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Contro l’idea che il suicidio non valga la pena, come invece asseriscono importanti autori

Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.

Albert Camus

E la sua puttanata conclusiva del mito di Sisifo.


Non vale la pena uccidersi, dato che ci si uccide sempre troppo tardi.

Emil Cioran


Soltanto gli ottimisti si suicidano, gli ottimisti che non possono più esserlo. Gli altri, non avendo alcuna ragione per vivere, perché dovrebbero averne una per morire?

Emil Cioran


«Qual è la differenza tra la vita e la morte?»
«Nessuna.»
«Allora perché non muori?»
«Perché non c’è differenza.»

Talete di Mileto, come riportato da Diogene Laerzio in “Vite dei filosofi” (III secolo C.E.)


Quanto sopra riportato rappresenta chiaramente scuse in forma d’intellettualizzazione[🡕]. Per quel che riguarda Cioran, certo, la si può prendere solamente come l’ennesima asserzione finalizzata a dar contro alla nascita, ma è senza dubbio da interpretare anche come debole giustificazione. In realtà non ci si uccide perché il suicidio ragionato è pressoché impossibile per chiunque; si compie il gesto solo quando il dolore emotivo (o fisico) raggiunge apici lancinanti in maniera costante, oppure quando si hanno gravissimi aspetti psicotici di depersonalizzazione, o ancora quando si è sotto pesanti droghe; negli altri casi, non si riesce. Infatti, Benatar e Ligotti, a differenza di Camus, dicono giustamente che la questione filosofica più importante è se è bene o male essere nati;[1] ma una volta che sei nato, se continuare a vivere o meno, non è proprio una scelta. Quindi, quelle di cui sopra sono soltanto scuse, perché la verità è che, se sei al capolinea, con un disastro di cervello neurodivergente, e vivi in estrema incompatibilità con la società di oggi, tutto ciò giustifica certamente il suicidio, siccome non è mai possibile uno sblocco, una redenzione.

Se uno vive uno stato mentale come il mio o peggiore, e non pone fine alla sua esistenza, non è perché manchino le ragioni e i moventi. È perché intanto c’è l’istinto della specie – sia a livello puramente corporeo che di Es – che ha una forza spaventosa; poi c’è la paura per il rischio associato – che i più ignorano perché non conoscono l’anatomia umana e la fisica, e le statistiche, e i numerosi episodi risultanti in invalidità estreme; poi la compassione per i propri cari, l’umana paura del “dopo” – che sia il nulla o qualcosa di peggio; etc.

Altre giustificazioni invece, come quelle prima riportate, sono molto deboli, sono pretesti illusori per sentirsi in pace con sé stessi e per cercare di tamponare l’apparente contraddizione con le proprie idee pessimistiche. Contraddizione che non esiste: bastava trovare le spiegazioni giuste.

Difatti l’atto del suicidarsi è paradossalmente un atto pieno di vita, di energia e desideri. Quelli che non possono farlo perché completamente svuotati di intenzione, e che non hanno nulla per cui vivere, semplicemente aspettano che arrivi la morte e cercano di passare il tempo. Perciò ci sono una marea di vite che semplicemente aspettano…

I due aforismi di Cioran sono i peggiori, perché la verità è l’esatto contrario; infatti, prima ti uccidi, più probabilità hai di evitare incidenti e situazioni che possono peggiorare la tua esistenza: argomento che può sembrare stupido fintanto che non ti ritrovi paralizzato dalla testa ai piedi o stai morendo di vecchiaia accompagnato da atroci malattie. Lì vedi come cambi idea. Ciò ovviamente dando per buono che l’atto del suicidio non sia esso stesso ciò che ti mette in una tale situazione, da cui il prima menzionato problema dei rischi, e perché l’eutanasia merita un serio approfondimento.


Purtroppo l’assenza di voglia di vivere non basta per aver voglia di morire.

Michel Houellebecq – “Piattaforma. Nel centro del mondo” (2001)


Vedi anche (da Reddit, e in inglese): Why I don’t kill myself: an essay about beliefs

1. Per puntualizzare, oltre al problema che chiede se la vita è cosa buona o meno, una questione ugualmente importante filosoficamente è l’hard problem di David Chalmers e, più in generale, fare luce su coscienza, qualia, etc.