? Perché noi i giovani non li usiamo: gli facciamo fare le fotocopie, i lavori a co.co, i lavori a progetto, i lavori in affitto… ma hanno il massimo della potenza ideativa! Non sarà un’ideazione organizzata (per questo è sufficiente che ci sia lì qualcuno che li organizza un po’ meglio), ma il momento intuitivo è in quell’età lì, è lì che li devi fare. Io, il mio primo libro, scritto a 23 anni, si intitolava “Il tramonto dell’Occidente”: avevo già visto giusto, avevo già visto. Avevo solo 23 anni, siamo nel 1975. Bisogna usarla questa generazione qua, perché come fa una società ad andare avanti non utilizzando il massimo della potenza biologica, il massimo della potenza sessuale, il massimo della potenza ideativa?
[…]
Poi adesso con la medicina i vecchi diventano sempre più vecchi, me compreso. Mio padre è morto a 60 anni, quell’età giusta, secondo me. Perché così c’è il ricambio organico dei beni – i figli ereditano i beni dei padri. Adesso a 60 anni non muore più nessuno, si va avanti fino a 90: tu vedi quegli scenari spaventosi, questi vecchi che sono al di là di ogni visibilità, mi fanno una pena tremenda, con le ucraine che li tengono per braccio e il telefonino – perché non gliene frega niente del vecchio che hanno tra le mani… A che pro devi andare avanti per vedere fino all’ultima fibra la degenerazione del tuo corpo? Questo è un effetto della medicina, che non ha allungato la vita, ha allungato la vecchiaia e basta. E allora abbiamo tre generazioni, quindi si è interrotto il ricambio organico: i vecchi hanno il potere, gli adulti sono lì ad aspettare che muoiano per prenderlo, e i giovani? Sono giovani fino a cinquant’anni? Noi in Italia abbiamo la media dei ricercatori – i ricercatori sono quelli che trovano le cose nuove – che han cinquant’anni: a cinquant’anni non hai più un’ideazione.
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[Aristotele dice:] la felicità è lo scopo della vita. [ndr ovviamente non è vero] […] “Buona riuscita del tuo demone.” Cos’è il tuo demone? La tua capacità, quella specifica tua, la tua vocazione, la tua arte. Per che cosa sei nato? […] La prima cosa per essere felici è “conosci te stesso”. […] Quando hai conosciuto il tuo demone, realizzalo bene. […] Però, a una condizione: […] realizzalo secondo misura. “Secondo misura” cosa vuol dire? Che se magari sei un bravo scultore ma non sei Fidia, non devi tentare di essere Fidia, perché non ce la farai, e se ci provi prepari la tua rovina. Magari sei un attore, ma non sei bravo come Mastroianni, e se ci provi prepari la tua rovina. I greci questo senso del limite ce l’avevano perché avevano il concetto di morte, che è il grande limite.
2019/09/13 – I pregiudizi del nostro tempo
https://www.youtube.com/watch?v=3vFVmgBZZu8[🡕]
“In dialogo con i nostri pregiudizi” – Festival Rinascimento Culturale, sesta edizione, Chiesa Parrocchiale di Villa Pedergnano
Tra l’altro le mamme che tengono i figli anche fino a trent’anni, nel senso che non li mollano mai, non è che facciano dei delitti migliori… Io direi che bisogna ucciderle appena hanno generato, così almeno non ci sono più problemi, soprattutto nel caso dei maschi.
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L’intelligenza… (ndr pregiudizi sulla) Avrete tutti dei figli che vanno a scuola. Andate a scuola, quando il vostro ragazzo non funziona tanto bene, andate a parlare coi professori; questi vi dicono: «Suo figlio è intelligente, ma non ha tanta buona volontà.» Niente di più falso. «È intelligente» per non offendere i genitori, in realtà non è vero; perché non si può dire «Suo figlio è un bel cretino.», non si può dire. Allora si ricorre alla “volontà”, che tra l’altro è una categoria che non esiste. È una categoria della morale. A scuola c’è l’interesse, non la volontà. Se tu interessi una persona, automaticamente quella si muove, perché è sollecitata dall’interesse. Con la volontà non fai niente. Con la “buona volontà”, per giunta… È l’interesse che conta.
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Dicevo che la donna di solito dispone oltre che della logica matematica, anche di quella intuitiva, anche di quella sentimentale, e quando si muove su questi binari, che cosa si sente dire dall’uomo con cui vive? «Ma tu sei pazza!» Ovvio, perché come una cosa esce dal programma maschile è immediatamente collocata nell’impianto della follia.
[…] Non puoi fare l’amore con la tua testa, non puoi fare l’amore con l’impianto logico-matematico, non puoi fare l’amore sorvegliando i tuoi gesti e quelli dell’altra: l’amore è follia. E allora tu devi entrare nello scenario della follia, e predisposte alla follia sono più le donne che gli uomini. […] E gli uomini per quel tanto di femminile che riescono ad accogliere in sé. Perché un uomo è interessante per quel tanto che di femminile raccoglie in sé. Per quanta dialogicità fa col suo femminile, rispetto a difendersi dalla dimensione femminile.
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[La politica] è il luogo della decisione. Oggi la politica non decide un bel niente: guarda l’economia, per decidere. E l’economia, è l’ultima istanza della decisione? No: l’economia per decidere guarda le risorse tecnologiche dove fare investimenti. Quindi la decisione si è spostata alla tecnica, la quale non apre scenari di salvezza, non dischiude orizzonti di senso, non dice la verità… La tecnica “funziona”. E siccome il suo funzionamento diventa planetario, tutto ciò che non rientra nella sua razionalità diventa assolutamente insignificante, compreso l’Uomo. […] I nostri ragazzi sono immersi in questo scenario tecnico ed è la prima generazione, la nostra, dove l’esperienza dei padri non passa ai figli; perché i figli sono in un altro scenario. I figli non vedono il mondo se non nella virtualità del loro telefonino con cui sono sempre connessi.
2019/04/17 – La degenerazione della scuola
https://www.youtube.com/watch?v=exxZOvgzyaw[🡕]
Ospite a “byoblu”. Eh, evidentemente andò anche lì, LOL, si vede che non sapeva che razza di canale fosse; del resto Galimberti non conosce un tubo di internet – scriveva ancora a macchina fino a non molto tempo fa – quindi non sarà andato a verificare su YouTube.
(Sui genitori)
Sì, infatti, poveracci, io un po’ li compatisco. Perché una volta… non mi si venga a dire che i genitori di una volta erano meglio di quelli di oggi: quando c’era il padre padrone che non parlava coi figli, a parlare coi figli era solo la mamma, la funzione della mamma era quella di fare da mediazione tra i figli e il padre; quindi, questa logica meno male che è finita con il ’68. Poi però, allora era facile fare i padri, fare le madri; perché? Perché eravamo poveri e i messaggi che tu ricevevi in famiglia, che erano messaggi d’impegno e sacrificio, erano gli stessi che ricevevi dalla società: impegno e sacrificio. Poi è arrivata la ricchezza, è arrivata l’opulenza, sono arrivati i modelli americani, e allora la famiglia continua a chiederti sacrificio e impegno, senza crederci neanche troppo, e la società ti dice «ma fregatene, ti offro discoteche, scarpe, moda, giochi, iPad…»; e tu cosa fai? Tra il principio di realtà e il principio di piacere, vince il principio di piacere, ce l’ha insegnato Freud, punto e a capo.
[In] questa divaricazione […] il padre diventa un essere debole, debolissimo. Per giunta al padre non gli interessa tanto la formazione dei figli, perché i padri hanno due inconvenienti: primo, non parlano con i figli quando sono più piccoli, poi si lamentano che i figli non parlano con loro quando son grandi. E per forza: tu, padre, puoi parlare con un figlio fino a dieci, undici, dodici anni, poi basta. Basta, perché come compare la sessualità, eccetera, i figli si muovono a livello orizzontale; cioè, è inutile che i padri cercano di fare gli amici dei figli, ma quali amici, se li trovano loro da soli, gli amici. E a quel punto lì quello che funziona è solo l’esempio. E siccome i padri non danno buon esempio in generale, perché poi quando i figli hanno dieci, dodici anni, il matrimonio è già abbastanza consumato per poter incominciare a litigare bestialmente con la moglie – no? – succedono i disastri esistenziali.
2019/03/26 – Dialoghi sull’anima dell’educazione
https://www.youtube.com/watch?v=OqDPNkGAGtA[🡕] and other clips.
“Dialoghi sull’anima dell’educazione: come possiamo educare oggi?” Luca Mazzucchelli intervista Umberto Galimberti.
Perché c’è un mucchio di gente che vive a propria insaputa, eh – non solo i giovani, anche gli adulti, soprattutto loro. I quali sono alienati cinque giorni alla settimana perché realizzano non sé stessi ma gli scopi dell’apparato di appartenenza. E poi la domenica, il sabato e la domenica, che potrebbero anche rivolgere uno sguardo a sé stessi, scappano da sé stessi come dal peggior nemico – si mettono in macchina e fanno il “weekend”. “Weekend”… Per distrarsi. Da sé.
2019/03/13 – Paura
https://www.youtube.com/watch?v=Tfw5fliX5DI[🡕]
Casa della Cultura, via Borgogna 3, Milano. 5° incontro del ciclo “Le passioni degli antichi e dei moderni”, a cura di Mauro Bonazzi, Silvia Vegetti Finzi e Filippo Forcignanò. “Paura” – Mercoledì 13 marzo 2019, Anna Beltrametti e Umberto Galimberti
[…] noi avvertiamo inconsciamente – e qui è la nostra paura vera – che loro [ndr gli immigrati] sono biologicamente più forti di noi. Perché noi non saremmo in grado di partire dalla Nigeria, fare tre anni nel deserto, subire le condizioni spaventose che si possono subire passando da un camion all’altro tra frustate, pagamenti, senza cibo, dormendo sulla terra, per approdare in Libia e fare due anni di persecuzioni, frustate, stupri, cose di ogni genere… [Le assurde galere libiche:] sappiamo che cosa succede là dentro. […] E dopo due anni di Libia, affrontare il mare come una liberazione, sapendo che in gioco c’è la vita e la morte. Noi saremmo capaci? La mia risposta è no, non siamo capaci. Perché noi siamo il popolo più debole della terra: perché siamo i più tecnicamente assistiti. […] Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) ha detto che noi occidentali, che siamo 800 milioni, siamo il 20% dell’umanità, ma per tenere questo tenore di vita – anche in tempo di crisi – abbiamo bisogno dell’80 percento delle risorse della terra. Secondo voi è sostenibile un sistema del genere? No: nessun teorico dei sistemi garantisce la permanenza di un sistema così sballato. […] «Noi tedeschi», dice lui [Karl Jaspers], «abbiamo una colpa politica, perché Hitler l’abbiamo eletto noi. [… Ma abbiamo anche] una colpa morale, perché sapevamo tutti che cosa stava succedendo. Sapevamo tutti.» […] Non abbiamo colpa se siamo nati in Occidente, ma non possiamo nasconderci di avere una qualche colpa metafisica per il fatto di essere privilegiati. E non vogliamo espiarla, un pochino, questa colpa metafisica, accogliendo i disperati della terra? No! Non lo vogliamo fare. E allora guardate che le colpe lavorano come forma di paura dentro di noi; che cosa ci può succedere in questa indignità? In questo modo di essere indegni? […] il senso di colpa genera quel sospetto di non innocenza che ci fa paura. E io penso che questa colpa metafisica sia il nocciolo che ci attraversa, da cui ci distraiamo, intorno al quale non vogliamo fare riflessioni, che è il nocciolo autentico della nostra insincerità.
2018/09/21 – Le cose dell’amore
https://www.youtube.com/watch?v=XemF4gvrJPM[🡕]
Sala dei congressi di Ravenna (ENGIM Ravenna)
La ragione non è la verità. È un sistema di regole, utilissimo, per intenderci e per non avere paura. E la follia?
Ecco, qui vorrei proprio convincervi che la follia ci abita profondamente. Innanzitutto è la caratteristica dei primi sei anni di vita di tutti noi: i bambini nascono folli. I bambini non hanno paura di niente. Voi sapete che la paura è la condizione per cui noi si possa vivere: proprio perché ho paura, quando attraverso una strada guardo a destra e guardo a sinistra; se non avessi paura andrei spedito come un bambino e poi una macchina mi prenderebbe sotto. Quindi la paura non è una brutta cosa, è un meccanismo di difesa molto serio grazie al quale, nei miei comportamenti, proprio perché ho paura, assumo atteggiamenti guardinghi. I bambini non hanno paura di niente, perché nascono in uno scenario di follia. Non hanno i codici per interpretare il mondo e allora, proprio per questo, i bambini vanno continuamente curati, ogni loro azione va salvaguardata, le mamme passano grande tempo della loro esistenza a vedere cosa fanno i bambini, a togliergli i coltelli tra le mani; persino il pennarello con cui fanno i loro disegni, perché il pennarello ha un significato – serve per disegnare, ma il pennarello quando lo mettono in bocca diventa un biberon: ecco qui che cambia il significato. Oppure lo mettono nell’occhio al fratellino quindi diventa un’arma impropria: altra variazione di significato. I bambini sono folli. Poi gradatamente arrivano all’età della ragione.
Quindi la follia è il nostro atto di nascita, non è che la liquidiamo quando siamo arrivati all’età della ragione: rimane come nostro sottofondo. Folli sono i poeti: con la ragione non scrivi neanche un verso poetico, perché la ragione è un sistema di regole, con un sistema di regole non inventi niente.
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[Socrate] dice: «Voi sapete che io sono il filosofo che non sa niente, il filosofo della dotta ignoranza.» Dotta perché sono ignorante ma so di esserlo. E in effetti la filosofia non sa niente. È una cosa importante, questa. La filosofia non è un sapere, è un atteggiamento; è un modo di essere al mondo, non è un sapere. Il sapere ce l’ha la scienza, ce l’ha la religione, ma la filosofia non ha un sapere. La filosofia è un atteggiamento che mette alla prova il sapere diffuso. Che cosa fa Socrate? Non insegna niente, chiede ai suoi allievi: «Che cosa pensate della giustizia? Che cosa pensate della verità? Cosa pensate del bello?» E tutti dicono il loro parere, e Socrate mette alla prova questi pareri per vedere se questi pareri sono il frutto di un’educazione sofistica dove ti hanno ingannato con falsi sillogismi; di un effetto retorico, per cui ti hanno commosso e tu aderisci a quella commozione; sono frutto di un discorso che proviene da un’autorità che tu stimi per cui la assumi come verità; sono discorsi che provengono dall’opinione diffusa – per il solo fatto che è diffusa tu li assumi come verità. No, dice Socrate, io vi devo insegnare che i discorsi veri sono quelli che stanno in piedi da soli.
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Eros e desiderio… Desiderio è una parola che noi troviamo nel De bello Gallico, nel senso che si chiamavano desiderantes quei soldati che passavano la notte sotto i sidera, sotto le stelle, in attesa che rientrassero quei soldati che non erano rientrati al tramonto. L’indomani, se non erano rientrati, si davano per morti e non si discuteva più. Quindi ancora una volta il desiderio viene strutturato nella figura della mancanza (di coloro che non erano rientrati). Amore è mancanza. Io desidero quello che non ho. E quando ce l’hai? Non lo desideri più. Te lo godi, ma non lo desideri più. Il desiderio è strutturato nella forma della mancanza. Tra parentesi, basterebbe questo per insegnare ai genitori di smetterla di riempire le camere dei bambini di giocattoli, perché quando li ingolfate di giocattoli gli togliete il desiderio. E quando gli avete tolto il desiderio li avete privati di quella forza rivoluzionaria per cui se il mondo non va bene, e se hai un desiderio di cambiarlo e di migliorarlo, qualcosa fai e non ti rassegni. Ma se tu li saturi di cose, li saturi di giochi… Che neanche usano, questi bambini, perché tu ti diverti solo con i giochi che inventi tu. I bambini non hanno bisogno di annoiarsi.
Io vi voglio far vedere bene che cosa vuol dire desiderio. Ve lo faccio con un piccolo esempio. Quando io ero giovane, come tutti quelli della mia età, venivamo fuori dalla scuola media, vedevamo una bella ragazzina, ci innamoravamo così, a distanza, non avevamo neanche il coraggio di accostarla, naturalmente… la guardavamo: desiderio. Con meta interdetta, naturalmente. Poi magari qualcuno ci consentiva di entrare in relazione, qualcuno ci forniva il numero di telefono… I telefoni allora erano in mezzo alla casa: quindi tu per parlare dovevi inventare un linguaggio che non fosse immediatamente traducibile, intendibile per tutti quelli che lo sentivano. E poi quando la reincontravi, dopo averle parlato al telefono con un linguaggio che dovevi assolutamente inventare, ancora non avevi la possibilità di raggiungere la meta, quindi tra il desiderio e la sua soddisfazione c’era uno spazio enorme. Bene, questo spazio Freud lo chiama “psiche”. La psiche è la distanza tra il desiderio e la sua soddisfazione. Perché in questo tragitto tu devi inventare tante di quelle cose che prima di arrivare alla soddisfazione ti sei formato una psiche. Oggi invece, cosa succede, che dopo due volte che vedi una ragazza sei già a letto con lei: tu hai eliminato questo spazio. La tua psiche non è in azione quando fai l’amore. Fai dell’idraulica al massimo. E in ogni caso… Non ridete perché son cose tragiche, qua. Quando tu hai fatto questo compi delle azioni sessuali a cui non corrisponde una comprensione psichica perché non te la sei formata, questa psiche. E a questo punto anche il sesso ti annoierà e avrai bisogno di un altro tabù, che si chiama droga, che si chiama alcol. Io ho invidia della vostra età perché alla mia età non era così, ho molta invidia di voi, che potete fare quello che volete, però vi compiango anche, perché fate delle azioni a cui non corrisponde nessun riscontro psichico. E quindi non sono belle, queste azioni.
[…] Perché solo nell’assenza tu inventi. Non quando sei soddisfatto, quando sei soddisfatto dormi, non inventi niente. […]
Amore è un metaxù, è un intermediario, tra la nostra parte razionale e la nostra parte folle. Amore è quella condizione per cui la nostra parte folle riesce a farsi intendere dalla nostra parte razionale e la nostra parte razionale riesce a tradursi e farsi intendere dalla nostra parte folle. E questo come è possibile? E qui arriva il dramma tipico della cultura greca, per me splendido: tu puoi incominciare a fare questo gioco, perché tu sei affascinato dalla tua parte folle, ti va di conoscerla, sei annoiato dalla tua ragione, il tuo Io è stanco di essere sé stesso; voi dovete sapere che la vostra struttura egoica, l’Io, è una struttura psichica sostanzialmente fascista, sostanzialmente conservativa. Perché ha fatto così fatica per venir fuori dalla follia infantile (abbiamo parlato dei bambini, che sono folli) che deve tenere gli argini per riuscire a reggere. E quindi è conservatore, l’Io. Non è creatore, il vostro Io. Non create, col vostro Io. E allora questo Io deve essere corrotto dalla vostra parte folle. E come avviene allora questa cosa? Avviene attraverso l’altro. Quando l’altro, lui o lei, intercetta la tua parte folle, tu ti senti… non come dicono «Lui mi capisce», eeeh, ti capisce… Quando intercetta la tua parte folle, lui ti ha catturato, tu sei nudo; prima ancora che ti spogli sei nudo. E quando ha intercettato la tua parte folle lui ti ha messo in contatto con la tua parte folle. E siccome la tua parte folle te l’ha fatta vedere lui, tu pensi di amare lui, in realtà sei affascinato dalla tua parte folle. E se la cosa è reciproca allora c’è l’incrocio. Come dice bene Jung l’amore si fa in quattro: la mia parte razionale con la tua parte folle, la tua parte folle con la mia parte razionale… Jung può dire queste cose perché era psicotico e quindi capiva bene queste situazioni.
È l’altro che ti svela la tua parte folle. E tu ti innamori di quella. E poi […] che cosa fa Amore? Genera.
Non i figli – naturalmente anche quelli. Ma genera di nuovo il tuo Io. Perché se tu entri in una storia d’amore, se tu entri nella tua follia, quando ne esci non sei più quell’Io che è entrato. Sei un’Io contaminato dalla tua follia e quindi trasformato dalla tua follia. Ma non è un rapporto tra me e te, ma è un rapporto tra me e la mia follia grazie a te. Voi capite questo punto, che se l’amore è un rapporto con la propria follia (che ci affascina), capite che quando l’amore finisce non è che tu hai perso qualcuno ma hai perso il rivelatore della tua parte folle. E quindi stai male. Non perché hai perso uno, ma perché hai perso colui che ti ha scoperchiato. Colui che ti ha fatto vedere chi sei in fondo, nel sottofondo della tua anima. Ed è questa la ragione per cui il pudore non è una faccenda di vesti e sottovesti. Perché non è che si fa l’amore con tutti – vabbè, oggi si usa così, buonanotte – ma si fa l’amore solamente con quelli che ti hanno già denudato perché ti hanno fatto vedere quella cosa a te sconosciuta e di cui tu eri attratto che è il fondo oscuro della tua anima che vien fuori in una condizione d’amore.
Abbiamo detto che Amore è cognitivo, ci fa conoscere. Per cui uno che entra in una storia d’amore, che la storia finisca bene o che la storia finisca male è sempre positivo, perché l’Io viene rigenerato. […] Tu hai fatto un’immersione nella tua follia e l’Io che ne esce non è più l’Io che ne è entrato. E chiunque di voi abbia avuto una storia sa benissimo che le cose vanno così, ma non sa mai perché sono andate così, perché avete in mente quell’amore romantico da “Grand Hotel”, no? Fatto di carezze, dolcezze, delicatezze, ma stiamo scherzando… L’amore è una cosa tragica, ragazzi, tragica. […] Amore è la violazione dell’integrità dell’Io.
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I greci ritengono che la relazione sia molto più importante dell’identità. I greci pensano che la città venga prima dell’individuo. Aristotele dice che se uno entra nella città e pensa di fare a meno degli altri o è bestia o è dio. E a proposito di dio dice che dio probabilmente non è felice perché è monakos, perché è solo. Bene, voi dovete sapere che la nostra identità non ci viene da noi, l’identità non è una dote naturale, non è perché siamo al mondo che abbiamo un’identità. L’identità è un dono sociale, l’identità ce la danno gli altri. Se a un bambino dico che è bravo e glielo dice anche la sua maestra, costruisce un’identità positiva. Se gli si dice che è un cretino e glielo dice anche la maestra, costruisce un’identità negativa. L’identità è il prodotto del riconoscimento, io ho bisogno degli altri per sapere chi sono. E i greci queste cose le avevano capite, e i cristiani non le hanno ancora capite perché col concetto di anima pongono l’individuo prima della società. […] E giustamente Rousseau dice «I cristiani non sono buoni cittadini, perché a loro interessa la vita eterna individuale. E allo stato che cosa consegnano? Semplicemente quello di togliere gli impedimenti che si ostruiscano alla salvezza dell’anima.»
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Avete delle domande da fare? No, fatele, perché immagino che gli amori son sempre delle questioni che… cioè, il successo degli psicanalisti è che la gente sta male nelle condizioni d’amore, perché se stan bene tutti, quelli fanno la fame.
2018/03/11 – Il disagio giovanile nell’età del nichilismo
https://www.youtube.com/watch?v=0dDk-UfKfGM[🡕]
Fiera internazionale dell’Editoria “Tempo di Libri”, 2018. Conversazione con Umberto Galimberti autore del libro “La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo” (Feltrinelli), realizzata da Massimiliano Coccia con Umberto Galimberti.
Sì, dobbiamo discutere del disagio giovanile nell’età del nichilismo. È un problema che mi sono posto nel 2005 quando a Parigi ho conosciuto Miguel Benasayag, che aveva scritto un libro a mio parere molto importante […], intitolato “L’epoca delle passioni tristi”. Miguel Benasayag ha detto che i giovani stanno male non per ragioni psicologiche: tutti quanti noi nell’adolescenza siamo stati male, in qualche maniera, per ragioni psicologiche, nel senso che l’adolescenza è caratterizzata da un’intensità massima di pulsioni erotico-sessuali e i lobi frontali, che sono i lobi della razionalità, arrivano a maturazione a vent’anni. Quindi c’è uno squilibrio, ecco perché gli adolescenti sono in crisi: sono in crisi perché hanno un livello pulsionale eccessivo rispetto al livello razionale. Bene, lui diceva che i giovani non stanno male per ragioni psicologiche, ma per ragioni culturali. E questo era dovuto al fatto che per loro il futuro non era più una promessa, ma era una minaccia.
Ecco, io non so se per loro è una minaccia: certamente il futuro è imprevedibile. E quando è imprevedibile, il futuro non retroagisce come motivazione: perché devo lavorare, perché devo studiare se non c’è niente davanti a me che opera da incentivo? E se retroagisce come demotivazione, uno si ferma. Si ferma e vive quello che io vado chiamando l’assoluto presente. In presa diretta 24 ore su 24, senza uno sguardo al futuro perché un simile sguardo produrrebbe angoscia.
Ho detto, vabbè, forse non è una minaccia, però è imprevedibile: quest’imprevedibilità è dovuta a una situazione che si è venuta a creare, e che io ho battezzato “età del nichilismo”.
( ndr Anche l’imbarazzante e furbacchione Mauro Scardovelli si basa in parte sul libro “L’epoca delle passioni tristi”; bisogna sempre stare attenti: se uno ha buoni maestri non significa sia necessariamente una persona seria. )
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Poi i ragazzi vanno nelle scuole superiori e […] succede che interviene quella cosa potentissima che si chiama erotica. Che non è solamente sessualità, è anche sentimento, è anche emozione…
( ndr Sostituisce, rispetto ad altre sue partecipazioni, il termine sessualità con il più ampio erotica; discussioni su questo tema sono presenti da altre parti in questa pagina. )
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[…] io non credo che facciano queste cose per il piacere che produce loro l’alcol o la droga, io credo che lo facciano per anestetizzarsi. Nel senso che se il futuro non mi presenta proprio niente, io non voglio angosciarmi pensando al mio futuro, e mi anestetizzo. Mi anestetizzo… o dormendo fino a mezzogiorno, o ubriacandomi, o vivendo l’assoluto presente in modo tale che non mi appaia il futuro.
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[…] la nostra psiche poi non è in grado di emozionarsi se non per le prossimità, per ciò che è vicino. Se muore mia moglie soffrirò come un cane, se l’ho amata; se muore il mio vicino gli faccio le condoglianze; se mi dicono che ogni secondo muoiono otto bambini al mondo, io ho un vissuto d’impotenza, e per non toccare con mano la mia impotenza, non ci bado. Purtroppo la nostra psiche ha questo limite. Ci viene offerto il mondo [dai mass media] e le tragedie del mondo, cosa che non era nelle età precedenti: i mezzi di comunicazione ci offrono il Mondo. Negli anni cinquanta noi conoscevamo il mondo del nostro paese, il mondo del nostro rione, ma non il Mondo – quando la nostra psiche non è in grado di stare al Mondo, è in grado solo di stare nel suo ambiente. I tedeschi hanno una parola per dire Mondo: welt. E poi hanno una parola per dire il mondo che la tua psiche abita, che è umwelt, il mondo circostante, il prossimo, il mondo prossimale. E più mondo globale ci fanno vedere, più riducono la nostra capacità psichica di reagire.
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Tanto per fare un esempio, quando voi dovete comprare una casa, pensate di fare tutti i vostri ragionamenti, il mutuo, il costo, i soldi che avete, la richiesta di un po’ di soldi dei vostri genitori, fate tutti i calcoli sul tavolo, ragionate, guardate la casa, stabilite il piano, l’esposizione, tutto quanto. Finita tutta questa operazione razionale, quando decidete di comprarla, entrate in quella casa e, nel momento in cui entrate, vi sentite o non vi sentite a casa. ’Sta roba si chiama sentimento. È lì che accade la decisione. Le decisioni avvengono tutte su base sentimentale.
2017/05/16 – La psicoanalisi: una storia romantica
https://www.youtube.com/watch?v=Wurdqtwc8fU[🡕]
Ordine degli Psicologi della Lombardia. Elementi di filosofia per psicologi e psicoterapeuti, a cura di Umberto Galimberti. Casa della Psicologia, piazza Castello 2, Milano. Terzo di quattro incontri.
[La donna partoriva e l’uomo aveva tempo libero in cui giocava, e quel gioco è la Storia.[🡕]]
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Schopenhauer viene definito pessimista, naturalmente: ogni volta che non c’è un inno all’individuo, è pessimista, è ovvio, no… … Anche il povero Leopardi è pessimista, no? Quelli che dicono “pessimismo”… io dico: la guardate la realtà, dio bono, o non la volete proprio vedere?
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I primi psicologi, negli anni 60, quando hanno introdotto la psicologia in Italia, dicevano, come barzelletta, che «il Super-Io è una struttura solubile in alcol.»
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Come ci salviamo da questa volontà di vita (Wille zum Leben) che se ne frega degli individui, da questa natura che non gliene importa niente, questa grande danzatrice che balla, e perde gli individui nella sua danza sfrenata. Come ci salviamo da questa dimensione?
Schopenhauer aveva indicato tre vie, la via della entsagung, della rinuncia:
- Compassione: compassione vuol dire essere consapevoli che questo patimento è generalizzato, è la condizione della sorte umana. Non «perché a me?» […]
- Arte: la contemplazione artistica, perché questa ci porta fuori, è una sorta di sollievo, ci porta fuori da questo destino macabro. Non è una operazione egoica, non è un progetto dell’Io (la contemplazione artistica, estatica), perché tu sei catturato dalla bellezza, non è l’Io che progetta qualcosa, ma sei preso dentro dalla cosa. È una sorta di evasione.
- Castità: se nessuno più genera, la natura, la specie, finisce.
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[…] Nietzsche aveva catturato l’essenza tragica del greco, eh, che consiste in questo: se voi andate a leggere “La nascita della tragedia”, c’è un bel passo in cui re Mida incontra Sileno […]
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Oh, attenzione, eh: quando si viene a dire che oggi i pazienti cercano un senso della loro vita, state attenti a dargli un senso, perché insomma, va bene ingannarli, ma non troppo, eh… Questa ricerca di senso è un vissuto cristiano, non è veramente qualcosa di molto onesto, perché l’uomo, sì, è vero, ha bisogno di costruire un senso per vivere, ma poi, in vista della morte… Cioè, rendiamoci conto della condizione tragica dell’uomo: la tragedia non è una sciocchezza, non è “pessimismo”… La tragedia è quello che i greci ci hanno insegnato. E Nietzsche dice giustamente che la tragedia non è un genere letterario, la tragedia è la condizione umana.
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Senza tanto pensare che la psicanalisi sia uno scoprire i misteri: l’inconscio non è uno statuto dell’indovinello; i sogni non sono degli indovinelli, sono degli indicatori di strade percorribili, e a un certo punto si scopre quella che diventa la tematica della propria esistenza, senza pensare di dover guarire da questa tematica, ma semplicemente convivere con buoni rapporti con la tematica della propria sofferenza. Ché avere buoni rapporti con la propria sofferenza vuol dire che la tua sofferenza ti cede dell’energia. […] Se gli fai la guerra ti scatena l’inferno, ma se tu fai la pace… E addirittura – Jung dice, addirittura – bisogna amarla, e a quel punto lì lei ti cede la sua energia. E però bisogna rinunciare al concetto cristiano di perfezione – perfectum vuol dire finito – e assumere invece il modello che l’equilibrio è una condizione rotonda, dove c’è il bene e c’è il male, la luce e le tenebre: e uno a sé stesso deve dire: «Sì, va bene, io sono anche questo, e allora?» Però deve dirlo prima a sé che agli altri.
2017/03/08 – La sapienza greca
https://www.youtube.com/watch?v=tZc2n3wLMm8[🡕]
“Festival della Filosofia in Magna Grecia”, organizzazione non profit, Castello di Copertino, 08-09 marzo 2017
L’adolescenza è il tempo della riflessione filosofica. Nel senso pieno, perché uno nasce con una certa visione del mondo che è quella che ha appreso dai suoi genitori e dalla cultura in cui è cresciuto; poi, con l’adolescenza, grazie alla comparsa di quella dimensione rivoluzionaria che si chiama sessualità – che ti obbliga a cambiare la visione del mondo – incomincia un atteggiamento critico in cui si mette in crisi la visione del mondo precedente. Crisi e critica hanno la stessa radice: krino in greco vuol dire giudico. Mentre prima si accettano le cose passivamente, nell’età della crisi – che è l’adolescenza – si comincia l’atteggiamento critico, che va dallo sbattere le porte quando si esce di casa, a insultare i genitori – tutto fisiologico, eh, niente da condannare: se non lo si fa in quell’epoca lo si fa dopo in maniera molto più tragica. E quell’atteggiamento critico va a colpire l’esatta essenza della filosofia: che cos’è la filosofia? È la messa in questione del senso comune, e vedere se le cose che si dicono, se le opinioni diffuse, se la mentalità media è giustificata nelle sue affermazioni oppure no.
Socrate, quando discute in Grecia con i suoi allievi, chiede loro «Che cos’è il bello?» E tutti quanti dicono che cos’è il bello, a seconda della loro convinzione, del loro parere. E lui non sa niente, Socrate – infatti si definisce “dotto ignorante”. E alla domanda «Qual è il tuo compito, se non sai niente, se non sei un sapiente?» I sacerdoti, i sapienti dispongono della verità, non i filosofi. Tenetela presente questa differenza. Il sacerdote può insegnarvi una verità, il sapiente può insegnarvi una verità già confezionata, il filosofo no. Il filosofo accoglie l’opinione di coloro che ascolta o di coloro che propongono un discorso intorno a qualcosa e, dice Socrate: «Il mio compito è come quello dei vasai, che con la nocca del dito provano se il vaso è di vero bronzo oppure di altro materiale scadente.» Vale a dire, io verifico se le vostre opinioni stanno in piedi da sole per la loro argomentazione, se sono prive di contraddizioni, o se invece sono un sentito dire, oppure sono un’adesione a una fede, oppure un’adesione a un’autorità… Tutto ciò non interessa alla filosofia: la filosofia nasce quando voi sapete argomentare quello che dite a prescindere dalla fede, a prescindere dall’autorità, a prescindere dall’opinione diffusa, a prescindere dalla seduzione degli affetti.
Allora fare filosofia significa pensare con la propria testa, argomentare le proprie cose. E nei confronti del senso comune – che non è il buon senso – assumere un atteggiamento critico. Critico vuol dire, quel che si dice ha un fondamento oppure vale solo perché lo dicono tutti? E questo è particolarmente significativo in un’età come la nostra dove le opinioni si formano attraverso la televisione, attraverso internet, e si assumono semplicemente perché sono diffuse, e non perché sono argomentate. Siccome nell’adolescenza incomincia questo atteggiamento critico, bella la definizione del [qui presente] professor Ferrara: questa età è l’età in cui si pone la domanda filosofica. Poi magari la si abbandona, poi magari si rientra nel gregge, ma nell’adolescenza non si è ancora pecore. Nell’adolescenza si è soggetti pensanti perché inquieti, perché turbati, perché non ci state più nella visione precedente del mondo e ancora non avete costruito quella nuova. Quest’età dell’incertezza è la più feconda, e i professori dovrebbero aver cura di queste incertezza e di questa fecondità.
Bene. Detto questo, parliamo di sapienza greca. Dico subito che la grecità non è tanto un luogo culturale; sì, è anche quello, ma è soprattutto un modo di pensare, un modo di sentire, un modo di vedere il mondo. E la grecità è una delle radici dell’Occidente alla stessa maniera di come lo è la tradizione giudaico-cristiana. L’Occidente ha queste due matrici, tradizione giudaico-cristiana e cultura greca. Potremmo dire semplicemente “giudaica”, perché il cristianesimo non è altro che un’eresia ebraica, no? Infatti accoglie tutta la Bibbia e poi ci porta una variante che si chiama Vangelo. Quindi c’è questa tradizione della cultura semita e la tradizione della cultura greca; queste sono le due fonti.
[…]
Questa verità che avviene per tutti, [quella trovata attraverso il dialogo socratico,] è una verità eterna? No. È una verità storica, è una verità che funziona e che viene accolta finché non subentra un’obiezione che fa vedere che anche quella verità contiene una contraddizione; per cui la verità diventa storia, non c’è mai una verità assoluta nel modo di pensare greco. […] La fede non ha bisogno di vincere la sua negazione, perché la fede è un’adesione emotiva ad un contenuto, ma la verità è costretta all’intolleranza, all’intolleranza della sua negazione; e quando una sua negazione riesce ad avere sopravvento su di lei, la negazione diventa verità.
[…]
( Poi parla del conflitto tra Io e specie. )
[…] Freud ci insegna che noi sappiamo che dobbiamo morire ma la nostra psiche non lo avverte, questo. Non lo percepisce. La nostra psiche non sente – ecco, mi interessa la parola “sentire”, non interiorizza il nostro morire. […] E se voi avete assistito delle persone anche in fase terminale, e parlate con loro, le sentite affabulare in condizione di vita. Dicono: «Ah, mi raccomando, adesso che non sono a casa, che son qui in ospedale, provvedi a questo e a questo, mi raccomando…» come se loro dovessero ritornare. Perché la psiche non sente la morte: lo sappiamo che dobbiamo morire, lo sappiamo con la testa, ma non lo sappiamo con la psiche, e questo è il vantaggio, è quella sorta di cecità che la specie ci concede, grazie bontà sua, per non assistere a quello che comunque è il nostro destino.
[…]
( Poi parla del dolore; «Sustine et abstine» )
Il dolore non è messo in scena, perché non ha nessun significato nella cultura greca. E perché il greco conosce un dolore ben più radicale di quanto non sia il dolore che si mette in scena quotidianamente. Il greco conosce un dolore ben più importante, ben più drammatico, conosce il dolore della tragedia, che i cristiani non conoscono perché non sono tragici (ndr hanno l’aldilà). Il dolore della tragedia consiste in questo: che l’uomo, a differenza dell’animale, per vivere ha bisogno di costruire un senso, in vista della morte che è l’implosione di ogni senso. «Incipit tragoedia», qui incomincia la tragedia. […] Perché l’animale vive in base ai suoi istinti, che sono codici rigorosi che inducono comportamenti [che sono] sempre quelli, comportamenti rigidi. Gli uomini non hanno istinti. Come dice bene Freud l’uomo ha delle pulsioni a meta indeterminata.
[…] ( Anche la pulsione sessuale, ad esempio, possiamo sublimarla scrivendo una poesia. )
Il fatto che gli uomini siano senza istinti ce lo racconta Platone, [ce lo racconta Tommaso d’Aquino – aggiunge in un’altra conferenza], ce lo racconta Kant, Herder, Nietzsche, Henri Bergson nel secolo appena passato, Gehlen, il quale definisce l’uomo un animale la cui natura è carente. Noi non siamo organici con la natura. […] E questa carenza biologica dell’uomo è anche ciò per cui è possibile dire che l’uomo ha potuto sopravvivere su questa terra grazie all’espediente tecnico. Cioè la Tecnica è subentrata come strumento per potergli consentire di vivere. La Tecnica incomincia quando un uomo prende un bastone per tirar giù un frutto là dove la mano non arriva. Questa dimensione tecnica è ciò che ha consentito a quest’uomo privo di istinti, che non sa come si sta al mondo, di sopravvivere, a differenza degli animali per i quali la sopravvivenza è automatica perché è codificata dagli istinti. Ma proprio perché l’uomo non ha istinti ha bisogno di quella compensazione, di quelle cose al posto degli istinti che sono le leggi, le istituzioni, che fanno da argine, che gli dicono quello che può fare e quello che non può fare. Per cui la città, le istituzioni, le leggi sono ciò attraverso il quale l’uomo ha un ordine di vita, non si disperde nell’insignificanza, non diventa anarchico e quindi improduttivo.
[…]
Una volta che abbiamo capito questo, l’uomo si trova nella vita non codificata da istinti a vivere [solo] se è in grado di costruire un senso della propria biografia, e oggi molta gente viene in analisi perché non trova più il senso della sua vita. E infatti è diventata sempre più precaria questa ricerca, questo reperimento. E questo senso lo si porta avanti fino alla morte che è l’implosione di ogni senso. Qui è la dimensione tragica. Perché se io non mi ponessi il problema del senso la morte non mi coinvolgerebbe in maniera tragica, ma siccome vivo a partire da quello, la morte è tragica.
Guardate che quando si muore, il momento tragico non è tanto nel fatto che abbandoniamo le persone che ci stanno intorno, gli affetti, la moglie, il marito, i figli, l’amante, le nostre cose… Il dolore essenziale della morte è che noi abbandoniamo noi stessi, cioè l’amore che abbiamo maturato per tutta la vita per noi, perché a furia di vivere con noi ci siamo anche innamorati di noi, ed è questo amore che perdiamo con la morte, e di questo amore ci disperiamo, non degli altri. Cioè dobbiamo dire addio a noi. E tutto l’amore che abbiamo nutrito per noi da tutta una vita, da quell’amore dobbiamo congedarci. Re Mida un giorno incontra Sileno, etc. […]
La parola tragico viene da tragos, capro, e odia (per ode), canto, i canti dei pastori. I pastori non vivevano nella città, simbolo della cultura; i pastori vivevano nei monti a contatto con la natura. Avevano capito bene, i pastori, che il loro ciclo di vita era un ciclo della natura: nascita, crescita, riproduzione, morte, e avevano capito che il loro destino era come quello delle pecore, con la differenza che le pecore non hanno il bisogno di costruire un senso della loro esistenza, e noi sì. Ed è quel senso il luogo della nostra disperazione. Il pastore che guarda l’animale vede che l’animale salta, gioca, mangia, si addormenta, prende il sole, si rialza, bruca… è felice. Il pastore invidia la sua felicità, e poi riflette, ma non la vuole come la pecora. Ecco, questo “come”, che costituisce la trivella della dimensione tragica dell’uomo.
[…]
( Poi parla di come realizzare la felicità secondo i greci. )
[…]
Quando voi mi dite «Ma noi viviamo meglio dei nostri nonni», chi l’ha detto? Siete sicuri che loro non erano più felici di noi? Davvero, con tutta la nostra Tecnica, siamo più felici di loro?
Link interno: pubblicità, nonni, identità
O loro avevano un tasso di comunicazione, di incontro, in cui nel loro livello culturale riuscivano ad avere una relazione e uno stato di felicità forse maggiore di cui non sia lo stato di felicità di noi piazzati in relazioni virtuali davanti al nostro computer esattamente come i monaci di Kalambaka, i quali si rifugiavano nelle grotte per non vedere niente del mondo, e noi per non perdere neanche un frammento di mondo – a cui non partecipiamo. Una volta per fare esperienza si usciva nel mondo, adesso per sapere cosa accade nel mondo dobbiamo chiuderci in casa. Già questa è una perversione.
Link interno: monaci nelle grotte
( L’informatica ha eliminato lo spazio e il tempo. Viviamo quindi in una civiltà dell’illimitato, dell’onnipotente, si è perso il senso del limite. )
Link interno: passato, presente e futuro
( La droga nei giovani “per anestetizzarsi”. )
2017/02/24 – Dizionario dei nuovi vizi
https://www.youtube.com/watch?v=TgJ5oyORI3E[🡕]
Filosofarti 2017 – Teatro delle Arti, via Don Minzoni, 5, Gallarate
In un sistema di connessione di apparati non è che può nascere uno spunto creativo e a partire da lì si disturba tutta la catena, no?: devi essere come tutti. «Ma io ho delle idee diverse rispetto al mio apparato, per esempio in banca si potrebbe fare così invece che altrimenti, in questa catena si potrebbe fare così invece che in un altro modo, in questo ufficio si potrebbe procedere lavorando in un’altra maniera.» Se hai idee differenti allora vengono in soccorso gli psicologi a renderti ancora più conforme all’apparato, e come vengono? Attraverso quelle macchine che oggi vanno di moda che sono il cognitivismo e il comportamentismo, perché si nota in personaggi del genere, che sono un po’ creativi, oppure che hanno qualche differenza rispetto al modo medio di pensare e di agire, si individua qualcosa che viene chiamato patologicamente “dissonanza cognitiva”, cioè: non la pensi proprio come tutti e quindi disturbi un po’ col tuo pensiero originale, non ti comporti esattamente come tutti, e stai male anche tu, in questa maniera, perché nessuno ti tratta da amico, nessuno si fida di te se sei un po’ diverso, strano.
[…]
Costui lo si induce a diventare come tutti. Perché siccome tu stai male se sei un po’ diverso, allora, non potendo cambiare il mondo devi cambiare un po’ le tue idee, oppure devi cambiare il tuo comportamento, devi adeguarti alla modalità prevista e prescritta, perché così resta che diventi affidabile, crei delle amicizie, sei come gli altri. E non ti senti strano, diverso, solo. Cognitivismo, comportamentismo… che hanno praticamente messo fuori gioco la psicanalisi perché uno che vuol conoscere sé stesso è un pazzo: «Cosa vuol dire conoscere sé stesso, andare a indagare sé stesso?» («Ho indagato profondamente me stesso», diceva Eraclito) «Ma stiamo scherzando? Ci son cose da fare in questo mondo, che ti importa indagare te stesso… Che poi diventi triste, vai in depressione.»
Bene: il conformismo è una brutta macchina, perché è la base del fascismo.
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Ormai ci troviamo in un contesto dove noi non abbiamo più a che fare con la realtà ma abbiamo a che fare con la descrizione della realtà, fatta dai media. Io non dico che i media mentono: non mentono, i media, dicono il vero, penso di sì. Non è che mi dicono una cosa per l’altra. No, dicono il vero, però evidenziano una cosa, dopodiché per cinque o sei giorni tutti quanti si parla di quella cosa. Poi basta, non si parla più, fine. Un’altra cosa: tutti quanti a parlare dell’altra cosa. Ma si può essere così beceri? Si può continuamente stare sull’onda dell’attualità? Ma che valore ha l’attualità? Perché l’attualità è meglio, perché il presente è meglio del passato, o del futuro? Cos’è questa attualità? E bisogna essere attuali, eh, perché se tu proponi un pensiero, ti dicono: «Ma dove lo agganci? Perché bisogna parlarne?» Ah, perché è successo quel fatto, allora sì, allora si può parlarne. Ma non è che è il fatto che ti dà l’autorizzazione a parlarne, è la descrizione del fatto che ti dà l’occasione di parlarne. Adesso per esempio tutti parlano di quella povera donna che nel 2005 è morta sul posto di lavoro facendo quella vita a cui era sottoposta dai caporali, tutti ne parliamo, ma perché non ne parlavamo prima?, lo sapevamo benissimo cosa succedeva in quei posti, lo sapevamo benissimo che in Puglia la raccolta delle olive avveniva così, lo sapeva anche Michele Emiliano che le cose succedevano nella regione che lui governava. E perché non si è fatto niente? Perché nessuno ne ha parlato.
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La pornografia secondo me non è una cosa tanto innocente, non dico perché va a vedere delle porcherie, quello non è importante, non è innocente perché ha un disegno, in qualche modo, e per me è un disegno sostanzialmente fascista. Perché cosa fa la pornografia alla fine? Alla fine ti ammazza il desiderio, perché la reiterazione ripetuta, continua, di gesti di cui peraltro tu non sarai mai all’altezza, no?, ma a parte questo, oltre all’elemento depressivo rispetto a certe prestazioni pornografiche, c’è anche il fatto che la ripetizione continua di questi gesti fa sì che ti arrivi anche la nausea, e cioè si uccide il desiderio. Ma, signori miei, il desiderio è potenzialmente rivoluzionario, e la rivoluzione non dovete pensarla semplicemente come prendere manganelli o fucili o rivoltelle, la rivoluzione vuol dire cambiare il mondo. Il mondo che vivi non ti va bene e cerchi di cambiarlo, il desiderio lavora sul cambiamento, il desiderio vuole un altro mondo.
[…]
Il sesso è alla base dell’ideazione, dell’entusiasmo, dello slancio, di tutte queste cose, non è solo quella miseria a cui lo riduce la pornografia. Ma se tu perdi questo slancio perché sei annoiato, perché sei abituato, perché nulla più ti soddisfa, perché devi fare delle perversioni pazzesche per riuscire a trovare un briciolo ancora di curiosità, beh, allora il tuo desiderio è estinto.
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(Sul sentimento, che si impara dalla letteratura)
Siccome noi riempiamo le scuole di computer invece che di letteratura, vengono fuori gli informatici, non persone formate a livello sentimentale. Se tu non hai un sentimento di te e non sei in grado neanche di partecipare a un sentimento per altri, non sei un uomo. E ricordatevi che le scuole, se primarie e secondarie, fino all’università, sono tutte scuole di formazione: non è che devi andare a imparare un mestiere, è inutile la scuola e il lavoro, vai a scuola e impara la letteratura, che ti forma i sentimenti, e coi sentimenti sei in grado anche di dirigere te stesso nella vita.
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Quando i mariti vi trattano male, via, via via! Non affidatevi al vostro delirio di onnipotenza: siccome voi procreate e quindi siete padrone della vita e della morte – che è il potere assoluto, è il potere del re – la donna e il re sono i due antagonisti. Voi donne potete creare, e il fatto che potete creare vi dà un delirio inconscio di mettere al mondo la vita e potete anche stabilire di abortire, quindi anche un potere di morte. Questo vostro potere vi fa pensare di poter cambiare un uomo, ma non è possibile, sono sassi, gli uomini, non si modificano, e se vi trattano male vi tratteranno sempre peggio fin che arrivano a uccidervi. […] Cercate di difendervi da queste cose, senza speranza, senza affidarvi all’idea di cambiare le cose, non cambiano le cose, radicalizzano, al massimo.
[…]
( Qual è il vizio che maggiormente viene inculcato nelle persone fin dall’infanzia? )
I bambini, nella primissima infanzia, costruiscono le mappe cognitive e le mappe emotive. Mappe cognitive vuol dire il modo di conoscere il mondo. “Modo”. Uno può conoscere il mondo in un modo logico-matematico, l’altro può conoscerlo in un modo estetico, l’altro in un modo religioso, l’altro lo conosce in un modo metafisico. Le modalità di conoscenza si acquisiscono nella primissima infanzia. Le mappe emotive vuol dire il modo di sentire il mondo. Freud diceva che queste mappe si costruiscono definitivamente entro i primi sei anni di vita. Oggi le neuroscienze hanno accorciato i tempi e dicono nei primi tre anni di vita. Poi basta, poi quello che è fatto è fatto. Non dobbiamo pensare che tutto è possibile, tutto è migliorabile. […] Poi puoi aumentare le tue conoscenze, ma non il modo di conoscere; puoi aumentare le tue sensazioni, ma non la modalità con cui tu senti.
I bambini cercano di far vedere come vedono il mondo e come lo sentono: vanno dai genitori con i loro disegnini, coi loro scarabocchi, e cosa dice la mamma? «Sì, adesso non ho tempo, te lo guardo dopo.» “Dopo” vuol dire “mai”. Oppure c’è quella fase in cui incominciano a chiedere “i perché”. I bambini fanno delle domande filosofiche, letteralmente filosofiche. Io ho sentito una volta, camminando a Milano, che un bambino ha detto alla sua mamma: «Secondo me Dio non esiste perché non ha una mamma.» E la mamma cosa fa?: s’è messa a ridere con la sua amica, per dire «come è intelligente, bravo, eh?» Oh!, il bambino sta cercando il principio di causalità perché loro nascono senza un codice del mondo, non sanno la connessione delle cose, e allora cercano la causa, perché attraverso la causa si difendono dall’imprevedibile, perché l’imprevedibile mette angoscia. Se io conosco la causa, quando succede l’effetto l’ho già previsto e quindi non mi angoscio più. La causa, prima di essere un principio logico, è stata inventata come principio difensivo dell’angoscia psichica. Perché noi ci spaventiamo quando non prevediamo, e per prevedere però bisogna conoscer la concatenazione delle cose, il rapporto causa-effetto. E anche lì non si risponde, si dice «Quando sarai grande capirai.» Aspetta e spera… che mi interessi ancora, quando sarò grande, questa domanda, posto che me la ricordi. Allora la mancata comunicazione crea i giocattoli. Quando poi avvengono le separazioni tra moglie e marito, allora lì il disastro si compie definitivamente. Perché il padre, che non è mai stato abituato a parlare coi figli non sa cosa dirgli, allora li porta in giostre, non so, al cinema, a mangiare il gelato, non si sa, non si capisce cosa deve fare lui, non sa parlare, non ha imparato il linguaggio dei sentimenti, non sa trattenersi con l’infanzia, non si ricorda neanche più la sua, un disastro è. E allora come vengono su ’sti figli?
La gratificazione materiale delle cose in cambio della comunicazione un po’ più faticosa con i bambini. E i bambini gratificati poi non imparano il no, non imparano il limite, e «Chi non conosce il suo limite», dicevano i greci saggiamente, «tema il destino.»
L’ “avere” poi comporta anche un trasferimento dell’identità, per cui non so chi sono ma vengo rappresentato dalle cose che ho, se ho una bella casa, se ho una bella macchina, parlando al maschile se ho anche una bella moglie, se ho dei bei figli, allora io sono quella cosa lì. Se ho anche un bel po’ di soldi, naturalmente. Quando vien meno una di queste cose non si sa più chi si è. Tenendo conto poi che la nostra identità mi viene dal riconoscimento, è un dono sociale.
L’individuo, questo concetto cristiano perverso, perverso perché dopo crea l’individualismo, poi crea l’egoismo, poi crea il narcisismo. L’individuo non contava niente per i greci, l’individuo era qualcuno solo se era in connessione col sociale. Platone dice «Uomo meschino, non pensare che questo universo sia stato creato per te, tu piuttosto sei giusto se ti aggiusti all’universa armonia.» L’individuo è nato dal concetto di anima che né i greci né i cristiani avevano, viene da un concetto greco che però serviva a un’altra funzione, che non era quella di salvarsi.
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Dopodiché io non ho niente contro i cristiani nel senso che è così difficile vivere che tutto quello che ti serve per vivere, prendilo, prendilo senza pietà e senza esitazione.
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La libertà non esiste, perché confligge con l’identità. Esiste solo l’idea di libertà. Un volta Jean-Paul Sartre è andato in montagna, è caduto, si è rotto una gamba, è andato in ospedale con la gamba tirata, è venuto a trovarlo il suo amico Merleau-Ponty e gli ha detto: «Ma scusa, Jean-Paul, non potevi andare in montagna con la guida?» E lui ha risposto: «Secondo te io vado in montagna con una guida?» No, Jean-Paul Sartre non va in montagna con una guida, cioè: la sua identità non gli concede di essere libero di prendere una guida.
Su questo fatto si fonda la fiducia sociale: perché io mi fido di te? Perché da te mi aspetto, per quel tanto che ti conosco, una certa forma di azione, una certa conseguenza di azioni, per cui mi fido. Cosa vuol dire che mi fido? Mi fido che la tua identità è quella e non puoi far altro che quello, tu.
[…]
La libertà ti rende responsabile, ma se sei responsabile sei anche punibile. Il potere difenderà sempre la tua libertà personale, sennò non si giustifica più la punibilità.
2016/11/15 – L’utopia assente. I giovani alle prese con il futuro
https://www.youtube.com/watch?v=jt7jNZsmH6w[🡕]
Teatro Sociale, via Oss Mazzurana 19, Trento
Ed espulsione dal mondo del lavoro equivale all’insignificanza sociale.
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Perché il bambino quando va a scuola, fa una cosa importante: comincia a diversificare la sua affettività; prima amava solo i genitori, poi comincia a diversificare, oltre ai genitori c’è anche la maestra. Se tu gli crei una scissione nella sua affettività, [poni? inintelligibile] le premesse della schizofrenia. Chi è lo schizofrenico? È uno che ha un’affettività scissa. E tu gli fai quel lavoro lì, genitore, attaccando la maestra? Le maestre vanno sempre difese, anche se non valgono niente. Sempre! Per non fare questo disastro nel bambino. Perché il bambino, quando differenzia la sua affettività, non deve sentire che come si sposta dai genitori, come sposta l’affettività dai genitori succede un dramma. E che dopo da quei genitori non si staccherà mai. E dopo si pentirà di essere stato suddito di quei genitori, per paura.
[…]
Poi i ragazzi vanno alle medie: alle medie compare quella cosa grandiosa che si chiama sessualità. Oh, la sessualità non è mica una cosetta da quattro soldi: la sessualità comporta un radicale cambiamento della tua visione del mondo. Perché non è solamente un’attivazione ormonale, la sessualità è un cambiamento dei connotati del mondo, perché il mondo si erotizza. Prima il sole tramontava e il bambino diceva: «Guarda il cielo come è rosso!», poi, nell’adolescenza, il sole tramonta ma acquista un sapore erotico, un sapore romantico. Cambiamento della misura del mondo. Non è che la sessualità si aggiunge alla precedente visione del mondo: la modifica radicalmente. E tu, in quella fase lì, non hai gli strumenti sufficienti per [affrontare] questa radicale trasformazione del mondo. I greci parlavano di crisi, parola che viene dal verbo krino, che vuol dire giudico. Ebbene: il tuo giudizio viene sospeso, sei in crisi, sei in assenza di organizzazione del mondo. Finché non te la fai, questa nuova organizzazione del mondo.
Freud dice, in una paginetta del 1909: «La scuola deve fare qualcosa di più che invogliare i giovani al suicidio.» Già allora…
ndr Qui cambia ed estremizza la citazione per riassumere tutto il discorso di quel testo di Freud che è ovviamente più complesso e lungo; per la cronaca, riporto parte dell’originale:
Ma una scuola secondaria dovrebbe servire a qualcosa di più e non limitarsi soltanto a non spingere i suoi allievi al suicidio. Dovrebbe dar loro il desiderio di vivere e offrir loro l’appoggio e il sostegno in quel periodo della vita in cui le condizioni del loro sviluppo li costringono ad allentare i legami con la casa e la famiglia. Mi sembra indiscutibile che le scuole falliscono in questo compito, e per molti aspetti vengono meno al loro dovere di fornire un sostituto della famiglia e di far destare l’interesse nella vita del mondo esterno. Non è questa la sede più opportuna per criticare le scuole secondarie così come sono oggi; ma credo di poter sottolineare un punto. La scuola non deve dimenticare che tratta con individui immaturi ai quali non si può negare il diritto di attardarsi in certi stadi dello sviluppo ed anche su stadi spiacevoli. La scuola non deve assumere il carattere inesorabile della vita: essa non dovrebbe essere che un gioco della vita.
Tra l’altro, sapete che in Italia si ammazzano 450 studenti all’anno? Che vuol dire uno e mezzo al giorno. E con tranquillità, lo fanno: ogni tanto ricevo le lettere di alcuni genitori che hanno avuto questa disgrazia, mi mandano la lettera del figlio che dice: «Cari genitori, io vi ringrazio per quello che avete fatto per me, però per me la vita è insignificante. Vi saluto, non addoloratevi troppo; sappiate che sarò felice.» Punto: non c’è nulla di drammatico in quello che scrivono.
Poi quando un ragazzo si uccide intervistano i professori: «Ah, ma chi l’avrebbe mai detto!» Ma li hai guardati in faccia ’sti ragazzi che hai davanti tutto il giorno? Li hai guardati negli occhi? Hai capito qualcosa di loro? […] Dopodiché, certo, i professori bisognerebbe selezionarli… […] Fare un test di personalità prima di metterli in cattedra. (*applausi del pubblico*) Perché i ragazzi, in quella stagione lì in cui esplode la sessualità, sono in una zona erotica. E come dice Freud, devono fare una così radicale trasformazione del mondo e del loro giudizio sul mondo, che quel lavoro lì che accade nell’adolescenza… non gli capiterà nulla nella vita di più radicale […]. E allora la scuola non deve essere più una prova della vita ma un gioco di vita. Gioco di vita vuol dire non che si “gioca” (ndr cazzeggia) – il gioco ha le regole, ma all’interno di un contesto non drammatizzante. E allora i professori, per essere professori, devono prenderli là dove i ragazzi sono, e se sono in zona erotica li devi prendere emotivamente: non andando a mangiare la pizza con loro, guai! […] – come i genitori che fan gli amici dei figli, ma scherzate! I ragazzi hanno bisogno di autorità, la desiderano. Però devono ammirarla. Noi abbiamo studiato bene le materie dei professori che ammiravamo, perché il nostro narcisismo ci impediva di fare brutta figura con loro. […] I professori devono essere carismatici, devono avere una capacità di comunicazione pazzesca. Io non ho mai capito perché uno alto 1 e 50 non può fare il corazziere, e uno invece che non sa comunicare, non è carismatico, può fare il professore e demotivare gli studenti per quarant’anni…
( ndr Tra l’altro i professori non sanno nulla di psicologia e pedagogia e quindi non intervengono per tempo nei casi psichiatrici. La scuola italiana va semplicemente abolita. Meglio che non esista e che il genitore o qualcuno insegni quattro cose in maniera amatoriale piuttosto che lo schifo attuale indescrivibile e allucinante del sistema scolastico italiano. )
Ma c’è una cosa ancora più insidiosa, oggi: c’è un’oggettivazione dell’istruzione, per colpa di pedagogisti osceni che hanno somministrato una qualità di scuola – loro dicono – anglosassone, ché fa chic dire anglosassone, in realtà è una storia di oggettivazione: la soggettività degli studenti non viene più presa in considerazione, viene presa in considerazione solo la prestazione. Siamo o non siamo nell’età della Tecnica?
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[…] Noi i sentimenti non li abbiamo per natura, li abbiamo per cultura. Per natura abbiamo le pulsioni – per cui se mi dai un cazzotto te ne restituisco due. Donde il bullismo. Di fronte a un bullo, cosa fa la scuola? Lo sospende. Ma se è indietro a livello emotivo, lo devi tener lì il doppio… […]
Poi, le emozioni… qua siamo a metà strada tra natura e cultura.
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Io mi domando, lì dentro [, nella razionalità tecnica dei posti di lavoro], c’è ancora l’Uomo? Ecco qua la mia domanda. Perché io sono molto più umanista di quelli che si lamentano del mio discorso. Lì secondo me non c’è più l’Uomo, ormai siamo delle maschere sociali, dei rappresentanti. Quando si va in una riunione di sconosciuti, io ti dico il mio nome, quell’altro dice il suo nome, che ci si dimentica dopo un minuto se mai lo si sente, e dopo si comincia a capire la geografia delle cose quando dai il biglietto da visita e c’è scritta la funzione. Perché ormai siamo identificati dalla funzione, non più dal nome. E già la cosa di aver perso il proprio nome è una cosa pericolosissima.
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( Martedì 15 novembre 2016, cinque anni prima dell’invasione russa dell’Ucraina, facendo un paragone per far capire che l’Occidente sta davvero tramontando e non ci sono vie d’uscita. )
Adesso con Trump, cosa succede? Che l’Europa o si sveglia o non si sveglia. Perché Trump se ne fregherà dell’Europa e poi farà amicizia con Putin, e Putin ha delle ansie espansive e aggressive. L’anno scorso ero a Praga a fare una conferenza all’università di Praga, e c’era come mio interlocutore uno ritenuto un grande intellettuale di Praga. E io avevo detto, a questi studenti di Praga, adesso non fate i paranoici, io capisco che avete paura della Russia perché siete stati sotto al suo tallone per decenni, però adesso non c’è più l’Unione Sovietica, quindi queste vostre paure sono infondate. E questo intellettuale – di cui non posso pronunciare il nome perché non sono capace – mi guarda e mi fa: «Eh, caro professore, l’ottimismo è la qualità delle persone poco informate.»
2016/09/24 – L’illusione della libertà
https://www.youtube.com/watch?v=lJ6udkwoMZ4[🡕]
Evento organizzato da Università del Salento, Comune di Taviano, il Teatro della Busacca e Vico degli Scettici. Taviano (LE), auditorium comunale “Aldo Tundo”.
Pierre Clastres, che era un antropologo francese, studiando le tribù del Sudamerica che ancora esistono nella foresta, ha visto che […] se poi qualcuno trasgredisce i tabù più pesanti viene espulso dalla tribù, e ci racconta – questa volta non Pierre Clastres ma Lévi-Strauss – che quando c’erano queste espulsioni dalla tribù chi era espulso moriva in 48 ore. Non moriva di fame, non moriva di sete: in 48 ore si resiste. Moriva per disidentità: non sapeva più chi era; perché i primitivi non avevano una identità individuale, avevano un’identità di gruppo, in quanto appartenenti a un totem. Fuori da questa appartenenza si disorientavano radicalmente e morivano. […] Disorientamento, che è la stessa cosa che capita per esempio a persone che hanno l’Alzheimer, che si perdono. Ecco, il disorientamento probabilmente provocava queste situazioni in maniera improvvisa e deflagrante.
[…]
Le donne erano monete di scambio, sempre state monete di scambio. Anche oggi: abbiamo solo cambiato i modi. Come dice bene Nietzsche, la differenza tra noi e gli animali è che facciamo le stesse cose, noi col coltello e la forchetta, loro invece col morso dei denti.
[…] Ratiō: io ti do 5 capretti e tu mi dai 1 vitello; il vitello è la ratio equivalente ai 5 capretti; la parola “ragione” non nasce in filosofia, nasce in economia. La ratio, redde rationem: dammi l’equivalente. E lì incomincia il mercato, che è una forma razionale, quindi, rispetto al dono (ndr che ha secondi fini, in contesto di guerra ed economia), rispetto alla distruzione, rispetto al furto, rispetto alla guerra. E anche il denaro: oggi è diventato una cosa tremenda perché è il generatore simbolico di tutti i valori, ma all’inizio il denaro è stato quello che ha riscattato tante vite umane, nel senso che il servo della gleba al padrone doveva dare tutta la sua vita; dopo, col denaro, al padrone dava solo la sua prestazione che veniva remunerata col denaro. E quindi era “libero”, il denaro è stato un fattore di libertà, perché prima invece tu dovevi donare tutto te stesso al tuo signore. E allora dobbiamo dire che l’economia è una forma razionale? Sì, è una forma razionale. So che voi dite: «Sì, ma il mercato è regolato da qualcuno.» Son d’accordo, ma siccome questo qualcuno nessuno lo vede, si è resa impossibile la rivoluzione. Le rivoluzioni non è che non ci sono più perché è crollata l’Unione Sovietica o perché son crollate le ideologie. Come spiega bene Hegel, le rivoluzioni sono possibili quando c’è conflitto tra due volontà, la volontà del servo e la volontà del signore. 1968, simbolicamente, il signore era Agnelli e il servo era la classe operaia: conflitto tra due volontà. Oggi, sia il servo che il signore son dalla stessa parte e hanno come controparte il mercato, e come fai a prendertela col mercato? E quindi la lotta di classe è finita. C’è ancora qualcuno che pensa che ci sia ancora, lavorando con categorie del ’900, ma è finita, è finita per questo, perché con la globalizzazione il mercato è diventato la controparte sia dei servi che dei signori.
[…] l’economia è una forma di razionalità, ma non la più alta raggiunta, perché soffre ancora di una passione umana, che è la passione per il denaro; […] invece c’è la Tecnica, che non ha nessuna passione.
[…]
Tu [lavoratore] devi operare una leggera schizofrenia tra te e il tuo funzionamento. Devi creare una doppia soggettività. Schizofrenia è una malattia bestiale, ma qual è il nucleo di questa malattia? La scissione della personalità. E tu devi essere scisso, una schizofrenia che ho chiamato in un mio libro una “schizofrenia funzionale”: per vivere oggi devi essere un po’ schizofrenico, metterti giacca e cravatta il lunedì e te la togli il venerdì sera, simbolicamente e metaforicamente. Devi funzionare in base alle esigenze dell’apparato per cinque giorni alla settimana, e poi fai quello che vuoi, se sei ancora capace, se ancora ti ricordi di te, se ancora hai una memoria di te, se ancora sei interessato a te. Io penso che anche questo interesse viene meno e ciascuno scappa da sé stesso come dal peggior nemico perché non si ritrova più. [… Adesso] si è aggiunto anche un inconscio tecnologico, secondo me, dentro di noi, che consiste nel fatto che questa razionalità ci è penetrata dentro ed è diventata anche la misura della nostra valutazione delle persone che ci stanno accanto. Una volta si era accanto a dei compagni di lavoro, che erano [appunto] compagni di lavoro, adesso invece sono dei competitori, perché se lui è più bravo di me, più efficiente di me, lui manterrà il suo posto di lavoro, ma io no, e allora è guerra, è guerra anche così, a distanza di un metro. Abbiamo perso l’amicizia, abbiamo perso la solidarietà, perché la logica della Tecnica ti pone questo tipo di mentalità.
Come si è arrivati a questo? Attraverso una procedura in cui si sono incrociate istanze di sinistra e istanze di destra. Nel 1968, la sinistra ha messo in circolazione concetti anche molto carini, simpatici, tipo, non so, “la famiglia è una camera a gas”, “la scuola è una caserma”, “la legge è una prepotenza”, “vietato vietare”… Questa mentalità, che ha creato anche dei vantaggi, per esempio la liberazione della donna è incominciata lì, a partire da questo “vietato vietare”. Ma questo “vietato vietare” è diventato anche il motto della cultura americana che è subentrata: tu puoi fare quello che vuoi, nulla ti è proibito, io non ti misuro sulla tua etica, non ti misuro sul tuo valore personale, io ti misuro solamente sulla tua capacità di raggiungere il massimo degli obiettivi.
E allora, il massimo degli obiettivi… Tenendo conto che ogni anno [su] questi obiettivi si alza un pochino l’asticella e nasce una forma di depressione assolutamente sconosciuta ai manuali di psichiatria – perché ancora oggi se aprite un manuale di psichiatria la depressione è organizzata attorno ai sensi di colpa a cui non si riesce a porre rimedio, che riguardano il passato assolutamente inoltrepassabile. Adesso, invece, non c’è più il senso di colpa, perché non c’è più una morale che ti colpevolizza. Oggi la depressione è organizzata sul senso di inadeguatezza; il gioco non è più tra permesso è proibito, il gioco è “ce la faccio o non ce la faccio?” Perché se non ce la faccio sono sorci verdi. Quindi insonnia, tensione, non c’è più orario di lavoro – si va avanti a lavorare anche a casa. C’è una bella canzone di Gaber, «La solita carezza al figlio che ti viene incontro, mangiare, e poi vedere il film alla televisione» (“L’ingranaggio”), basta, tutto lì il rapporto paterno. Un disastro. E ci stiamo avviando a grandi passi nell’assoluta incoscienza ché questa logica ci farà diventare disumani perché l’uomo ha questo di caratteristico, che oltre alla ragione ha anche tutta la dimensione irrazionale di cui sostanzialmente ci alimentiamo: […] è la dimensione dell’amore, dello sguardo, della pietà, della compassione, della gioia, dell’esaltazione… E tutta questa roba qua non c’entra con l’efficienza.
E però che l’umanesimo è finito non è una cosa che vi racconto io oggi nel 2016, ce l’ha raccontata Spengler, ce l’ha raccontata Heidegger, ce l’ha raccontata Jaspers, ce l’ha raccontata Günther Anders. È finito l’impianto umanistico, e la scuola ce la mette tutta per farlo finire, riempiendo le aule di computer invece che di maestri; questa è una collaborazione della scuola alla fine dell’umanesimo. Tenendo conto, poi, che quello che interessa fino a diciotto anni è la formazione dell’uomo; che la si smetta di chiedere ai bambini “cosa farai da grande”, la scuola non deve essere pensata in vista di una professione, deve essere pensata in vista di una formazione.
[…]
L’unico spazio libero – usiamo questa parola “libertà”, finalmente – è l’amore. Ed è così libero che dura poco, nel senso che anche l’amore una volta era codificato, i ricchi non erano liberi di sposare chi volevano perché dietro i ricchi c’erano i patrimoni, quindi i matrimoni funzionavano in vista dei patrimoni, da non spartire ma da accumulare. E i poveri, eh, i poveri non potevano divorziare e far cose, dovevano mettere al mondo figli per avere braccia lavorative e fare famiglia nella maniera tradizionale. Io stesso, nato in una famiglia poverissima, sono il fratello di nove fratelli, quindi siamo in dieci. […] L’amore non è mai stato libero, è sempre stato codificato. Ancora oggi, nel mondo musulmano, è codificato, ma noi dal mondo musulmano non è che ci siamo allontanati granché; solo cinquantanni fa, dai, non so se vi ricordate come vestivano le nostre nonne: esattamente come si vestono le donne arabe. Io stesso che andavo all’università cattolica mi ricordo benissimo che le ragazze portavano i grembiuli lunghi fino ai piedi, e c’erano i cartelli che non potevano sedersi sui muretti sennò si vedevan le ginocchia. Ma dai! Non siamo lontanissimi da quel mondo che oggi guardiamo con l’aria di superiorità perché andiamo in giro tutti nudi. Ancora nel 1969, io insegnavo in una scuola magistrale di Como, e venivano espulse – con un’espulsione di una settimana – ragazze che venivano a scuola coi pantaloni. Oh! 1969! […] È che abbiamo memoria corta, noi; i vecchi vanno ascoltati almeno come repertorio di una memoria di quando non eravate ancora nati.
[…]
Freud ci dice che entro i [primi] sei anni [di vita] si formano definitivamente le nostre mappe cognitive ed emotive. “Cognitive” vuol dire che il nostro modo di conoscere sarà deciso dal modo con cui si sono formate queste mappe. Il nostro modo di sentire sarà deciso dal modo con cui si sono formate queste mappe. [Oggi invece] le neuroscienze ci dicono tre anni. [Quindi, in questo scenario, come si può parlare di libertà?]
2016/07/21 – La Bellezza
https://www.youtube.com/watch?v=TxJweN8jG_E[🡕]
Vacanze dell’Anima 2016, nella gipsoteca del Canova in Possagno (TV)
Non sono convinto che si debba e si possa parlare della bellezza, perché quando si parla di qualcosa la si oggettiva e soprattutto la si concettualizza, la si mette in un contesto di ragionamenti, mentre la bellezza è qualcosa di immediato, che sfugge a qualsiasi ragionamento. […] San Tommaso se la sbriga più rapidamente – ma niente male, la sua definizione: […] «Pulchrum est quod visum placet» («Bello è quello che quando lo vedi, ti piace.») […] Kant […] dice che il bello è senza concetto e senza scopo. […] Non dobbiamo dimenticare questa componente corporea della bellezza: è qualcosa che colpisce i sensi; e i sensi nella filosofia non hanno avuto un grande successo perché i sensi ci ingannano, non sono una base per costruire una verità. […] Anzi, in un certo senso la filosofia nasce come soppressione della sensibilità, soppressione dei corpi, perché non sono affidabili, nel senso che i loro responsi, le loro informazioni non sono assolutamente utili per costruire un discorso scientifico, cioè valido per tutti, costruito secondo necessità e non secondo opinioni individuali. Però la definizione più bella ce la dà Thomas Mann, quando dice che la bellezza «durchstechen», la bellezza trafigge. E ancora si ribadisce che io non ho potere sul bello, il bello ha potere su di me. Non solo nella forma dello stupore, da cui l’essere stupiti, e anche stupidi – stupidi non è una brutta parola, è la condizione di chi è stupito e quindi è incantato, paralizzato dalla bellezza, [vedi] la sindrome di Stendhal[🡕]. [… Quindi la bellezza trafigge,] esattamente come la rappresentazione iconografica dell’amore, che viene rappresentato appunto come un putto che lancia una freccia e ti ferisce.
[…]
Ricordo una scena di una ragazza che era salita sul treno (io insegnavo a Venezia e abitavo a Milano) con un grosso strumento musicale [ndr un’arpa]; c’era un signore che parlava con lei, si interessava all’arte di quello strumento, e dopo essersi interessato e aver parlato per una mezzoretta, alla fine ha chiesto «Sono incantato dalle cose che lei dice, vedo il suo entusiasmo, ma mi dica, dov’è il business?» Che sta a dire: «Quanto si guadagna con questa cosa?» Oggi, noi, con questa mentalità ben descritta da Heidegger secondo cui abbiamo un pensiero che è capace solo di far di conto, […] non sappiamo più cos’è bello, che cos’è vero, che cos’è giusto, che cosa è santo… Capiamo solo che cosa è utile.
[…] c’è una bellezza della parola, che viene bene evidenziata nella tradizione giudaica. Ma gli ebrei a un certo punto vorrebbero qualcosa di più della parola, qualcosa che investa non solo l’udito ma anche la vista. […] Ed è proibita, nella tradizione giudaica, la cultura dell’immagine: se voi andate in una sinagoga non vedete neanche un’immagine, vedete solo, nell’abside, delle scritte, dei versetti della Bibbia scritti in aramaico. Ma anche se andate nell’altra religione monoteista, che è quella musulmana, non vedete nessuna immagine, perché “di Dio non ti fai nessuna immagine”: assoluta trascendenza. […] Questa dimensione del cristianesimo fa sì che il cristianesimo, delle tre religioni monoteiste sia l’unico che mette in scena l’arte. Se noi occidentali abbiamo una storia dell’arte lo dobbiamo alla Chiesa. […] in maniera tale da attirare la gente, perché l’immagine muove, commuove.
[…]
Un’opera è d’arte quando il mio sguardo non la esaurisce, rimanda a una ulteriorità di significato. E l’incantamento consiste nel fatto che di fronte a quella statua io continuo a cercare quell’ulteriorità di significato rispetto a quello che il sensibile mi offre. La differenza tra gli oggetti e le opere d’arte è che gli oggetti si esauriscono nel mio sguardo, che ne cattura il significato, nell’opera d’arte il mio sguardo non riesce a catturare la totalità del significato: c’è un rinvio verso l’ineffabile […], l’indicibile, l’invisibile.
[…]
Quando Leopardi dice «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,» […] non ha nessun senso dal punto di vista razionale; perché è poetica? Perché per Leopardi la luna è la luna ma anche qualcos’altro – ecco qui, quando si smargina dal pincipio di non contraddizione. La luna è la luna ma anche un’interlocutrice femminile a cui posso chiedere delle domande in ordine al senso della mia esistenza. […] Il poeta era colui che quando vede non si ferma al visibile ma ha una vista superiore, che i greci chiamano epopteia – pípto (πίπτω) vuol dire guardare, in greco; guardo al di là di ciò che si vede. Ecco, solo se avete uno sguardo “epoptico”, cioè in grado di guardare al di là di quello che vedete, incominciate a capire che cos’è un’opera d’arte.
[…]
Quando noi guardiamo un’opera d’arte, ci comportiamo come quando guardiamo una perla. Ma ogni volta che guardiamo una perla e la ammiriamo, ci dimentichiamo che la perla è la malattia della conchiglia; e senza la malattia non sarebbe nata la perla, così come senza la schizofrenia di tanti poeti, di tanti scultori, di tanti artisti, senza l’immersione nella follia, non sarebbe nata mai un’opera d’arte. Quindi il gioco è pesante, il gioco della bellezza; la bellezza non è una cosa tranquilla: la bellezza è una cosa che inquieta, è una cosa che trafigge, è una cosa che ti paralizza, è una cosa che ti porta alla dimensione del sublime, ma non sei tu il padrone del gioco, ma è la bellezza che ti gioca.
2015/10/03 – Io e l’altro
https://www.youtube.com/watch?v=5-mC5rt0Ba4[🡕]
Società italiana di biosistemica, Bologna, 3 ottobre 2015 – Libertà di psicologia: L’altro
Io per esempio non ho nessuna difficoltà a capire le donne che ammazzano i loro figli: a un certo punto si trovano in quella condizione in cui si sentono vittima dell’economia della specie. Non lo sanno, nessuno glielo racconta, nessuno glielo spiega, e una volta che hanno generato e si trovano sequestrate dal neonato incominciano quelle fasi depressive che non sono tanto depressione post-partum, ma è l’insorgenza dell’economia della specie: io alle depressioni post-partum non ci credo, fanno parte di quella psicopatologia tanto cara al DSM, I, II, III, IV, V, ma in realtà la figura portante è che l’economia della specie totalizza a suo vantaggio la vita di questa donna e a questo punto questa donna non sa più dove, cosa sta facendo, qual è il senso della sua vita, dove si sta dirigendo, e il bambino diventa la sua sciagura, viene proiettato sul bambino il sequestro del proprio Io.
2015/03/07 – La doppia vita (quella ingannevole dell’Io e quella veritiera della specie)
https://www.youtube.com/watch?v=qOhLccWRS9M[🡕]
Evento organizzato da Kairós – La Busacca, Teatro Stabile del Salento – e Università del Salento. 07 marzo 2015 – Teatro Paisiello di Ruffano (Lecce)
Nietzsche dice: «Schopenhauer ha ragione.» Schopenhauer aveva escogitato delle vie per superare questa dimensione drammatica [dove l’Io non è padrone in casa propria perché è la specie che decide]; la prima via era l’arte. Perché l’arte è disinteressata, l’arte è senza concetto: una cosa è bella non perché è [mia? inintelligibile], fuoriesce dallo scopo, fuoriesce dagli interessi, fuoriesce dall’economia, la bellezza è in sé. E quindi il fatto che si esce dagli scopi dell’Io è già una forma di salvezza, per Schopenhauer.
L’arte, poi la compassione: che è quel patire insieme, sapere che la sorte è comune, non è solo mia.
Ma la cosa più forte è la castità. È la castità perché se smettiamo di generare, la volontà di vita il cui sogno è continuare a vivere, finisce. Sarebbe la vittoria dell’uomo che sacrifica sé stesso per sconfiggere la specie che lo tratta da suo funzionario. Dopodiché un giorno, una notte anzi, gli allievi di Schopenhauer vedono che il loro maestro esce da un bordello e dicono «Maestro, anche lei qui? Dopo tutto quello che ci ha detto in ordine alla castità?» E lui risponde: «Non dovete mai giudicare la filosofia dalla condotta del filosofo.» Bravissimo. Perfetto. Anche Aristotele aveva risposto alla stessa maniera: «Me ne scappo da Atene.» Dopo la morte di Alessandro Magno volevano far fuori Aristotele, che era stato l’istruttore, il maestro di Alessandro Magno. E disse: «Atene si è già macchiata di un delitto contro la filosofia: Socrate. Non gli voglio dare l’occasione di macchiarsi di un secondo delitto.» Prende e va. Giustamente. Perché la filosofia e, in generale, la scienza, sta in piedi da sola, non per la testimonianza degli scienziati o dei filosofi. Non è che la teoria di Einstein non è perfetta, non è giusta, perché Einstein picchiava la moglie come nessuno ha mai picchiato una donna e perché stuprava le sue assistenti, anche le più giovani. No, non per questo, va bene lo stesso la sua teoria, a prescindere, perché come dice bene Karl Jaspers, Galileo poteva anche rinnegare la sua teoria, tanto la sua teoria era scientifica, non ha bisogno della testimonianza dello scienziato. Mentre Giordano Bruno, la cui teoria non era ancora scientificizzata, doveva morire per la sua teoria. È un conto testimoniare la fede, ma non si testimonia né la verità scientifica né quella filosofica. E queste sono distinzioni importanti.
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L’Occidente è diventato quello che è perché ha superato il mondo greco perché di queste due radici ha vinto il cristianesimo invece che la grecità. Ha vinto il cristianesimo perché ha detto agli uomini “non morirete mai”. E ha creato una cultura ottimistica, enormemente ottimistica. E ha superato la cifra della grecità che era la dimensione tragica; e in che cosa consiste l’essenza del tragico? Il tragico consiste nel fatto che l’uomo per vivere deve darsi un senso, e se lo dà con l’Io, in vista della morte, che è l’implosione di ogni senso. […] Qui incomincia la tragedia. E il satiro, mezzo uomo e mezzo caprone, rivolto a Re Mida, gli dice: «Ora che sai questo, meglio per te non esser nato. E la cosa migliore che ti possa augurare è di morire presto.» I greci hanno tentato di oltrepassare la dimensione tragica attraverso la dimensione artistica, creando degli dei simili agli umani ma non soggetti alla mortalità, e qui fu la loro grande opera d’arte: in questi dei in cui non credevano ma li ammiravano, e trasferivano in questa dimensione estetica, scoprendo la chiave, che Nietzsche annuncia molto bene, che solo come fenomeno estetico la vita è degna di essere vissuta. Poi dopo l’estetica non bastava, e allora si è passati alla razionalità, si è inventata la filosofia per trasportare il tragico dal livello emotivo al livello razionale, perché a livello razionale la dimensione carica di affettività negativa che è la dimensione tragica diventa semplicemente un problema, e i problemi magari qualche volta si riescono a risolvere. Anzi, problem sono i termini di un qualcosa che si può risolvere, vedete che è liquido (ndr labiale): problem; perché [in greco] le cose che non si possono risolvere sono gutturali: enigma. Quello non si risolve, ti impali. Sempre Nietzsche dice che la tragedia non è un genere letterario, ma è la forma della grecità; e Jaspers aggiunge in quaranta pagine dedicate alla dimensione tragica, che dopo la Grecia non è più possibile scrivere una tragedia perché non c’è più tragedia in una cultura cristiana, e neanche Shakespeare è un tragico: è un narratore di simil-tragedia, ma non ha la dimensione tragica perché c’è la speranza, perché c’è l’ipotesi della salvezza.
Cosa vuol dire – e chiudo con questa notazione un po’ pedagogica – cosa vuol dire “anticipare la morte”? Cioè essere persuasi che si deve morire; qual è il vantaggio della dimensione tragica?, che consiste nel fatto che devi morire e non c’è nulla che ti attende nell’aldilà? Che operi una relativizzazione delle problematiche dell’aldiquà. Non ti affanni come un disperato, non litighi come un pazzo. Non ti suicidi per le preoccupazioni del mondo, perché sei mortale; sei mortale, e quando devi uscir di carriera non ti disperi, non muori due anni dopo che vai in pensione: perché la morte è comunque lì ad attenderti, non è che finisce la vita, tu che l’hai fatta coincidere con la tua vita lavorativa e fuori da quella non sai più chi sei. Perché ormai le nostre identità sono assegnate dai nostri ruoli sociali, no? Sappiamo chi siamo solo perché gli altri ci riconoscono in un ruolo, fuori di lì non sappiamo più chi siamo; e infatti tutti gli attori e le attrici fanno delle vite tragiche, perché tragiche? Ma tragiche per non aver anticipato la morte, per non averla assunta come una condizione… come uno spessore dell’anima, ecco – usiamo pure questa parola anche se si riferisce a un’entità che non esiste, appunto l’anima.
Ma teniamola presente questa anticipazione, perché relativizzando le cose smettiamo quelle drammaticità tipiche invece di coloro che credono nell’immortalità dell’anima e quindi ritengono che questa vita abbia una sua importanza, il loro Io diventa egemone e quel che dipende dall’Io decide della vita e della morte, finisce un amore e si uccidono le donne perché è finito tutto, no, no, no: fermati. Se interiorizzi la morte in anticipo allora relativizzi tutte le cose, e tutte le cose non hanno quello spessore che non è da tragedia ma da disperazione. Ma i disperati chi sono? Quelli che hanno avuto speranza. Perché chi non ha avuto speranza non si dispera mai.
2014/03/14 – Generazioni orfane di futuro
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Umberto Galimberti e Aldo Genovese: “Generazioni orfane di futuro.” Teatro Sociale di Trento, conduce Corona Perer. Giornale “Sentire”.
Non c’è speranza per la gioventù, non c’è futuro e non c’è soluzione. Il mondo occidentale è probabilmente alla sua fine.
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La cultura della droga significa capire questo: perché si prendono stupefacenti anestetizzanti? Perché quando un ragazzo si trova nella condizione di non essere mai convocato, mai chiamato per nome, mai vissuto come una risorsa, ma solo come un problema, insignificante nel tessuto sociale, cosa fa? Ce la fa a vivere? Sì, se si anestetizza: «Io, qui, non ci voglio essere.» Perché vivono di notte, i ragazzi, e non di giorno? Perché di giorno il mondo funziona in un altro modo, che non li prevede.
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[…] Beh, le piste di lavoro le frequento poco, perché è così grande la mia desolazione e la sfiducia che ho in questa società occidentale, che veramente non credo che ci si possa salvare all’interno di una cultura come la nostra. […] In una società capitalistica e mercantile che ci prevede solo come produttori e consumatori, in un circolo vizioso dove se non consumi non ci sono più posti di occupazione, e se produci ma nessuno consuma devi chiudere la fabbrica, ma non è vizioso questo circolo? […] E che cosa vuol dire consumare e spingere i consumi, se non quello di portare le cose al niente? Non è anche questo, nichilismo? [Poi,] il sistema della moda, dove una cosa che funziona ancora non è più di moda; e la moda è un sistema nichilistico tremendo, che fa diventare zero come valore sociale quello che in termini di efficienza funziona ancora.
La pubblicità… C’è un bel libro di Frédéric Beigbeder, che è stato il più grande pubblicitario della seconda metà del novecento, un francese che è vissuto in America, che è diventato ricchissimo a furia di far pubblicità, che adesso non ho qui il testo preciso ma ve lo dico a senso, […] in cui a un certo punto si pente di tutto quello che ha fatto – i pentimenti dei ricchi non mi commuovono mai, però, insomma, se anche loro danno una mano a rivedere un po’ la nostra cultura, non è male… Lui dice, «Io sono stato il più grande pubblicitario di questi ultimi vent’anni. Vi ho fatto sognare, vi ho venduto tutta quella merda che voi avete acquistato. La vostra felicità non mi interessava niente. Ora vi dico che chi è felice non consuma.» […] la produzione non deve produrre solo cose, ma deve produrre anche bisogni. Siamo arrivati a questa perversione; come si fa in una società così perversa a trovare “percorsi positivi”… mantenendo il sistema? Qui deve saltare, la cosa, e sta saltando. Non abbiate paura, diventeremo più sobri, più solidali, parleremo di più coi vicini, come facevano i nostri nonni, non staremo chiusi lì davanti al nostro computer. […]
La comunicazione: abbiamo sentito prima dal dottor Genovese che la tua identità te la costruisci col riconoscimento, la prima forma di riconoscimento è il cibo, a partire da lì ti fai una visione del mondo. Le mappe cognitive-affettive finiscono – Freud diceva – intorno ai sei anni; le neuroscienze accorciano il tempo: tre anni. Dopo sei fregato! Se non li ascolti da piccoli, se non curi quei tre anni di vita, i loro processi mentali e quelli emotivo-affettivi, le hai fregate, ’ste persone, per sempre.
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Aristotele dice, lo scopo della vita è essere felice, cioè realizzare il tuo demone. Bene, la nostra società prevede quest’eventualità che uno si autorealizzi? Quando uno va a lavorare, o in una fabbrica, o in uno studio di un notaio, o da un avvocato, realizza sé stesso o gli obiettivi dell’apparato di appartenenza?
La Tecnica, che è la forma più alta di razionalità, più alta ancora dell’economia – perché l’economia, a differenza della Tecnica, soffre ancora di una passione umana che è la passione per il denaro, da cui la Tecnica è sostanzialmente esonerata – ci induce a essere sempre più razionali, di una razionalità molto elementare, che consiste nel raggiungere il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi. Allora quello che si chiede a chiunque di voi che vive in questa società è di essere razionali, cioè: passioni, desideri, malinconie, depressioni, tradimenti, amori… weekend. Te ne occupi nel weekend. Al lunedì tu vieni qui e fai la persona razionale. Cioè tu devi lavorare come il computer che hai davanti, che magari già ti supera un po’ in termini di memoria, di raccolta dati. Non mi interessa la tua vita privata, fai quello che vuoi. […] perché è crollato il tabù della sessualità? Alla Tecnica non gliene importa niente, perché la Tecnica è più forte della morale: perché quando tu commetti un peccato c’è sempre qualcuno che ti perdona, ma se sei inefficiente vai fuori dall’apparato tecnico che equivale ad andar fuori dall’apparato sociale. Quindi l’immoralità diffusa è perché la Tecnica è molto più cogente e costrittiva di quanto non sia la morale. La morale prevede anche il perdono, la comprensione; la Tecnica no, se non funzioni, vai; con molta determinazione. E tu lo sai, e lo interiorizzi. E quindi ti abitui dal lunedì al venerdì a essere efficiente e produttivo e funzionale, poi arrivi a casa il venerdì, il sabato, sei un po’ disorientato, e per non occuparti di te – perché sei il peggior nemico di te stesso, perché al limite non sai neanche più chi sei – prendi l’automobile e vai in coda, e così fai il “tempo qualità” coi tuoi bambini, no? Ecco.
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L’informatica, che è la forma molto sofisticata di Tecnica e di razionalità, sta facendo dei disastri psicologici spaventosi. Attraverso l’informatica abbiamo perso la nozione che i nostri padri avevano dello spazio. Noi parliamo adesso con un amico che è in Australia, ma l’Australia non è a Rovereto, è dall’altra parte del mondo, ma non so se i giovani che lavorano davanti ai loro computer tutto il giorno pensano che sia così distante, visto che con Skype lo possono anche vedere, no? Però se vogliono abbracciarlo, abbracciano uno schermo, non il loro amico. Sono grosse differenze. Non è un caso che la sessualità […] sia passata gradatamente da sessualità dei corpi a sessualità delle visioni. Abbiamo incaricato gli occhi a diventare sessuati, non i corpi, perché avere di fronte un altro è più difficile che avere di fronte una sequenza di immagini erotiche; molto più difficile. Perché l’altro ti può anche dire di no, o dire che non ci piace, invece l’immagine è lì, a tua disposizione. Anche questo spostamento…
Il tempo. Prima il dottor Genovese parlava di tempo della riflessione. Ma come fai a riflettere se ti arriva un’email… Io le guardo solo il sabato, quando sono a case, le email. E durante tutta la settimana mi sento dire «Ma io le ho mandato una mail!» «E allora?» Cioè, voglio dire, devo essere una risposta agli altri continua, perché? Perché il tempo, il tempo, il tempo, non c’è tempo, non c’è tempo. Ci hanno sottratto anche il tempo, no? Ma il tempo è il tempo della riflessione: quando si scrivevano le lettere, prima la ricevevi, non avevi voglia di rispondere, ci pensavi una settimana, e quando rispondevi avevi fatto dei pensieri. Oggi non hai neanche più i pensieri con la velocità del tempo. Oltre a non avere neppure più le parole, perché l’informatica ti riduce la quantità di linguaggio, e alla fine riesci a dire solo “mi piace” / “non mi piace”. È troppo poco. […] Come ci insegna bene Heidegger, tu non puoi avere un pensiero al di là delle parole che hai in bocca. Come fai a pensare qualcosa a cui non corrisponde nessuna parola? E se di parole ne hai poche, pensi poco. Non è che il pensiero genera la parola, è la parola che genera il pensiero. […]
Ultimo disastro dell’informatica – e qui interviene anche il momento politico del mondo informatico – è che sviluppa delle intelligenze convergenti. I cognitivisti chiamano convergenti quelle intelligenze dove tu devi trovare la soluzione del problema all’interno di come il problema è stato impostato. L’informatica ha un programma e le soluzioni le trovi all’interno del programma come è stato impostato. Anche la nostra scuola funziona con intelligenze convergenti: c’è il programma ministeriale, e tu devi risolvere i problemi all’interno di questo programma. La storia non è mai andata avanti con intelligenze convergenti – che sono utilissime al potere, perché se tutti pensano all’interno dello stesso sistema che io ho programmato, ho una bella società omologata dove tutti pensano le stesse cose, e andando un po’ più in là, alla fine sentono le stesse cose, e vogliono le stesse cose. […] La storia va avanti con intelligenze divergenti, e.g. vedi Copernico.
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Effettivamente, quando l’amore circola ci sentiamo più forti, siamo più contenti, siamo riconosciuti, sappiamo dove andare a piangere e con chi possiamo ridere, insomma: è la vita. L’amore è la vita. Io non credo che si regga la vita senza l’amore. […]
«Io ho 500 amici ma poi nessuno in carne e ossa.» Eh, sì, il problema, anche qua… Lui può anche uscire per la strada, perché verrebbe voglia di dirlo: «Prova a uscire di casa e vedere chi incontri.» E chi incontra? Incontra nessuno. Perché sono venuti meno tutti i luoghi di socializzazione, sono venuti meno gli oratori, sono venute meno le sedi dei partiti… Dove si trovano i ragazzi? Al bar. E che si fa al bar? Si beve. Perché questo collasso dei luoghi della socializzazione? Io, nel 1998, una volta, in una trasmissione televisiva, […] avevo come interlocutore il ministro di allora, il ministro Berlinguer, e gli ho detto, ma scusi un momento, ma perché queste benedette scuole le chiude alla una? Non le può chiudere a mezzanotte? Nel senso che nel pomeriggio, i ragazzi, hanno un luogo di socializzazione, possono fare teatro, possono vedere dei film, possono applicarsi a… allora l’informatica stava nascendo, possono fare l’amore – perché tanto lo fanno [ndr «piuttosto che farlo dietro i muretti di nascosto», come da suo altro intervento] – possono fare dello sport, possono inventare un mondo se sono lì, possono anche studiare, magari, in un pomeriggio. Alla sera possono fare lì, discoteca. Sono luoghi deputati alla giovinezza, perché la giovinezza si chiude alla una, nella parte più pesante della presenza in questa scuola? E la risposta del ministro è stata: «E chi mi paga i bidelli?» I bidelli? Ma io non ho mai capito perché nelle scuole superiori ci siano i bidelli. No, nel senso che i ragazzi che vivono in un’aula non se la possono pulire loro, quell’aula? Non se la possono imbiancare quando è sporca? Perché non nascono queste cose? Perché? Si possono benissimo fare, no? […]
Se le scuole fossero aperte il pomeriggio, e opportunamente sorvegliate, naturalmente, allora potrebbero accadere tante belle cose, in tutti i sensi. Al di là di quel rapporto… solipsismo di massa… A me sembra di vedere questi giovani non dissimili dagli antichi monaci che c’erano in Turchia e in Grecia: quelli si ritiravano nella grotta per non avere nessuna visione del mondo. Questi si ritirano alla stessa maniera davanti a un computer per vedere tutto il mondo, uno stato di solitudine di massa che fa impressione.
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Che siamo tutti patologici è una fortuna, perché solo attraverso il fatto che tu hai delle ferite sei in grado di capire, di entrare in comunicazione con l’altro che avrà a sua volta le sue ferite. Se uno fosse completamente integro penso che non riuscirebbe a capire granché dell’altro ed entrare in una vera comunicazione. Il problema grosso è che, come lo diceva bene Aristotele, noi continuiamo a dire “io”, “io”, “io”, “io”, “io”, e pensiamo di essere noi i soggetti della nostra esistenza. In realtà, noi patiamo anche un’altra soggettività a cui non facciamo mai riferimento, che ci prevede semplicemente come funzionari della specie. E come funzionari della specie, questa altra soggettività, la specie, agisce su di noi e l’Io patisce l’azione di quest’altra soggettività. E come si esprime quest’altra? Siccome lei ha in mente la conservazione della specie, agisce attraverso quelle due pulsioni primarie che sono la sessualità e l’aggressività: la sessualità per la generazione e l’aggressività per la difesa della prole. Queste due dimensioni non appartengono all’Io e l’Io le patisce. E quando siamo in preda alla sessualità parliamo di passioni: l’Io non è in grado di governare questa cosa, deve subire la passione; e quando diciamo di avere una passione per una persona vuol dire che stiamo già patendo l’altro e non siamo già più nella condizione di essere soggetti autonomi nei suoi confronti. L’amore si confonde con la passione dove c’è un cedimento dell’Io, e si patisce qualcos’altro. Allora, sessualità e aggressività, che già Platone ce li descrive bene nel “Fedro”, queste altre due componenti, lui attribuisce un’anima all’una e all’altra, e non sono in possesso dell’Io, sono in possesso di un’altra soggettività.
Guarda caso Freud, che aveva studiato molto Platone, colloca queste due pulsioni primarie nell’inconscio. L’inconscio non è una zona sconosciuta, è ciò a cui noi non prestiamo nessuna attenzione, perché non riusciamo a pensarci come funzionari della specie, non ci adattiamo a pensare che siamo sostanzialmente solo questo; e che gli interessi della specie sono contraddittori con gli interessi dell’individuo.
Se dovessimo prendere una mamma e dovessimo chiederle «Lei desidera un figlio?», sta parlando la specie, non sta parlando lei. Perché se dovessimo essere un po’ razionali e dovessimo considerare che questa donna, primo, deve subire una trasformazione del suo corpo, una lacerazione del suo corpo, deve poi declinare il suo corpo per l’alimentazione del bambino, il quale le porta via il sonno, il tempo, il lavoro, gli amori, dov’è l’interesse dell’Io? Non c’è. E se noi queste cose le diffondessimo riusciremmo anche a capire perché le madri, al di là del luogo comune che adorano i figli e amano i figli, si strappano le vesti per loro, in realtà dentro di loro c’è tanto erotica quanto aggressività. E quando l’aggressività prende sopravvento sull’amore per i figli, li uccidono. E la cosa sembra stranissima, ma perché? Perché pensiamo sempre in termini che noi siamo “io”, soggetto, che dispone dei propri sentimenti, delle proprie passioni: non disponiamo di un bel niente, c’è un’altra soggettività che ci prevede per la sua economia e non per l’economia del nostro Io. E quindi in ogni donna c’è questa forte ambivalenza di amore e di odio. Anche il linguaggio popolare, «ti mangio», «ti ammazzo», che linguaggio è? È il linguaggio di chi, in qualche modo esterna anche l’aggressività nei confronti del figlio che pure si adora.
Detto questo, la specie ci fornisce di sessualità per un certo periodo di tempo e di aggressività per un certo periodo di tempo, quando appunto è il tempo migliore per la riproduzione. Poi dopo ci priva gradatamente di sessualità, ci priva di aggressività… Non è che i vecchi sono saggi: hanno una dose di sessualità e di aggressività molto bassa, punto. E a questo livello sono anche tranquilli, quando non hanno un cattivo carattere. Però, questo dissidio delle due soggettività: l’altra soggettività la patiamo, non siamo noi gli attori. Quando lei si innamora non è attore di quella storia, ha una passione, cioè patisce (una pulsione, un invasamento, un entusiasmo), patisce l’altro: queste sono le passioni.
E allora la patologia, quando poi uno diventa patologico: la patologia non è altro che l’esasperazione di qualche complesso autonomo che ti governa per intero la mente e lì lo patisci, perché il tuo Io non è in grado di governare quanto ti assale a prescindere dal tuo “Io”.
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Se la psicanalisi è efficace?
Sa, per dirla proprio solo con un aforisma, direi che è efficace l’amore. Poi la psicanalisi non fa altro che strutturare l’amore secondo certe modalità che però prendono le mosse da una partecipazione emotiva tra due persone che parlano. Purtroppo una volta la gente parlava tra di loro: prima cosa quando uno aveva un dolore andava a raccontarlo a un altro; adesso invece si deve raccontare a pagamento perché siamo diventati una società molto regolata dall’efficienza, etc. Adesso non dico che la psicanalisi sia semplicemente un luogo di amore: ha la sua tecnica, la sua struttura, la sua disciplina, i suoi capisaldi di riferimento. Però la grande macchina si chiama “ascolto”, ma un ascolto attento, un ascolto amoroso, un ascolto comprensivo. E quando tu ascolti, già modifichi quell’altro. È efficace?, sì, le dico di sì, che è efficace. (ndr a meno che l’ascolto amoroso non sia ciò che si sta cercando…)
2010/11/25 – Male del nostro secolo: Nichilismo
https://www.youtube.com/watch?v=LXA0NIvLanA[🡕] https://www.youtube.com/watch?v=2qq-GD2Warc[🡕]
Rassegna “L’epoca delle passioni tristi”, curata da Gustavo Cecchini per la Biblioteca Comunale di Misano Adriatico. Confronto tra Umberto Galimberti e Marco Guzzi basato sul libro di Umberto Galimberti “L’ospite inquietante”; i greci e il tempo ciclico.
Vedere prima “Discorso sul tempo”
Vorrei che percepiste che il concetto di Storia è un concetto gravido di senso.
Naturalmente, se la promessa cristiana viene meno perché Dio è morto, allora anche la Storia perde significanza: il senso implode, non c’è da attendere più niente, se Dio è morto.
[…] Dunque, «Dio è morto» non vuol dire che Dio esiste, Dio non esiste… Se uno muore, prima c’era, era vivo, prima. Cosa vuol dire che Dio è vivo? Vuol dire che il mondo accade secondo i dettami di Dio, secondo le configurazioni che vengono ad assumere per il fatto che si crede in Dio: allora Dio c’è, “fa mondo”. Se il medioevo ha una letteratura che è inferno-purgatorio-paradiso, se l’arte è arte sacra, se persino la donna è donna angelo, Dio c’è: perché se io tolgo la parola “Dio” non capisco più niente di quell’epoca. Ma se io dal mondo contemporaneo tolgo la parola “Dio”, lo capisco ancora il mondo contemporaneo? La risposta è sì; non lo capisco più se tolgo la parola denaro, per esempio; se tolgo la parola Tecnica, per esempio. Allora Dio “non fa più mondo”, è morto. […] La promessa non funziona più, il mondo accade come se Dio non c’è. […] La Storia non accade più secondo un senso.
Non è neppure più possibile parlare in termini di progresso, possiamo solo parlare in termini di sviluppo. Sviluppo quantitativo di qualche fenomeno – sviluppo economico, sviluppo tecnologico… Ma lo sviluppo è una crescita quantitativa, non è un progresso che comporta sempre una dimensione qualitativa che connota il tempo e gli conferisce di nuovo un senso. [La scienza, Marx, Freud, pensano in realtà tutti in maniera “cristiana”, il passato è male / luogo di traumi, il presente redenzione/rivoluzione/guarigione, e il futuro è salvezza.] Tutto è cristiano in Occidente. Ma se Dio è morto, cosa succede? Il tempo fornito di senso implode. E questa implosione dischiude le porte al nulla che ci attende. Manca lo scopo, manca il perché, tutti i valori si svalutano.
[…]
(ndr In risposta a Marco Guzzi che dice «Ma siamo sicuri che si stesse meglio prima? Oggi almeno siamo al corrente del nichilismo, lo riconosciamo, e magari potremo fare qualcosa a riguardo – vedi oltreuomo nietzschiano.»)
[…] Il nichilismo è sempre stato e oggi si rivela. Finora siamo vissuti in una menzogna bimillenaria. Questa menzogna bimillenaria è la filosofia dell’Occidente da Platone a Nietzsche, e il cristianesimo, che a parare di Nietzsche non è altro che un Platonismo spiegato al popolo, ci ha ingannato per duemila anni. Adesso che abbiamo rivelato questa grande menzogna secondo cui c’è un mondo vero – che si chiama Iperuranio per Platone e si chiama paradiso per i cristiani – e un mondo provvisorio, un mondo sensibile, “valle di lacrime” nel linguaggio dei cristiani, luogo in cui si sopporta il dolore “in vista di”, luogo in cui si supporta l’ingiustizia “in vista di”… E allora questo tempo caratterizzato dalla grande menzogna era anche caratterizzato da un grande ottimismo: c’era comunque un rimedio al dolore, c’era comunque un rimedio all’ingiustizia, c’era comunque un rimedio alla sofferenza. […] C’era una grande consolazione all’interno di questa menzogna bimillenaria. E una menzogna funziona per duemila anni se è capace di persuadere, se consola, se no crolla subito. […] E infatti ogni volta che io vi cerco di persuadere che l’uomo è mortale, c’è sempre una certa resistenza. Una volta che cerco di persuadervi che c’è solo il corpo e l’anima non c’è, c’è sempre una resistenza. Perché non è consolatorio pensare che l’anima non c’è o che quando moriamo diventiamo terra. Le menzogne funzionano se portano dei vantaggi. […] Se è vero che i fatti non sono mai fatti ma sono sempre interpretazioni, io devo iscrivermi in una nuova interpretazione, e siccome questa nuova interpretazione non ce l’ho ancora, e non è facile costruire una nuova interpretazione dopo duemila anni di interpretazione cristiana, dove cerco la consolazione? Perché è adesso che io devo vivere. In questo senso il nichilismo è anche una dimensione tragica. E da questa tragedia non possiamo esimerci. È vero che la storia in nome di Dio ha fatto dei disastri che neppure per ragioni politiche ed economiche si sono mai fatte. […] Ma non possiamo neanche giudicare che noi stiamo meglio per il fatto che non facciamo più i massacri medievali, che erano piccoli massacri rispetto a quelli che noi facciamo oggi: oggi possiamo uccidere senza avere neanche di fronte il nemico, è sufficiente che schiacciamo dei bottoni. Non per questo siamo migliori, ma siamo indifferenti, non ci interessa più chi è l’uomo.
Kant diceva per esempio che l’uomo va trattato sempre come un fine. Non si è mai realizzata questa storia. Oggi se un immigrato viene da noi, il fatto che sia uomo non è interessante, può essere accolto solo se diventa produttore di profitto, se no non ha diritto di cittadinanza. L’esser uomini è insignificante. Fin che c’era il cristianesimo, almeno teoricamente, nel prossimo tuo c’è il volto di Dio. […]
“Speranza” è una virtù cristiana, no? Mi si accusa sempre di non avere speranza… Se non sono cristiano non posso avere speranza! Collochiamole, le parole, al loro posto! All’interno della visione cristiana del mondo tutto sommato ho una direzione, ho un senso, ho una casa, ho un luogo, so che parole rivolgermi, so che parole dire, perché mi fornisce il vocabolario, l’interpretazione del mondo. Ma se questo mondo è finito, se la menzogna bimillenaria è stata smascherata e ancora non è nata nessun’altra descrizione del mondo, allora qui siamo in quello che Nietzsche descrive come «Non c’è più un alto e un basso, non c’è più una destra e una sinistra, andiamo precipitando verso un infinito nulla.» […] Che accada un altro senso [più avanti], tutto sommato mi riguarda relativamente, perché saremo morti. Perché non è che i sensi nascano così improvvisamente, nascono per depositi storici, per formazione, per cultura, per accadimento; posto che l’Occidente continui a essere il luogo dove si distribuisce una portata di senso che ha consentito in qualche modo l’occidentalizzazione del mondo, perché anche questo adesso è problematico. Può accadere un senso descritto dal pensiero cinese… Non credo quello musulmano – abbiamo sbagliato anche i nemici, noi… Ma il pensiero cinese, poddarsi, poddarsi. Ma finché non accade […] in che mondo vivo? Perché noi non siamo “al mondo”, siamo sempre all’interno di una interpretazione del mondo. […]
Io ho trovato la mia casa (perché ho bisogno anch’io di un luogo dove collocarmi), che è la casa dei greci, i quali prendono sul serio la morte. I greci sono prima della menzogna bimillenaria, non ci credono all’immortalità dell’anima. […]Prendiamo sul serio questo concetto di “mortale”; e guardiamo la vita dal punto di vista “del mortale”. Con conseguente acquisizione del limite. La nostra cultura non ha bisogno di limiti, per esempio? […] Sappiamo morire? Sappiamo noi morire? Ci stiamo abituando all’idea che siamo mortali? O viviamo nell’oblio della morte e poi nella drammatizzazione del morire?
[…]
( ndr Marco Guzzi suggerisce che l’epoca nichilistica non è da vedere solo come negativa, ma che si può abbandonare l’Ego per scoprire un nuovo senso, alla Nietzsche. Risponde Galimberti: )
[…]
Io fuoriesco dall’Io e vado dove? Qui (ndr nel discorso di Guzzi) si dice psicologicamente nel Sé. Ma la psicologia non è altro che un linguaggio minore rispetto a un’esperienza maggiore che è l’esperienza degli apparati religiosi. Se io fuoriesco dall’umano egoico, dove vado? Cosa rischio? Rischio di entrare in quella dimensione che in un altro mio libro ho chiamato “sacro”, che è una parola che vuol dire “separato”, perché questo sacro – dove Dio è arrivato con molto ritardo… Per cui ogni volta che diciamo “Dio” dobbiamo fare anche un po’ di cronologia: assumendo “Dio” come sinonimo del sacro, che non va tanto bene, ma tanto per intenderci… Questo luogo, oltre l’Io che giustamente, ricorda Marco Guzzi, è il luogo della follia, perché è il luogo della follia? Perché è il luogo dell’indifferenziato. Eraclito dice: «Il dio è giorno e notte. Sazietà e fame. Inverno ed estate. Guerra e pace.» E si mescolano tutte le cose assumendo di volta in volta il loro aroma. Cosa riuscite a pensare quando dite “guerra e pace”? Cosa pensate? Cosa pensate quando dite “sazietà e fame”? Non riuscite a pensare. Riuscite a pensare all’accostamento di due significati tra loro opposti. L’uomo infatti ragiona, e ragionare cosa significa? Istituire delle differenze – senza le quali non si può vivere. E infatti ancora Eraclito dice: «L’uomo ritiene giusta una cosa e ingiusta l’altra.» Ecco qui la differenza. Gli uomini si sono emancipati dal sacro, dall’indifferenziato, dalla confusione dei codici, dalla contaminazione dei significati attraverso la ragione. “Bisogna essere ragionevoli”, se vogliamo fare una comunità, se vogliamo intenderci, e se vogliamo convivere. […] [Inoltre,] attraverso la ragione si oltrepassa l’angoscia, perché se ogni mio comportamento è inquietante, la comunità non sta in piedi, vivendo in un’atmosfera di angoscia. Ed è inquietante se non sono ancora arrivato alla de-finizione delle cose; se non sono ancora arrivato alla loro de-terminazione di significato. […]
Dal sacro si deve uscire. Poi bisogna ritornare, con cautela. Perché sempre lo stesso Jung ci viene a dire: «Non tutte le porte vanno aperte.» Perché il sacro è ben più potente dell’apparato razionale, la ragione è uno strumento molto fragile, molto debole, addirittura elementare. Non è il luogo della verità, la ragione. È un sistema di regole per riuscire a convivere e intenderci in maniera univoca, niente di più. Dalla dimensione razionale bisogna gradatamente uscire per attingere dalla dimensione sacrale che ci abita – perché la follia, la sacralità è dentro di noi, oltre che rappresentata dalle religioni come uno scenario da cui noi comunque veniamo e da cui probabilmente dobbiamo continuamente rapportarci. I creativi, gli artisti, i poeti continuano ad avere questo commercio con l’indifferenziato, con la contaminazione dei significati […] Ma lo stesso Platone, che “ha inventato” la ragione – ed è questa la cosa interessante – ci viene a dire quello che appunto Marco Guzzi ci ha detto, che «La follia dal dio proveniente è assai più bella della ragione umana.» […] Perché sa che la ragione è uno strumento; e che il luogo della sorgività, della creatività, dell’ideazione è tutto pre-razionale. Ma non possiamo abitare la follia e il sacro. Non lo possiamo abitare se non andando in manicomio. Chi è lo schizofrenico, se non colui che contamina i significati? E perciò teme, è terrorizzato da questa contaminazione. […] Platone lo sa: “ha inventato” la ragione, perché senza ragione non si fa città, non si fa repubblica, non si fa polis. […] Ma non è lì la sapienza; la sapienza è altrove. […] «I beni più grandi ci vengono dalla follia», naturalmente data per dono divino. […]
[Quindi:] la ragione è uno strumento senza il quale non si fa comunità. Poi, all’interno dell’esperienza personale puoi arrischiare l’oltrepassamento, la violazione della ragione. Ma non lo puoi dare come messaggio a una comunità, perché c’è chi ce la fa e chi non ce la fa. Perché le dimensioni sacrali e folli sono ben più potenti di quelle razionali.
( ndr Marco Guzzi risponde dicendo che ci si può fermare a un aspetto creativo senza sfociare nella totale follia. Il problema è, rispondo io, che il nichilismo inficia anche gli aspetti creativi per cui, ad esempio, ti siedi al pianoforte e le note ti sembrano tutte uguali, e non riesci a fare musica. E poi “chi sono io”, “chi posso diventare io”, ovvero la solita solfa della missione personale, che buon per quelli che ce l’hanno. E poi parole heideggeriane-severiniane sul Nulla, fine a sé stesse, incompatibili con la realtà del nostro tempo, quotidiana e no. )
( ndr Domanda dal pubblico chiede: «E Schopenhauer?» )
Io penso che Schopenhauer rappresenti anche lui uno che ha decentrato l’Io, instaurando come soggettività adiacente all’Io, ma in realtà fondante, il fatto che noi siamo semplicemente dei funzionari della specie. […] Quindi, ci sono diversi modi per oltrepassare l’Io: o l’oltrepassi e vai a reperire la divina follia, o lo oltrepassi e trovi semplicemente l’economia della specie. […] Io sono convinto che l’anoressia è un rifiuti di essere dei funzionari della specie: si interrompono le mestruazioni, non si è più nella condizione di generare. […] Ci sono molti modi per uscire dal recinto dell’Io, ma si può uscire alla maniera schopenhaueriana in una forma pessimistica, anche – per me realistica, ma questo lo dico tra parentesi – nel senso che forse siamo solo quello; e non rassegnandoci, ci illudiamo. Del resto anche Nietzsche, che cosa dice? «Dammi una maschera, ti prego, una maschera ancora, illudiamoci, giochiamo tutte le illusioni, se il fondo è questo.» E chiama Schopenhauer suo educatore anche se poi lo rinnega nelle conclusioni: non il pessimismo, ma la festa dionisiaca delle illusioni.
( ndr Domanda dal pubblico sull’epoca delle passioni tristi. )
Dunque, “epoca delle passioni tristi” è una frase di Spinoza che però è diventata attuale grazie a Benasayag che ha descritto un po’ la tristezza che connota la condizione giovanile. Però, che noi si sia in un’epoca di passioni tristi lo denota il fatto che se dobbiamo individuare oggi una sindrome, la più diffusa, tra le forme di disagio esistenziale, dobbiamo chiamarla depressione. Ed è interessante che: al seicento, quando hanno scoperto il corpo come organismo, siamo diventati tutti ipocondriaci e tutte le malattie mentali si chiamavano ipocondria; alla fine dell’ottocento si chiamavano isteria; poi c’è stata la schizofrenia – che ancora tuttora è in pista – ma la forma dominante è diventata la depressione. Che cos’è la depressione? Vuol dire che il futuro è insignificante per me. Se il futuro non mi attrae perché mi devo muovere? Perché mi devo alzare dal letto la mattina? Sappiamo tutti che la depressione prevede questo come sintomo dominante: la mattina non ho voglia di alzarmi perché il giorno non mi dice niente. Solo che oggi la depressione ha cambiato anche natura perché siamo nell’età dell’efficienza, della performance, quindi non si è mai sicuri di essere all’altezza… (ndr etc., vedi qua) La crisi d’identità diventa la mia depressione, la mia passione triste: non so più chi sono, devo sostenermi da me perché dagli altri non mi arriva più niente in termini di riconoscimento e di conferma d’identità.
[…] ( ndr Marco Guzzi dice: )
Parlando molto esplicitamente, per sintesi. Io credo che stia terminando un’epoca del cristianesimo inteso come iniziazione planetaria – l’epoca della rappresentazione egoica dei misteri, l’epica della platonizzazione, se vuoi, metafisica, del cristianesimo. Quest’epoca secondo me non è tutta sbagliata, lo dicevo, bisogna capirci, è una distorsione che forse era inevitabile, era necessaria, non lo so, adesso non ne parliamo, certo è che ormai non è più sufficiente. L’intera crisi delle religioni non è la crisi dei misteri, è la crisi della rappresentazione egoica dei misteri, che ha portato alle guerre, a tutte le incongruenze, le contraddittorietà perché appunto si è passati dall’iniziazione all’istituzione, che è una deformazione. Oggi, secondo me, noi stiamo passando dalla rappresentazione egoica dei misteri ad una realizzazione spirituale dei misteri. Di questo abbiamo una fame terribile tutti, secondo me, consciamente o inconsciamente, ognuno con i suoi linguaggi. Ma questo spiega anche altre fenomenologie, compresa, in positivo – perché anche lì c’è il bianco e il nero – l’esplosione dell’interesse psicologico del profondo, l’esplosione dell’interesse per il buddismo; e qui ci sarebbe da fare un link con Schopenhauer che in fondo è il primo che ha capito qualcosa del buddismo, ma non una cosa indifferente, cioè ha capito che se tu estingui una determinata modalità del volere non muori ma raggiungi degli stati di beatitudine.
( ndr Che riporto per l’interessante analisi. Poi sappiamo in realtà che il nirvana è l’illusione del buddista, ciò che c’è da raggiungere ma in realtà non si raggiunge mai perché non esiste, tanto che se mai ci fosse, sarebbe il disagio dello schizoide anedonico, quindi anche queste spiritualità orientali non risolvono in realtà la questione. Galimberti chiude poi citando Platone e l’amore così da lasciare il pubblico, come di solito si fa, con qualcosa che suona bene e mette il sorriso; poco importa poi se l’amore è l’illusione tra le più vecchie. )
2009/05/07 – Venir meno per essere nulla: il problema attuale del nichilismo
https://www.youtube.com/watch?v=DRLE23SuFTQ[🡕]
Intellego, Università Ca’ Foscari, Venezia, Castello di Copertino, 7 maggio 2009. Problemi aperti del pensiero contemporaneo – VIII ciclo.
La definizione di Nietzsche è la seguente. “Nichilismo”: manca lo scopo. Manca il perché. Tutti i valori si svalutano. Che i valori si svalutano non è un grosso problema: la storia va avanti perché determinati valori si svalutano e altri nascono e si rivalutano. Con la parola “valore” non dobbiamo intendere nulla di spirituale, tantomeno nulla di assoluto: i valori sono solo dei fattori di coesione sociale. Una determinata società valuta che determinati valori consentono di vivere meglio rispetto ad altri valori, ma i valori altro non sono che valutazioni umane, e sotto questo profilo subiscono tutte le sorti tipiche dell’umano, tra cui anche la loro transitorietà. Tanto per fare un esempio, prima della rivoluzione francese, funzionavano dei valori gerarchici e la società era organizzata a partire da questi valori. Dopo la rivoluzione francese sono nati valori di uguaglianza, di cittadinanza – almeno formale – e allora i valori gerarchici sono tramontati e ne sono nati altri. Nichilismo vuol dire qualcosa di più: che i valori che precedevano la nostra epoca sono tramontati e non ne sono nati altri, per cui resta il nulla a cui agganciarsi.
Heidegger, che ha riflettuto parecchio su queste pagine di Nietzsche, dice che il nostro tempo è un tempo di povertà estrema, caratterizzato dal fatto «Che più non son gli dèi fuggiti e ancor non sono i venienti.» – riprende in questo caso una poesia di Hölderlin. […]
Nietzsche poi distingue una sorta di nichilismo passivo, “nichilismo della decadenza”, che ha come sua conseguenza la rassegnazione: se non ci sono più valori, rassegnamoci, e vediamo di realizzare noi stessi all’interno di un sano realismo che si accompagna poi a un deprecabile egoismo. Oppure, dice, si può invece impegnarsi in una sorta di nichilismo attivo che consiste nell’andare davvero in fondo al nichilismo, e questa seconda impresa è stata sollecitata anche da Heidegger, [che dice: ] «[Il] nichilismo non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque già da tempo e in modo invisibile esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia.» Ecco, il compito che noi ci proponiamo oggi è di guardare bene in faccia questa dimensione nichilistica.
Noi siamo persone che abitano una regione e una storia che abbiamo chiamato Occidente, e l’Occidente ha sostanzialmente due matrici culturali: una matrice è la matrice greca, l’altra è la matrice giudaico-cristiana.
( Poi procede a esporre concetti che ritroviamo in altri interventi, riassumo quindi brevemente di seguito, non sempre alla lettera. )
Per i greci c’è prima la natura; l’uomo è considerato “mortale”, ed è considerato come parte del tutto e non come dominatore del tutto. I greci prendono sul serio la morte, pensano che l’uomo sia iscritto in un tipo di temporalità ciclico, sul modello dei contadini, quindi sulle stagioni. La conoscenza viene dal capire la natura, una cosa su cui l’uomo non ha potere, e su questa costruire le leggi della città e le leggi per il governo dell’anima – di sé. La legge della natura è inviolabile ed eterna, e consiste nel fatto che l’uomo nasce, cresce, e muore. Non ci sono speranze ultraterrene. Poi la tragedia di Eschilo e Prometeo, quest’ultimo che rappresenta sostanzialmente la ribellione tecnologica – dà il fuoco all’uomo, consentendogli di sfidare la natura, e viene poi per punizione incatenato e torturato dall’aquila-mostro. I greci pensano che l’uomo viva una dimensione tragica, che non è connessa alla morte, ma a una dimensione più insidiosa, che Nietzsche bene illustra ne “La nascita della tragedia”: l’uomo per vivere ha bisogno di produrre un senso, in vista della morte che è l’implosione di ogni senso. L’uomo porta dentro di sé una doppia soggettività: l’Io – ἐγώ (egô) – e poi la soggettività della specie, che ci fornisce di sessualità – per la procreazione – e di aggressività – per la difesa della prole. Tra queste due soggettività c’è un conflitto potentissimo, per cui dal punto di vista dell’Io la morte è una assurdo, mentre dal punto di vista di economia della specie, la nostra morte è ciò che è necessario per la continuazione della vita, della natura. Poi, re Mida che incontra Sileno, che gli dice che la miglior cosa che gli può augurare è di morire presto. Queste cose noi oggi le conosciamo con l’inconscio di Freud – che dovremmo sottrarre agli psicologi per consegnarlo ai filosofi – che contiene le pulsioni sessuali e le pulsioni di morte, Eros e Thanatos. Ma questa tragedia greca non va presa con pianti e lacerazioni dell’animo, va intesa invece come qualcosa che ci insegna la categoria del limite, che oggi abbiamo perso: proprio perché sono mortale, non devo provocare gli dèi, devo vivere secondo misura. Quindi, conoscere te stesso, qual è la tua missione/chiamata, e agire secondo misura. «Chi conosce il suo limite non teme il destino», Aristotele.
L’altra fonte dell’Occidente è la tradizione giudaico-cristiana, la quale ha vinto rispetto alla cultura greca; oggi noi siamo tutti cristiani, anche gli atei “sono cristiani”, [nel senso] che pensano in modo cristiano. […] Il cristianesimo ha detto all’uomo «Tu non morirai», e questo ha costituito una carica ottimista potentissima nella cultura occidentale, […] dove l’ottimismo consiste nel guardare il futuro sempre sotto il profilo dell’immortalità – quando si era o si è religiosi – o comunque sotto il profilo del progresso – se si è meno religiosi e più laici – o comunque sotto il profilo del futuro come luogo della speranza. […] All’interno di questo ottimismo il cristianesimo è riuscito persino a metabolizzare il dolore, a farlo diventare un valore. Il dolore per il greco è male, è un male che bisogna reggere, se si è uomini, «Sustine et abstine» (astieniti – da tutto ciò che non è in tuo potere, e da mettere in scena il dolore – e sopportalo) (ndr Epìtteto). […] E il significato del dolore per il cristianesimo consiste nel fatto che il dolore serve a redimerci dalla colpa – sia la colpa originaria, sia le colpe personali; e proprio perché redime costituisce anche in qualche modo una caparra per l’eternità. Per cui tutta la cultura cristiana riesce ad assumere il massimo della negatività, che è il dolore, e a renderlo positivo, a vederlo come una dimensione che riscatta l’umano dal peccato e gli garantisce in qualche modo l’eternità salvifica. Tutta l’iconografia cristiana è un’iconografia del dolore che salva. […]
Nietzsche dice che l’avere promesso agli uomini l’immortalità dell’anima è stato il colpo di genio del cristianesimo, la vera grande rivoluzione che è avvenuta nell’antichità è stata nella comparsa del cristianesimo che ha detto all’uomo «Tu non morirai.» Ma ancor prima, c’era già una impostazione antropocosmologica che prevedeva l’uomo dominatore della terra. Cioè, quella natura che per i greci era lo sfondo immutabile che nessun uomo e nessun dio fece, nella tradizione giudaico-cristiana la natura compare invece come il prodotto di una volontà, la volontà di Dio che l’ha creata, e perciò la natura è buona, essendo creatura di Dio.
Per il greco la natura è indifferente, nel senso che non si cura della vicenda umana se non per quel tanto che gli uomini devono procreare e allevare figli, ma la natura è indifferente, produce tanto bene quanto male. La natura fa i terremoti, la natura fa gli tsunami, la natura è anche bella da vedere. […] Nella Genesi noi leggiamo «Dominerai sui pesci delle acque, sui volatili del cielo, sugli animali della terra.» Per cui l’uomo viene concepito al vertice del creato, nella funzione di dominatore. E quindi non dobbiamo meravigliarci che l’Occidente sia anche l’unico luogo nella storia dell’uomo in cui è nata scienza e Tecnica: c’è una lunga preparazione teologica al dominio dell’uomo sulla terra. Mentre, quando il coro (ndr delle Oceanine) chiede a Prometeo «Dimmi, Prometeo, è più forte la Tecnica o più forte la necessità che governa le leggi di natura?», Prometeo risponde «Téchne d’anánkes asthenéstera makrô.» La Tecnica è di gran lunga più debole della necessità che governa la natura, e lo dice Prometeo, che aveva donato agli uomini le tecniche, e rendendoli da indifesi e muti i padroni delle loro menti. Anche Sofocle, quando nell’Antigone dice che l’aratro fende la terra ma la terra si ricompone dopo il suo passaggio, alla stessa maniera di come la nave fende le acque del mare ma la calma trasognata delle acque si ricompone dopo il passaggio della nave, quindi la Tecnica è di gran lunga più debole della necessità che vincola la natura alla sua legge.
La tradizione giudaico-cristiana capovolge anche il concetto di tempo che i greci avevano (ndr vedi, in questa stessa pagina, “Discorso sul tempo”). […]
Quando nel 1600 incomincia a traballare un po’ la fede nella religione e nasce la scienza moderna, la scienza matematica – i riferimenti sono Cartesio, Bacone, Galileo; bene, costoro, soprattutto Bacone, dice, iscrive, l’evento scientifico nella tradizione giudaico-cristiana; per cui, quando io sento parlare del conflitto tra scienza e fede, dico con estrema semplicità che sono conflitti da increspature di acque, niente di serio, perché la scienza gronda fino in profondità di metafore teologiche. La scienza nasce da metafore teologiche e si alimenta di metafore teologiche. Bacone dice che attraverso la scienza noi recupereremo le virtù preternaturali, che erano le virtù che Adamo ed Eva avevano prima del peccato originale, e soprattutto ci riscatteremo dalle pene del peccato originale che, come loro ricorderanno, erano due: la fatica del lavoro («Guadagnerai il pane col sudore della fronte») e soprattutto il dolore («Partorirai col dolore»). Bene, dice Bacone: con la scienza e la Tecnica noi ridurremo la fatica del lavoro, noi ridurremo il dolore, e così concorreremo alla redenzione dell’uomo. La scienza si iscrive rigorosamente nello scenario teologico cristiano. Ma non solo: la scienza vive la stessa tempistica della storia sacra. [passato è male, presente è ricerca, e futuro è progresso; e così anche la sociologia, compresa la sociologia marxista; ma anche la cultura medica, persino quella psicoanalitica.] […]
( Continua poi spiegando il significato del «Dio è morto.» )
[…] Se il denaro è la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualsiasi bene, il denaro non è più un mezzo, ma è il primo scopo, per ottenere il quale si vedrà se soddisfare i bisogni e in quale misura soddisfare i beni. ( Capovolgimento dei mezzi in fini. )
Per capire come procede la scienza e la Tecnica – e qui immagino che tra il pubblico ci sia qualche scienziato che lavora nei laboratori… La procedura non è come quella che, non so, ogni tanto Umberto Veronesi annuncia: «Date i soldi per la ricerca sul cancro.», sapendo lui di parlare a una forma mentis diffusa che è la forma mentis cristiana secondo cui ci sono degli scopi nobili per realizzare i quali ci vogliono dei mezzi che sono i soldi, allora «Dateci i soldi che facciamo la ricerca.» Ma la ricerca non funziona così: nei laboratori scientifici gli scienziati si comportano non in vista di uno scopo – che non conoscono. La loro modalità di studio procede in questa maniera: supponiamo di entrare in un laboratorio di biologia; troveremo uno scienziato che studia una proteina per dieci anni. Se gli chiedete a che scopo, lui vi risponde «Non lo so. So però che io devo sapere tutto ciò che è possibile sapere intorno a questa proteina.» Un altro studierà un acido nucleico: a che scopo? «Non lo so.» L’etica della scienza è sapere tutto ciò che si può sapere, indipendentemente dagli scopi. Se poi, alla fine – moltiplicate questi due esempi per tremila, quattromila casi – salta fuori qualcosa che possa essere vantaggioso per l’umano… L’umano pagante, naturalmente: il fatto di essere un uomo non è interessante, bisogna essere uomini forniti di denaro affinché qualcosa sia vantaggioso, perché altrimenti noi con le scoperte tecnico-scientifiche potremmo guarire tutti i malati dell’Africa anche per malattie elementari per cui si muore, ma siccome non possono pagare, «Muoiano pure…»
Ecco, però lasciamo perdere questa componente economica… Se continuiamo a seguire il ragionamento, se poi nasce qualcosa di vantaggioso per l’uomo, ma soprattutto vantaggioso per quell’altra componente che dirige il mondo che si chiama denaro, allora si fa: per esempio oggi noi sappiamo curare anche i cancri ai reni, ma siccome sono rarissimi, non si produce nessuna medicina perché non sono vantaggiosi per quell’altra componente per cui accade il mondo che si chiama denaro. Ecco, allora il mondo accade per il denaro e per la Tecnica. E allora l’uomo, a questo punto, che cosa diventa? L’uomo diventa un funzionario di apparati economici e di apparati tecnici. Noi abbiamo smesso di essere, di pensarci, come funzionari della specie, per ridurci, dopo una storia bimillenaria cristiana, a trovarci a essere funzionari di apparati tecnici, dove ciò che ci si chiede è sostanzialmente di procedere secondo quel modello che la Tecnica propone, come il modello della massima efficienza, che si chiama macchina.
Poi dice che siamo funzionari di apparati.
( Poi racconta di Günther Anders alla Ford. ) Nello scenario nazista, lui dice, […] si è verificata una cosa ben più grave – lo dice lui, da ebreo perseguitato, riporto tra virgolette – «più grave dei sei milioni di trucidati nei campi di concentramento.» Perché più grave? Perché si è introdotto un modello nell’epoca nazista che è esattamente ciò che si richiede a ciascuno di noi nell’età della Tecnica: la dimissione totale della responsabilità delle nostre azioni. Quando prendevano qualche generale nazista e riuscivano a processarlo, la risposta che i generali nazisti fornivano era «Ma io ho eseguito gli ordini.» Dal punto di vista dell’età della Tecnica questa è la risposta richiesta, la risposta esatta: tu devi stare agli ordini. Gitta Sereny, una giornalista che ha fatto 170 interviste a Franz Stangl, che era il direttore del campo di concentramento di Treblinka, ancora vivo oggi, […] gli chiedeva, in queste 170 interviste, ma dimmi, cosa provavi tu, a fare questo… E lui cerca di svicolare la domanda, ma l’impressione di Gitta Sereny è che non stesse svicolando, svicolava ma perché non capiva che senso aveva questa domanda: «Che cosa provavo io?» E la risposta è «Io non provavo niente, il mio compito consisteva nel fatto che arrivavo nel campo alle 9, alle 11 arrivava un carico di tremila persone le quali dovevano essere soppresse entro le 5 perché alle 5 arrivava il secondo carico, che doveva essere soppresso entro l’indomani perché l’indomani arrivava il terzo carico… Il metodo l’aveva ideato Wirth, questo era il mio lavoro.» «Mein Arbeit», “mio lavoro”, bon. Cioè, cosa gli si chiedeva a Franz Stangl? Di eseguire bene il suo lavoro. Era responsabile del suo lavoro? No, lui era responsabile della perfezione dell’esecuzione del suo lavoro.
Guardate che la parola lavoro, che proviene da una tradizione molto nobile, diventa poi una parola terribilmente equivoca: anche quando Bush diceva «Ci ritireremo dall’Iraq quando avremo finito il nostro lavoro», in che cosa consisteva quel “lavoro”? Questa non è una domanda da porsi: perché la domanda che i militari si dovevano porre non era «Cosa stiamo facendo qui?», [ciò che dovevano dirsi era] «Noi siamo buoni soldati se prendiamo la mira.» Questo è ciò a cui ci invita rigorosamente la Tecnica.
Se andiamo in una di quelle officine del bresciano dove si fanno le mine antiuomo… E come li chiamiamo quelli che lavorano lì, li chiamiamo operai, delinquenti? Come li chiamiamo? Io continuerei a chiamarli operai, nel senso che se si offrisse loro la possibilità di lavorare in un’altra azienda, magari con un maggior stipendio, ci andrebbero di corsa. Che gli si chiede a loro? Di essere responsabile dell’effetto finale delle mine antiuomo? No, gli si chiede di mettere bene le spolette. […]
Günther Anders ha scritto anche una lettera al pilota che ha buttato la bomba su Hiroshima, e gli ha chiesto sostanzialmente la stessa domanda che Gitta Sereny aveva rivolto a Franz Stangl. Cos’hai provato a sganciare quella bomba, di cui forse non conoscevi neanche l’effetto – certamente non conoscevi la popolazione su cui la sganciavi, non sapevi neanche dove fosse il Giappone qualche settimana prima che partissi. Cos’hai provato? E la sua risposta è stata «Nothing. That was my job.» («Niente, questo era il mio lavoro.») Qual era il suo lavoro? Di essere preciso nello sganciare questa bomba. Era responsabile degli effetti finali del suo atto? No.
[…] Io vi ho fatto un po’ di esempi per farvi capire che la Tecnica non ha scopi, chiede solo una perfetta esecuzione dei compiti. E tu sei giudicato a prescindere dagli scopi finali, come è invece richiesto dalla morale cristiana che è una morale dell’intenzione, dove ciò che ti si richiede è lo scopo per cui tu compi un’azione, a partire da quale intenzione tu compi quell’azione. Nell’età della Tecnica ti si chiede solo la buona esecuzione del tuo mansionario, l’esecuzione tecnica perfetta del tuo mansionario. Che morale abbiamo nei confronti della Tecnica? Neanche una, all’altezza della Tecnica. Perché, abbiamo detto prima, la morale dell’intenzione, la morale cristiana è una morale dell’intenzione che è stata una grande morale perché intorno a essa si è organizzato tutto l’ordine giuridico europeo. Ancora oggi i tribunali, quando giudicano, stabiliscono se un delitto è colposo – colpevole secondo le intenzioni che avevi di uccidere oppure no – intenzionale, preterintenzionale, eccetera. Ma nell’età della Tecnica tutti questi ragionamenti dell’intenzione, dell’andare a scavare nell’interiorità dell’uomo non hanno nessuna rilevanza. Che intenzione avessero Fermi o Oppenheimer quando inventarono la bomba atomica non ha nessun interesse. Molto più interessante è sapere gli effetti della bomba atomica. […]
Sono tutte ricadute [del concetto] di «Dio è morto», eh, queste sono forme di esemplificazione per farvi capire «Dio è morto»: non accade più il mondo secondo le modalità di Dio.
C’è poi una morale laica, quella di Kant, che riassume nella formula «L’uomo va trattato sempre come un fine, mai come un mezzo.» La chiamo laica non perché Kant non credesse in Dio, ma perché Kant tenta di costruire una morale “come se Dio non fosse”, a prescindere da Dio. E però anche in questa morale noi vediamo il grande lascito del cristianesimo, che consiste nell’assumere l’uomo come fine e tutto il resto come mezzo. Viene ribadito quel concetto della Genesi: «Dominerai su tutte le cose della terra.» Quindi anche Kant si alimenta di culture cristiane in maniera potente. È una morale, la sua, che non si è mai realizzata; Kant lo sapeva benissimo perché alla sua morale aveva consegnato il compito di essere un’idea regolativa dei comportamenti umani, più che un’idea prescrittiva. Che non si sia realizzata lo capite anche da voi: se viene qui un immigrato, per il solo fatto che è un uomo non è che ha il diritto di cittadinanza: ha diritto di cittadinanza se si inserisce in quel generatore simbolico di tutti i valori che si chiama denaro; allora se diventa produttore di denaro ha cittadinanza, [mentre] il fatto che sia uomo non è interessante. Quindi Dio è morto, ma è morto anche l’uomo. Il primato dell’uomo è finito. Questo è nichilismo, con tutto quel che segue. Ma la nostra condizione non è differente da quella dell’immigrato, perché anche noi quando andiamo a lavorare in un ufficio, in una fabbrica, in una università, ovunque, siamo occupati nella misura in cui concorriamo alla produzione di quel generatore simbolico di tutti i valori che si chiama denaro, cioè se siamo utili, altrimenti no.
Ma anche se si fosse realizzata, la morale di Kant, non sarebbe idonea, perché cosa vuol dire considerare l’uomo come fine e tutto il resto come mezzo? Nella nostra epoca l’aria è un fine oppure un mezzo? Cioè, l’aria è un mezzo oppure è diventato un fine da salvaguardare? L’acqua è un mezzo o è un fine da salvaguardare? Le piante, gli animali, l’atmosfera, la biosfera, il buco dell’ozono, cosa sono queste cose, un mezzo? Oppure dobbiamo farci carico anche degli enti di natura per il quale l’Occidente non si è mai costituito una morale perché tutte le morali che noi abbiamo costituito sono morali che regolano i rapporti tra gli uomini, nessuna delle quali si fa carico degli enti di natura? E di questo noi non abbiamo un’etica all’altezza. Non solo, ma non è interessante neppure avere un’etica all’altezza, è che non abbiamo interiorizzato psicologicamente che inquinare è male, non pagare le tasse è male, per cui se io stupro una ragazza vengo subito additato come emblema del male, se inquino il territorio… Mah, faccio male? Chissà. Teoricamente sì, ma poi chi mi persegue? Non c’è una interiorizzazione psichica degli enti di natura. Uccidiamo tutte le balene, è male? Mah. Anzi, si fa, e quindi… La nostra psiche non ha interiorizzato la natura, ed è ovvio: è una psiche cristiana, la natura è da dominare, punto e a capo. […] Abbiamo ridotto la natura a materia prima, e sia così. Dice bene Heidegger, in “Essere e tempo”: «Quando guardiamo un fiume pensiamo all’energia elettrica, quando guardiamo il suolo pensiamo a un sottosuolo. La terra è diventata materia prima, ma non tarderà», dice Heidegger nel 1951, «che l’uomo diventi la materia prima più importante.» «Der wichtigste Rohstoff.» Perché anche noi finiamo con l’essere materia prima. E Günther Anders, di rincalzo, con riferimento alla società dei consumi, dice «Un’umanità che tratta un mondo come un mondo da buttar via, perché non deve trattare anche sé stessa come un’umanità da buttar via?» È finito l’umanesimo: con la morte di Dio finisce anche l’uomo – come soggetto della Storia. E la sua vita è resa possibile solo se si inserisce con profitto in quegli altri due generatori dell’accadere del mondo che si chiamano denaro e Tecnica. Fuori da questi scenari l’uomo non è più certamente soggetto della Storia.
Questo è l’epoca nichilistica, e su questo scenario bisogna andare fino in fondo. Vale a dire: il cristianesimo che ci ha salvaguardato da quel nulla che era la morte – ben segnalata dai greci; ci ha salvaguardato con la categoria della salvezza; con l’ateismo ci siamo attaccati alla salute – che non è altro che una sottospecie della salvezza. E adesso ci troviamo in uno scenario afinalizzato, senza un orizzonte di senso, perché la Tecnica ci garantisce uno sviluppo ma non ci garantisce un progresso. La differenza consiste nel fatto che lo sviluppo fa sì che un telefonino che prima occupava un certo spazio ne occuperà sempre di meno, che un computer che prima sapeva fare certe operazioni ne farà molte di più – questo si chiama sviluppo. “Progresso” significa miglioramento dello stato di felicità dell’umanità. “Progresso” ha una valenza qualitativa; la differenza non l’ho introdotta io, la richiamava già Pasolini negli ultimi anni della sua esistenza. Tony Blair, che è un personaggio che non ho mai amato molto, ha detto una cosa però interessante, ha detto che alla fine del suo mandato, il suo terzo mandato, ha detto che l’Inghilterra era diventata tre volte più ricca ma non tre volte più felice.
( Domanda dal pubblico. Ma quindi, che fare? Riscoprire ancora una volta i valori cristiani? )
Mah, se è morto Dio, non ce la facciamo più a seppellire e disseppellire i morti, è ovvio… Ma il problema è un altro: non dovete mai chiedere a un filosofo un rimedio. Anche perché questa domanda è profondamente cristiana, se ci pensa bene. I cristiani sono assetati di rimedio, così come sono assetati di perdono. Io la parola perdono la abolirei. Ogni volta che succede qualcosa… «Ha perdonato, la controparte?» Ma il perdono non cancella un bel niente, se hai fatto una colpa quella colpa te la tieni bene in mente, te la tieni ben dentro di te, [ma quale] perdono? «C’è un malessere. Qual è il rimedio?» È una domanda cristiana, questa. E io, da greco, non riesco a rispondere a domande cristiane. Però, in generale, il compito del filosofo non è quello di indicare soluzioni; questo è compito di altri scenari: sarà compito del mondo religioso, sarà compito del mondo esoterico, sarà compito della new age, sarà compito delle fedi, sarà compito delle ideologie… Il compito della filosofia è avvertire che il paesaggio che abitiamo è cambiato. E quindi non affrontiamolo più con le categorie con cui lo giudicavamo precedentemente; se prima lo scenario era umanistico e adesso è diventato tecnico-economico, non possiamo più ragionare in termini umanistici e interpretare il mondo in termini umanistici, dovremo interpretarlo in termini tecnico-economici, con tutte le conseguenze positive e negative che ne conseguono. E allora il compito del filosofo è dire «Guarda che il paesaggio è cambiato, adesso ti servono questi strumenti, non più quelli con cui fino adesso sei stato abituato a leggere il mondo.»
Poi, questa situazione è disperante? Certo, ma la disperazione è la conseguenza di chi ha sperato. Solo quelli che hanno avuto speranza possono disperarsi. Non è un gioco di parole: il greco non si sarebbe mai disperato di fronte alla morte, lo sapeva fin dalla nascita che doveva morire. È solo chi ha creduto nell’immortalità e poi nel futuro e poi nell’ottimismo e poi in tutte quelle categorie succedanee alla salvezza che adesso hanno l’impressione di disperarsi. Però l’atteggiamento suo è tutto sommato simpatico, perché lei vede il male e cerca il rimedio. C’è la gente invece che il male non lo vuole vedere e dice «È un pessimista!» e quindi riduce una descrizione del mondo a un fatto umorale pur di non abbandonare la propria fede e resta ancorata a una visione ottimistica del mondo che tutto sommato se gli serve per vivere, perché togliergliela? Però guardate che il mondo è in questo accadimento.
Vedi anche: “La fatica di essere se stessi. Depressione e società”, di Alain Ehrenberg.